Dee Brown

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  1. [Maxi Tex N.22] La grande corsa

    Volumozzo che mi sono messo a leggere a tarda notte dopo essermi letto i due ultimi numeri del mensile. Pensavo che l'abbiocco mi avrebbe colto alle prime pagine, invece me lo sono letto tutto d'un fiato. Cosa doppiamente sorprendente se si considera che, non so per quale mia idiosincrasia, amo poco le storie western che raccontono di gare e concorsi ippici. Anche il pur bel classico "Stringi i denti e vai" non mi ha mai fatto impazzire. Ma fortunatamente Ruju ha l'intelligenza di mettere la gara in secondo piano per quasi tutta la storia e mette in rimo piano una coinvolgente trama thriller dove mescola con grande perizia le carte. Ma a sua volta l'intrigo giallo non si mangia l'avventura e ci sono anche tanta azione e moto sano divertimento. Ancora una volta ottimo Ruju. Più controverso il capitolo disegni. Essendo letteralmente cresciuto con Mister No figuriamoci la venerazione che provo per il Maestro Diso, e anche di come mi facciano male le critiche ingenerose e non raramente arroganti che gli piovono addosso dagli ambienti texiani. Ma bisogna pur ammettere che il suo tratto si sposa davvero male con il western classico. Troppo dinamico, troppo spoglio, troppo grottesco. La classe del grande disegnatore si vede anche qui ancora in molte vignette, ma non si sente l'odore del West, diciamo.
  2. [690] Le schiave del Messico

    Davvero ottima questa storia mono-albo di Ruju. L'autore prende un soggetto minimo e semplice e lo arricchisce con un paio di piccoli colpi di scena che non cambiano la trama, ma la insaporiscono. Ottimi dialoghi, personaggi delineati con pochi tocchi, tanta ed efficace azione, non ridotta tutta a "bang bang - ahhh". E pure tante belle figliole; che non guasta mai, quelle poche volte che succede su Tex. Che volere di più? Disegni leggibili e ben fatti, un gradevole mix tra Ticci, Giolitti e Ortiz, anche se di mio preferisco disegnatori con maggiore personalità.
  3. [688/689] Il messaggero cinese

    Ho avuto modo di leggere il secondo numero solo ieri sera e devo ammettere che e' stato una discreta delusione. Tanto mi aveva divertito il primo numero, tanto nel secondo il ritmo si affloscia e l'azione sembra non venire mai al dunque. Avrei preferito qualche pagina in piu' ad arricchire la frettolosa resa dei conti finale e qualche pagina in meno dedicata alla superflua storiella d'amore tra la cinesina e il da lei miracolato. Nel complesso storia che strappa la sufficienza, ma decisamente inferiore alla media di Ruju. Fortuna che poi ho letto il maxi e il numero di questo mese. Di cui vado a parlare ovviamente nei topic dedicati.
  4. [688/689] Il messaggero cinese

    Arrivato a pagina 114 avrei voluto avere subito sottomano l'albo successivo per continuare a divertirmi. Di più non chiedo a un fumetto. Anche se a volte quel di più arriva e sono contento. C'è tanto delle vecchie storie cinesi di Tex, ma mi sembra palese anche il riferimento a "Grosso guaio a Chinatown". Insomma ottimo Ruju, come al solito. La lingne claire di Cossu è un po' strana sul mensile, ma non la trovo per nulla sgradevole. Bene così, per me.
  5. [Magazine 2018] Detenuto modello - L'anima del guerriero

    Visto che sembra che appaio sul forum solo per criticare Faraci, eccomi qua a parlarne bene. Non so quanto sia misurabile l'apporto nella storia 'Il detenuto modello' del soggettista Cajelli, ma direi che ci troviamo di fronte ad una storia tipicamente faraciana. C'é la solita banda di scannagatti scarsi di mira, la solita abbondanza di sparatorie, il solito personaggio bisognoso di protezione che passa di pericolo in pericolo, c'é la solita scena di Tex che spara con due pistole, ecc. Il solito armamentario dell'autore, quindi. E allora? E allora stavolta tutto é sceneggiato in modo robusto e adulto con Tex e Carson che sono due gattoni sornioni sempre all'erta che aspettano di colpire quando serve. MINI-SPOILER: La caratterizzazione del detenuto modello é spinta fino al grottesco, con l'ometto che ogni volta che apre bocca deve dire qualcosa che lo fa apparire come un personaggio innocuo e redento, ma stavolta la cosa ha un senso nella storia.FINE SPOILER Insomma, ci troviamo davanti a una storia divertente e spigliata. Quello che credo vorrebbero essere molte storie di Faraci, ma raramente c'é riuscito senza un "a little help from his friends". Molto carino alche il raccontino dedicato a Tiger Jack. Confesso che ho i brividi ogni volta che vedo accostato il marchio Tex al nome di Mignacco, l'autore che mi fece smettere di leggere per disperazione il mio amatissimo Mister No. Neanche il peggior Nizzi c'era riuscito con Tex. Ma bisogna dire che per ora sul breve Mignacco se la cava. Certo la storiella é minima, ma ben congegnata, violenta e divertente, con un Tiger Jack taciturno e implacabile in gran spolvero. Molto belli i disegni di Vannini, persino un po' troppo raffinati per Tex. Mi hanno lasciato perplessi invece i disegni pare frettolosi di Bruzzo, che "omaggia" un po' troppo il Ticci giolittiano degli anni 70, tanto che alcune vignette e personaggi sembrano presi paro paro da vecchie storie. Un gioiellino la gag di Nolitta e Villa. Non ho ancora letto gli articoli, solo le due paginette sui film, dove si limitano a raccontare in poche righe le trame degli unici tre film western regolarmente distribuiti lo scorso anno. Ho notato che dell'unico film che ho visto, In a Valley Of Violence, hanno sbagliato il riassunto.
  6. [686/687] La città nascosta

    Intervengo dopo mesi solo per dire che la scena con Tex cecchino per me e' l'unico sussulto in due albi di narcotica piattezza. Al massimo si potrebbe dire che stona vedere un Tex tanto tosto nel contesto di una storia tanto sempliciotta. Sconcerta il confronto con la vecchia storia della Città d'oro di Bonelli, che era un concentrato di ingenuita' anni 50, ma era anche ritmata, cupamente fantasiosa, persino onirica, comunque coerente al suo assunto di base, tanto da essere una delle storie più strambe del personaggio. Come ha già fatto notare qualcuno, qui invece non si capisce perche' inventarsi questo improbabilissimo villaggio di...... conquistadores hippie? per poi mettere in scena il solito innocuo bang bang aaah bang bang aaah che poteva essere ambientato in un qualsiasi altro contesto.
  7. [Texone N. 31] Capitan Jack

    No no, sfondi una porta aperta con me sulla questione. A livello di forza narrativa quel Tex "antico" è forse più moderno di tantissima roba molle e senza nerbo che esce oggi in edicola. Facevo un discorso sulla pianificazione editoriale delle storie, all'epoca diciamo abbastanza lasca, probabilmente persino inesistente.
  8. [Texone N. 31] Capitan Jack

    Naturalmente da supervisore e autore hai tutto il diritto di essere convinto di ciò che fai scrivere, di quello che scrivi e di come pubblichi il tutto. Altrettanto naturalmente da lettore posso essere più o meno soddisfatto di quello che leggo e di come viene pubblicato. E qui finirebbe la storia. Ma visto che, in modo sinceramente un po' bislacco, è saltata fuori addirittura un'accusa di ignoranza (e "quanto meno" pure, il "tanto più" in cosa consisterebbe accusare di fellonia e maramalderia?), si impone dunque il pippone polemico, che noi gente di internet siamo permalosi. Almeno quanto i supervisori di Tex. Prima di tutto è la quinta da dicembre con indiani sul piede di guerra, non la terza. Poi non capisco davvero cosa dovrebbe significare e a che obiezione risponde affermare che "sono tre storie western". Chi ha negato che NON siano storie western, e cosa vuol dire affermare che sono western? Che Tex è un western e quindi tutto ok? Quindi andrebbero bene tre (o cinque) storie consecutive incentrare su, boh, assalti alle diligenze? E' un tema assolutamente western anche quello, no? Lo so da me che è un'esagerazione, l'assalto alla diligenza è un tema molto più specifico di quello sugli indiani sul sentiero di guerra, che è un tema molto più generico e libero. Ma parlando della recente programmazione il discorso può essere ribaltato. Se ad esempio per un tot di storie consecutive o molto ravvicinate mi becco Tex impegnato in una rissa in un saloon quella è una situazione talmente generica e di routine per il personaggio che non ci faccio caso, ma se, come è capitato ultimamente, per tre storie mi ritrovo Tex che affronta in duello un indiano (e abbuono il semi-duello col fessacchiotto di "Partita pericolosa"), ecco, quella è una situazione più specifica, più "drammatica" e centrale nelle trame, che quindi un po' un senso di ripetitività e monotonia me la da. Che poi, nonostante la ripetizione di alcune situazioni e di alcuni personaggi, le trame differiscano lo so anch'io. Ci mancherebbe altro, permettimi di dire. Del resto ho stesso ho scritto che l'ultimo albo tuo e di Biglia è bellissimo e anche la storia di Ticci e Ruju era molto bella, e su quanto mi sia piaciuto questo texone ho abbondantemente scritto. Tutto questo nonostante siano state tutte precedute da due storie di Faraci sempre con di mezzo indiani più o meno bellicosi. Quindi la ripetitività delle tematiche, non inficia il mio gradimento delle storie. Ma la stessa tematica ripetuta cinque volte resta la tematica ripetuta cinque volte, per quanto possa essere generica e possa consentire la massima libertà. Gli indiani coi banditi nel western fanni 50% e 50%? Ok. Allora negli ultimi mesi abbiamo visto solo un 50%. La ripetitività nelle vecchie storie di Bonelli c'era nei primi dieci - venti anni della serie, tempi eroici e più rilassati di cui tutti subiamo il fascino, ma che spero nessuno voglia portare ad esempio come modello per una serie pubblicata nel 2016, soprattutto a livello editoriale. Comunque da fine dei 60 in poi, con la maturazione della serie, mi sembra che accadeva molto raramente che si ripetessero le stesse tematiche storia dopo storia, anzi mi pare ci fosse una certa attenzione nel garantire una forte alternanza, anche con storie spesso extra-western. Quindi o per molti anni la varietà è stata una casualità o funzionava qualcosa che oggi funziona meno. Cosa succederebbe se su Dylan Dog pubblicassero casualmente cinque storie consecutive con i lupi mannari? O se su Julia pubblicassero cinque storie consecutive su dei rapinatori di banche? Anche fossero storie valide e diversissime tra loro, ci sarebbe un ovvio e persino giustificato malumore tra i lettori. Siamo tutti d'accordo che il western è un genere che sopporta meglio le ripetizioni, che non ha il bisogno di varietà dell'horror e del giallo, e infatti, ribadisco, nessuno stronca una storia perché "c'erano gli indiani anche nelle storie prima: che noia che barba, che barba che noia". Però notare che "c'erano gli indiani anche nelle storie prima" non è da tignosi e cavillosi, è da normali lettori che amano anche la varietà. Adoro le cotolette alla milanese e il puré, ma non li mangerei cinque volte di seguito, Neanche tre.
  9. [Texone N. 31] Capitan Jack

    Sono passati più di tre mesi dal mio primo e ultimo post su questo forum. Avevo intenzione di intervenire più spesso, ma gli impegni della vita sono quel che sono. Così non ho potuto commentare come avrei voluto la molto buona doppia di Ticci sceneggiata da Ruju e il bellissimo albo in edicola di Biglia e Boselli, che promette di essere l'inizio di una grande tripla. Ma rubo però un po' di spazio agli impegni per commentare questo straordinario texone. Anche se sono quindi soddisfatto delle ultimissime storie di Tex, devo però iniziare con una critica: siamo o non siamo in internet? Non ho ben capito cosa si sia inceppato nel meccanismo di programmazione delle storie del nostro ranger, ma qualcosa mi pare si sia proprio inceppato. Perché dopo un anno in cui si erano accavallate troppe storie incentrate su false accuse e tapini inseguiti, quest'anno sembra che non ci sia storia di Tex che non sia incentrata sulle rivolte indiane. Per carità di dio, meglio così, visto che è un tema molto più western e meno melenso dell'innocente perseguitato che deve essere salvato, ma lo stesso questo alternarsi di storie molto simili tra loro non mi fa una bella impressione. Peccato sicuramente veniale, l'importante è che le storie siano belle, ma insomma. Texone straordinario, dicevo. Ma non poteva essere diversamente trattandosi di un maestro come Enrique Breccia. Chi come me è cresciuto negli anni 70 e 80, l'epoca d'oro in Italia per la pubblicazione del miglior fumetto argentino, non può non provare un senso di venerazione per i due Breccia, padre e figlio. E visto l'impossibilità di sognare un texone disegnato dal padre Alberto, fin dai tempi dei primissimi texoni avevo sognato un texone disegnato da Enrique. Ci sono voluti quasi 30 anni, ma alla fine il sogno si è avverato e non mi ha deluso. Ovviamente i texoni da un punto di vista grafico non hanno quasi mai lasciato a desiderare, ma poche volte mi era capitato di trattenere quasi il fiato e rimanere a bocca aperta girando le pagine come in questo caso. Anzi a pensarci proprio mai, nemmeno con Magnus e altri dei volumi storici della collana. Breccia fa uscire dalle vignette il senso della polvere, del vento, della nebbia, dando quindi una sensazione unica di realismo, ma allo stesso tempo crea il West più fantastico e irreale mai visto sulle pagine di Tex. I suoi boschi intricati, le sue rocce lunari, quel continuo contrappunto dell'azione con protagonisti gufi, falchi, topi magnificamente disegnati, creano un paesaggio da favola di enorme fascino evocativo. I suoi personaggi sono maschere, Tex e Carson compresi, a volte persino deformi, ma sempre incredibilmente espressive e a loro modo sempre "vere". Dove si supera è nel disegnare indiani, tra i più belli mai visti, dei totem viventi, con le facce scolpite nella roccia e nel legno. Che altro incensare? Le sue incredibili sequenze notturne, la raffinata luminosità dei flashback, la dura ma mai compiaciuta violenza delle morti? Giusto un piccolo appunto, tanto per non sembrare un fan cieco (cosa che non mi vergognerei di essere nei confronti di un Breccia, per altro): nelle ultime tavole ho ravvisato un po' di stanchezza, un filo in meno di ricercatezza negli effetti grafici. Ma parliamo di disegni da 10 che diventano "solo" da 9,5. Meno straordinaria la storia, ma forse perché ispirato dal fatto storico, forse sotto l'influenza del fosco tratto del disegnatore, finalmente Faraci scrive una storia degna di essere ricordata, dura e amara, con personaggi adulti e credibili (a parte un paio di ufficiali isterici). Suo grande merito è lasciare grande spazio a Breccia, con molte tavole "silenziose" e d'atmosfera, laddove forse un Boselli, ma anche un Bonelli e un Nolitta, avrebbero teso a riempire le tavole con baloon in ogni dove. I dialoghi sono quasi sempre sobri e secchi, le sequenze veloci e incalzanti, con il lettore che viene informato il giusto indispensabile e buttato in mezzo all'azione, sempre abbondante e spesso giustificatamente violenta. A parte un simpatico siparietto iniziale con l'entrata in Scena di Tex e Carsn, è una storia piuttosto cupa e drammatica, ma che non stringe mai la gola al lettore, riuscendo invece ad essere armoniosa e avventurosa. Non amo moltissimo le storie di Tex che si ispirano a celebri fatti storici, il rischio pedanteria stile Storia d'Italia a Fumetti di Enzo Biagi è sempre dietro l'angolo, come era accaduto, ad esempio, nella storia su Custer. Qui invece Faraci prende il fatto storico e lo "texianizza" con efficace abilità, tanto che, se non si sapesse che è un fatto storico, potrebbe passare per una classicissima storia di Tex, con giusto qualche tocco amaro e realistico in più del solito. Poche e isolate le note stonate: il tono un po' dolciastro del racconto del sergente Morrison, un Tex un po' supereroisticamente messo sempre lì a correre e a sparare contemporaneamente con due pistole. Cose minime. L'unico grosso difetto è forse l'esageratissimo e alla fin fine monotono tiro al bersaglio della battaglia: mi pare quasi 25 pagine di bang-bang zip-zip aaah, bang-bang zip-zip aaah. Lì è Breccia che fa miracoli e rende viva e drammatica una scena altrimenti persino grottesca nella sua ripetitività. Un texone per me da sfogliare e risfogliare.
  10. [664/665] Partita Pericolosa

    Esordire parlando male di una storia non è il massimo della simpatia, ma è la storia che ho appena finito di leggere ed è quella di cui mi va di parlare. Dunque. Con questa due albi mi ero messo lì speranzoso di "sorseggiare" un buon Tex, aspettandosi l'equivalente fumettaro di un buon whisky, o perlomeno di un buon amaro. All'inizio il sapore, pur non molto alcolico, sembrava quello giusto, ma alla fine in bocca resta poco e la storia si rivela per quello che è: un rosolio per signore. Pure un po' annacquato. Mica è una brutta storia, eh. Leggibile, fatta a modino. Ma innocua e insapore. E imbrogliona. Promette tante cose e non ne mantiene mezza. Per due terzi scarsi mi è parsa interessante e scritta bene. Ma nell'ultimo terzo tutto l'impianto narrativo che era stato messo in piedi mi è sembrato crollare. Ho avuto anche la sensazione di un brusco calo nella scrittura, diventata come più piatta e ingessata. S P O I L E R Le "promesse" non mantenute. Vediamo e ci vengono raccontati tutta una serie di soprusi che subiscono gli indiani per portarli a una rivolta. Non solo, Tex deve giustamente uccidere per autodifesa ben cinque indiani. Da una situazione così ambigua e esplosiva mi aspettavo un minimo di tensione, una qualche difficoltà per fermare la rabbia e la ribellione. Macché, Tex tira fuori il wampum, si mette in posa fiera e tutto fila liscio che più liscio non si può. I cinque morti subito archiviati, che sarà mai. L'unico indiano che non si fa comandare immediatamente a bacchetta da Tex è sistemato con uno sgambetto e due schivate. Ma dopo essere stato umiliato il giovane cambia idea nel giro di un nonnulla e pure lui diventa subito pappa e ciccia con Tex. Abbiamo uno squadrone militare che si inoltra in territorio indiano per una spedizione punitiva. Quali raffinate tecniche di guerriglia metterà in atto Tex per fermarne l'avanzata? Ma niente, basta che gli indiani per DUE VOLTE si nascondano dietro agli alberi e i furbissimi militari sono gabbati. I soldati assediati nel villaggio. Un capovolgimento di fronte interessante. Anche qui speravo in un po' di tensione, di dramma. Invece muore un soldato, ma subito ci assicurano che era uno dei cattivi, quindi no problem. E anche qui basta che Tex vada a spargere carisma gratis perché tutto si risolva nel modo più facile e indolore possibile. Entra tranquillo da rinnegato e assediante nel villaggio, accusa il sergente di essere cattivo e di dire le bugie, gli molla un cazzotto e i soldati totalmente inebetiti sono in men che non si dica tutti pronti ad arrendersi. Complici del sergente compresi. Che poi, mi mettono come antagonista un terribile sergente con una faccia alla Lee Marvin, e poi basta uno, e dicesi UNO, sganassone perché cali le braghe? Naturalmente può starci benissimo una storia in cui Tex risolve tutto a colpi di carisma e carattere, invece che a cazzotti e pallottole. Ma se quel carisma e quel carattere si esprimono in situazioni che si risolvono sempre nel modo più facile, alle prese con i personaggi più arrendevoli, trovando sempre le scappatoie più semplici, l'impressione finale è solo di vuoto pavoneggiamento. Poi, come ho detto, per due terzi la storia tutto sommato funziona e l'ambientazione con la neve ha sempre il suo fascino. Quindi non un disastro. Ma una discreta noia.