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TWF - Tex Willer Forum

Texan

Allevatore
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About Texan

  • Rank
    Scrittore
  • Birthday 03/24/1967

Profile Information

  • Gender
    Maschile
  • Interests
    Musica, Cinema, Fumetti, gli Anni 70 e 80, l'Amore, il Gotico, il Mistero e il Soprannaturale
  • Real Name
    Antonello

Me and Tex

  • Number of the first Tex I've read
    150
  • Favorite Pard
    Tex
  • Favorite character
    Yama

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  1. Ignoravo la questione di Zagor... e ovviamente il mio discorso non aveva nulla di soprannaturale!, i miei riferimenti (come si può evincere dallo scritto) andavano a Ken e Mae, a Gunny Bill e Jim Bridger, persone in carne ed ossa e non a Manito, Budda o Allah. PS: Comunque (e perdonami questa considerazione, ma mi cadono un po' le braccia), quando sento parlare di "polemiche che imperversano su Zagor" e Tex e Pincopallo mi chiedo se tutta questa gente non abbia niente di meglio da fare nella vita! Pure a me piace Tex e mi ci appassiono, vengo qui e ne parlo... però non ne faccio una religione e se toccare GL Bonelli (autore con cui ho passato la fase più bella della mia vita) significa toccare Gesù Cristo quasi quasi ci rinuncio! Emmamma mia, sono fumetti!!!
  2. Sì, certo. La questione del cowboy è nata in merito a quello che è Tex all'inizio di "Tra due bandiere" e sull'uso piuttosto generico che si faceva allora del termine.
  3. Forse ho usato impropriamente qualche termine dando un'impressione errata del mio punto di vista. Tex è ovviamente un eroe, dall'inizio, ma quello che volevo dire è che non era ancora una celebrità del West. Celebrità erano Kit Carson e Arkansas Joe, che per Tex stesso erano dei miti. Tex è eroe per quello che fa non per la statura acquisita. E' eroe per le imprese straordinarie che compie e per la gente comune che lo sente vicino ad essa. Un eroe del popolo. Circa la predestinazione, ovviamente, intendo la cosa tra virgolette. Non c'è nessun diritto di nascita per Tex, è evidente. Ed è vero che GL Bonelli ha inventato Gunny Bill. Ciò che ho voluto sottolineare è stato il fatto che tu gli hai anteposto Jim Bridger e questo passaggio di consegne, anche se non esplicitato pienamente, si intuisce ed è significativo. E anch'io non ho mai pensato a Tex come uomo qualsiasi. Era la mansione di cowboy ad essere "qualsiasi" rispetto alle successive onorificenze di ranger, capo navajo e agente indiano. Un eroe infallibile nelle vesti "qualunque" di cowboy (o di ranger in incognito)... I lettori non si identificavano in lui ma avrebbero voluto Tex tra loro a sbrigare le cose in quella maniera lì. Oggi magari è un po' diverso e molti lettori attuali amano il West come periodo storico e esperienza di fantasia.... Quindi mi trovo assolutamente con quanto hai scritto tu.
  4. Virgin, non credo che tu abbia avuto modo di seguire Tex "in diretta" negli anni 70, 80. 90, eccetera. Hai probabilmente "recuperato" Bonelli quando erano già attivi Nizzi e Boselli e quindi comprensibilmente non ti sei reso conto di come il personaggio si sia "ingigantito" nel tempo. Ma la percezione che si aveva di Tex negli anni 70, per dire, non era mica la stessa di quella che si avrà di lui negli anni 90 e duemila! Solo nel tempo e grazie al favore dei lettori, Tex ha acquistato un'aura, diciamo così, "mitica". Di essere un portento con le pistole lo è sempre stato, ma Bonelli non credo abbia mai pensato a Tex come una leggenda vivente. Forse nei suoi ultimi anni e nemmeno ne sono sicuro. Perché in tal caso sarebbe mancata quell'identificazione con l'uomo comune a cui tanto teneva e che era stata poi la chiave del successo di Tex. Oggi Tex prospera per la qualità delle storie e grazie alla rendita del suo marchio. Ma non c'è più quell'identificazione diretta che un tempo permetteva a molti di immedesimarsi nel personaggio. Oggi Tex è un (mitico) personaggio dei fumetti, nei confronti del quale il lettore è consapevole della propria distanza. Ama Tex, ma non vorrebbe vivere nel West e magari farsi giustizia da solo - mentre questo fascino per il giustizialismo era un tempo piuttosto forte (e forse sta tornando in auge). Oggi noi in Tex vediamo il West, mentre mio padre dietro il West guardava con soddisfazione i cazzotti che si beccavano i malcapitati. Figurati se avrebbe guardato, lui, al rigore storico di una colt disegnata o di un avvenimento narrato. Il West erano sparatorie e cazzotti, altro che! Era l'adrenalina di un inseguimento nella prateria! Oggi tutto ciò ha un peso decisamente minore tra i lettori di Tex. Che sono più istruiti, più smaliziati e vogliono godersi una storia che sia non solo bella ma anche non banale. Non basta far correre Tex in sella a Dinamite... Dunque il focus si è spostato dal personaggio alla storia. A furia di storie sempre nuove, scritte e disegnate molto bene, Tex è diventato un eroe leggendario. E più macinava centenari e seppelliva non solo nemici ma anche tanti suoi competitors a fumetti più questa leggenda prosperava. Più Tex restava nelle edicole e più andava nelle librerie, più riceveva attenzione dei media. E tutto questo ha ingigantito l'alone del personaggio con un riflesso che ha interessato le stesse vicende a fumetti. Ma il reporter che è andato ad intervistare Tex chiedendogli conto delle sue mille imprese sarebbe stato impensabile ai tempi del Figlio di Mefisto.... mentre oggi ci sembra cosa logica e naturale. Per dare spiegazione plausibile di quanto avvenuto nel corso di settant'anni, Boselli fa di Tex un predestinato, mettendolo in condizione di diventare ciò che effettivamente è diventato.
  5. Nel n.1 Tex è un fuorilegge tutto fuorché leggendario, tant'è che di fronte a Kit Carson e Arkansas Joe prova quasi soggezione. Nel Passato di Tex dimostra di essere molto abile con le pistole, ma per dargli una dimensione Bonelli non gli mette il mantello di Zorro, ma lo fa gareggiare nei rodei accanto ad altri anonimi cowboys. E in Tra due bandiere è cowboy e basta...
  6. Hai travisato quanto ho scritto... Non ho detto che GLB sia anacronistico né che con GLB Tex sia rimasto cowboy (lo era agli inizi). Boselli ha dovuto far conto proprio dei cambiamenti intervenuti nei decenni e trovare il bandolo per un filo conduttore. Tuttavia ho sottolineato anche il fatto che riproporre Bonelli oggi tale e quale non avrebbe alcun senso e la collana "Tex Willer" non è una ripetizione pedissequa delle prime storie. Una cosa è mantenere lo spirito glbonelliano, altra è seguirne pari pari contenuti e stile. Come già in Nueces Valley, anche la nuova serie si caratterizza per dei motivi che sono più tipici di Boselli che di Bonelli, ovvero il voler costruire un mondo intorno a Tex. Ovvero, la volontà di inserire quest'ultimo in un cast costituito non già da comprimari o semplici comparse, funzionali al protagonista, ma da attori dotati di una certa consistenza con cui il protagonista si rapporta in un contesto più credibile e storico, necessario per incontrare il gusto del pubblico odierno (compresi quei vecchi lettori, che con gli anni si scoprono cambiati).
  7. Ti ho messo un like perché hai risposto a Virgin come meglio non avrei saputo fare io. Non è stato facile nemmeno per me abituarmi ad un Tex da leggenda, ma dopo 70 anni di storie era naturale che il personaggio nel tempo mutasse. E scommetto che tantissimi dei lettori abituali di Tex inorridirebbero all'idea di rivederlo semplice cowboy. Chi legge Tex lo vuole invincibile e capace di eroismi sovrumani. Lo vuole ranger implacabile e inflessibile difensore dei pellerossa così come d'ogni altra minoranza vessata. A chi frega, oggi, di un "cowboy"? Eppure la mia generazione è cresciuta con quelli lì, mica con Walker Texas Ranger, e Balla coi lupi è arrivato molto dopo di Alla conquista del West, per non parlare di Rin Tin Tin... Nonostante ciò e nonostante quei ricordi abbiano lasciato un segno indelebile nella mia vita, devo confessare di non rileggere una storia di Gianluigi Bonelli da tantissimo tempo. Quelle storie, quei classici, le ho consultati, certo, in occasione dei miei studi, ma una vera rilettura di "Tra due bandiere" o del "Re del Rodeo", tanto per restare in tema, non l'ho fatta né sento la voglia di farla. Perché quegli albi fanno parte ormai per me di un mondo passato, bellissimo per il ricordo, ma che per la persona che sono diventata adesso hanno da dirmi poco o punto. Con questo non intendo dire che siano "datate", allo stesso modo in cui non considero datati i capolavori di Ford, Hawks e compagnia bella. Semplicemente io oggi, quando leggo un fumetto o guardo un film, ancora di più se di genere western, ho bisogno di un approccio diverso, che tenga conto delle esperienze e della riflessione culturale di cinquant'anni. Io credo che Boselli abbia realizzato un capolavoro di equilibrio. Nel senso che ha messo nel suo Tex gli ingredienti giusti e necessari per far sì che si potesse recuperare un passato ingombrante e però importantissimo in un'ottica attuale. Anche il suo Tex inedito riesce a sostenere siffatta eredità senza esaurirsi in un mero esercizio di stile ma nel provare a rilanciare la palla avanti, dicendo qualcosa di nuovo, stimolando un pensiero, eventualmente anche una polemica. Non ricordo chi diceva che "i libri che ti fanno crescere sono quelli che ti fanno male". A me il Tex di Boselli in alcuni punti ha fatto malissimo, l'ho trovato ostico e mi sono trovato in conflitto con esso. Ma mi ha stimolato una riflessione e questa riflessione è stata costruttiva per me, nella misura in cui voi neanche immaginate, in quanto è andata ben oltre l'ambito texiano (e su questa maturazione, se ce la faccio, prima o poi ci tornerò). Chiudo con un un'ultima considerazione. Qualche mese fa mi è venuta voglia di comprare un numero di Diabolik in edicola. Non sono mai stato un lettore accanito, ma ero pervaso dall'idea che potesse avere un senso per me, oggi. Ebbene, è bastata la lettura di una ventina di paginette, con quelle macchine, i diamanti, la casetta fuori mano del riccastro eccetera, da darmi un'incredibile sensazione di déjà-vu, in questo caso per nulla accattivante. Mi è venuto da pensare: com'è possibile che a distanza di quarant'anni, da quando cioè lo leggevo insieme ad altri neri, questo fumetto non sia cambiato di una virgola? E cosa possono dirmi oggi i diamanti e l'upper class? Assolutamente niente. Non solo ho abbandonato ogni ipotesi di riprendere la serie, ma non ho manco finito di leggere quell'albo. E la valutazione circa il Diabolik attuale, sicuramente affrettata e magari persino errata, è comunque rimasta quella di una rifrittura. Ecco, ho voluto fare quest'esempio (che forse a qualcuno spiacerà e troverà ingeneroso), per dire che Tex avrebbe potuto continuare lungo una certa scia usando linguaggio e figure diventate abituali a noi tutti. Ma che senso avrebbe avuto? Il mondo di Gianluigi Bonelli e anche quello di Nizzi non è più il nostro. E' cambiata la percezione circa la storia del West e l'epopea riguardante questa. Nessuno gioca più a "indiani e cowboy" e Terence Hill per avere visibilità ha dovuto abbandonare cappellaccio e pistole in luogo di una tunica da prete. Il western non tira niente e i bambini odierni manco sanno cosa sia, ma il nostro Tex continua a vedersi e a vendersi in edicola. Non è un miracolo, ma il giusto premio per chi, fin qui, ha lavorato molto bene.
  8. Sì, ma questo lo sappiamo noi che vogliamo salvare la capra coi cavoli. Quando scrisse "Tra due bandiere", Bonelli immaginò Tex come un "povero cowboy" e cowboy pure era ne "Il passato di Tex". Tuttavia queste due storie non hanno una consequenzialità, sono due "starting point" piuttosto autonomi l'uno dall'altro che per ragioni editoriali si sono poi dovuti sistemare in un certo modo.
  9. Grazie Franco.... purtroppo come spesso mi capita cedo alla fretta di pubblicare quanto scrivo e immediatamente dopo ritrovo errori di battitura e qualche ripetizione che potevo evitarmi con una rilettura più attenta. Sono riflessioni che ho raccolto in gran parte nella giornata di ieri, ma che frullavano nella mia testa da qualche tempo.
  10. Esplorando il “nuovo mondo” di Tex Di Antonio F. Gianluigi Bonelli si teneva lontano dal Mito e dalla Storia. Il suo Tex era un semplice cowboy che era riuscito a diventare, in maniera piuttosto casuale ed imprevista, solo un “re” del rodeo. Aveva partecipato alla Guerra Civile spinto da motivazioni non troppo idealistiche e si era ritrovato una moglie indiana senza un vero perché. Tuttavia, a dispetto di degli inizi, piuttosto banali ed insignificanti, il suo Tex era diventato negli anni un autentico Padreterno, famoso nel West come infallibile ranger e autorevolissimo portavoce degli indiani. Aveva vinto a duello persino Buffalo Bill. Come fosse accaduto un miracolo di tali dimensioni, il padre letterario di Tex non si era premurato affatto di spiegarlo. E fino a quando il fumetto è rimasto un prodotto di consumo popolare e uno svago a bassissimo costo, nessuno si è mai preoccupato più di tanto di far notare incongruenze e stranezze. Tex era un uomo a posto che si era fatto da solo, un vero self-made man in tempi in cui il mito della Frontiera si alimentava di attori popolarissimi, veri eroi del Grande Schermo, quali Gary Cooper e John Wayne. Al pari di questi, Tex non aveva bisogno di una biografia che ne legittimasse la statura di eroe, rappresentando le aspirazioni e la voglia di rivincita dell’uomo comune, e vivendo esclusivamente nel presente immaginifico dei propri lettori. Man mano che il tempo passava, tuttavia, i lettori iniziarono a chiedersi il “quando” e il “perché” delle cose. E i numeri degli albi di Tex iniziarono a diventare troppi per non richiedere che vi si mettesse mano per conferire un po’ d’ordine e di linearità ad una vicenda divenuta nel frattempo leggenda. Leggenda a fumetti e leggenda editoriale, con quest’ultima che ha dato paradossalmente la spinta alla costruzione sistematica della prima. Nueces Valley, il passato prima del passato Il passato bonelliano di Tex si articolava fondamentalmente in due storie, famosissime: “Il passato di Tex” e “Tra due bandiere”, pubblicate rispettivamente nel 1967 e nel 1973. Ma ecco che dopo quarant’anni e passa di avventure e di vendite leggendarie, il retroterra bonelliano non basta più a supportare un personaggio divenuto “larger than life”. Allora Mauro Boselli, nelle vesti di sceneggiatore e curatore della collana, sente la necessità di aggiustare e aggiornare la rotta, facendo di Tex un westerner autentico e predestinato al mito. Lo fa, per l’appunto, inserendolo nella scia luminosa di una leggenda storicamente esistita, quel Jim Bridger col quale si apre e si chiude quella che è pure la più importante, in senso biografico, avventura di Tex. “Nueces Valley” intende partire dagli albori, facendo vedere tutto quello che era accaduto prima degli eventi narrati nel “Passato di Tex”, ovvero l’uccisione di Ken Willer e Tex divenuto suo malgrado fuorilegge. Mauro Boselli è un autore che ha ripreso molti temi di Gianuigi Bonelli, ma al tempo stesso ha uno stile e un intento narrativo profondamente diversi dal creatore di Tex. Sintetizzando all’estremo potremmo dire che Bonelli privilegiava sempre e comunque Tex, nella figura del quale si rivedeva in un processo di autoidentificazione, mentre Boselli è più interessato alla storia in se. Non a caso, le sceneggiature contemporanee di Tex si fanno apprezzare per le trame e le sottotrame, la vasta gamma di personaggi in primo e secondo piano, i colpi di scena sempre presenti, etc. Sono storie meno immediate e più complesse per un pubblico fattosi negli anni più adulto e smaliziato. “Nueces Valley” è costruita secondo uno schema tipicamente boselliano. Ovvero, è una storia “con” Tex, ma non proprio, a ben vedere, una storia “di” Tex. Non a caso il titolo richiama uno scenario e non si esaurisce nel più convenzionale “Tex racconta…” o “Le origini di Tex”. Qui si narrano le origini dell’eroe ma non solo. Per spiegare la natura del “Mito Tex”, Boselli ricorre alla Storia e alla Leggenda americane, come in qualche misura aveva già fatto per il suo romanzo “Tex Willer. Il romanzo della mia vita”, pubblicato nel 2011 da Mondadori. Tex Willer, secondo Mauro Boselli, è quello che si dice un predestinato. Tutti i passaggi mirabili che lo porteranno da fuorilegge a ranger a capo indiano e infine ad agente navajo non sono frutto del caso. C’è un luogo originario, bello e impossibile, in grado di forgiare la tempra. C’è una famiglia e una comunità dai valori semplici quanto solidi a delineare un carattere. Ci sono uomini d’avventura e addirittura eroi del folklore a tracciare la rotta. Se la vita di Tex, nonostante le gravi disgrazie patite sul piano personale, è stata per così dire un successo, le ragioni di ciò si trovano a monte. Vediamo come e perché. Da Jim Bridger a Tex Prima che un’epopea inizi, c’è sempre un antefatto da narrare. E il “bing bang” nel nostro caso non coincide con la nascita dell’Eroe, ma con la marcia di alcune carovane di coloni verso una valle ancora selvaggia e spopolata, nella Repubblica del Texas, anno 1838. E’ il West nella sua fase primigenia, in cui a spiccare è la figura del “mountain man”, l’esploratore, il cacciatore di pellicce. Compaiono due personaggi che entrano di diritto e per primi nella storia di Tex. I primi di una lunga lista di figure inedite che rinfoltiranno il pantheon texiano, chiarendolo e delineandolo nei suoi precisi contorni e in qualche caso collegandolo ad un’altra Storia, quella con la “esse” maiuscola. Accanto al buon e giovane Jim Baker, dal pittoresco cappello munito di penna d’oca, c’è infatti un uomo che è già un eroe del West, ovvero quel Jim Bridger sulla cui vita leggendaria si scriveranno celebri canzoni del folklore western. Quando sarà bambino, il piccolo Tex conoscerà Jim Bridges e inizierà a costruire il proprio cammino sulle gesta di lui, sul mito del grande eroe capace di grandi imprese, armato di coraggio e innato spirito per l’avventura. Bridges, che nel 1838 ha pressappoco gli anni del Tex attuale (guardacaso, ma niente qui è davvero legato al caso), rappresenta il prototipo dell’eroe a venire, il primo di una lunga serie di rimandi che costelleranno la nostra saga e il più importante di questi. Soffermiamoci su questo punto perché marca un profondo distacco tra il Tex di Bonelli e quello di Boselli. Il Tex di Bonelli ha poco o nulla di storico. E’ un cowboy e le sue avventure si svolgono del West, ma nei fatti è un “uomo qualunque” che reagisce alle prepotenze e ai soprusi con un occhio nemmeno troppo velato alla quotidianità. Il West per lui è solo uno sfondo, un luogo dell’immaginario in cui il cittadino onesto può prendere a cazzotti chi gli pesta i piedi senza i lacci e i lacciuoli dello Stato civilizzato. Una visione anarcoide dell’americanismo in salsa italiana che ebbe un notevole seguito popolare nel dopoguerra. Bonelli sottolinea più volte il retroterra povero e insignificante di Tex. Il ranch paterno “non era gran che” e il nostro dimostratosi abile con le pistole e i cavalli ma incapace di scrivere una lettera o di metter su un allevamento di vacche. Allo scoppio della Guerra Civile è ancora, per sua stessa ammissione, solo “un povero cowboy” con un insuccesso alle spalle e nessun particalare sogno riguardo al futuro. Anche la sua partecipazione al conflitto è più dettata dalle contingenze che da un nobile ed “eroico” idealismo. La storia in questione è un capolavoro, cruda e drammatica come poche, ma non ha il tono epico dei grandi appuntamenti con la Storia. Al contrario, Bonelli opta per un profilo volutamente basso che potesse permettere l’identificazione dell’uomo comune con Tex. Ma è davvero possibile, oggi, paragonarsi a Mr. Willer? I coloni della Nueces Valley Dicevamo di Bridger. Il suo arrivo è fondamentale per la salvezza dei coloni da un attacco indiano e le luci si accendono finalmente su questi pionieri. Alla guida dei quali c’è un certo Maggiore Leavitt, che ricorda di aver combattuto gli Shawnee di Tecumseh “quasi trent’anni fa”, rimandando ancora indietro le lancette dell’orologio agli albori di un West situato allora “ad Est”. Se Bridger non ha tratti particolari, Leavitt è una figura caratteristica: massiccio, in tuba e basettoni imbiancati, ha un modo di fare rude, burbero, ma comunque simpatico. Quindi c’è Clark, uomo ancora giovane e impetuoso, portato a darle come a prenderle, rivelando però l’animo di una persona onesta e non di un attaccabrighe. E poi, ancora, troviamo una coppia di giovani sposi, con lei in attesa dell’imminente nascita di un bambino. Si chiamano Ken e Mae Willer e sono, come si capisce bene, i futuri genitori di Tex. Non più semplici nomi o figure anonime, magari inquadrate unicamente di spalle. Hanno invece un corpo e un volto. Entrambi di bell’aspetto, mostrano fortezza d’animo e l’umiltà di chi non è abituato a prevaricare il prossimo. Aspetti che ritroveremo poi nel carattere di Tex. Ken mostra i tratti fieri e al tempo stesso pacifici dell’uomo dall’animo nobile. Mae, i lineamenti dolci e lo sguardo velato di malinconia di chi è purtroppo destinato ad una breve quanto sfortunata vita. Particolari da tenere d’attenzione per comprendere appieno il personaggio di Tex. Il primo scontro armato di questi coloni è con la tribù comanche di Buffalo Tail. L’antefatto finisce qui ed è una bella pagina western che funge da sfondo alla saga texiana. E’ il retroterra che Tex, non ancora nato, si porterà inconsciamente dentro di sé, mentre i personaggi di quelle carovane, da Leavitt e Clark ad altri di cui faremo presto conoscenza, saranno i primi esseri umani che popoleranno la sua mente e coloreranno la sua esistenza. La Nueces Valley di Bonelli si riduceva semplicemente ad un nome, ad un punto sperduto su una cartina di un Paese lontano, il famoso “Texas dei cowboys”. Grazie all’albo di Boselli, adesso conosciamo per davvero quel posto e l’insediamento umano che vi prese piede permettendo la nascita del nostro. Tex non nasce isolato, come avrebbe voluto Bonelli, desideroso in cuor suo di vedere la tabula rasa intorno al suo alter ego, ma all’interno di una comunità. Vediamo la fertile valle coi ranch ivi costruiti e la gente che si raccoglieva unita in occasioni di eventi lieti quanto spiacevoli. Come già preannunciato da Bonelli, la madre di Tex muore presto, lasciando il figlio maggiore e il più piccolo Sam privi delle necessarie cure materne. Tex perde la madre a cinque anni e lo vediamo al funerale composto, l’espressione appena triste e lo spirito già forte e virile da non cedere alle lacrime. Un ragazzo di nome Tex A questo punto la storia ha un balzo temporale di sei anni e ritroviamo Tex undicenne fare conoscenza del grande e famoso Jim Bridger. A quest’età il nostro Tex è un ragazzetto piuttosto fiero e sveglio dalla lingua pronta (“Capita, quando si cresce senza la madre!, dirà poi, ridendosela sotto i baffi, suo padre Ken). Spara al cappello di Jim Baker scambiando la sua penna per quella di un’anatra e si giustifica dell’accaduto senza un’ombra di scusa. Gli appassionati di Tex non potranno non aver immediatamente collegato l’accaduto con la simile vicenda che vide partecipi, nel dodicesimo albo della serie, il giovane Kit e il suo “padrino” Kit Carson. Tale figlio tale padre, verrebbe da dire. Uno di quei rimandi a cui accennavamo. Come Kit, anche Tex mostra in gioventù il carattere di un “impudente monello”. Di tutt’altra pasta sembra essere fatto, al contrario, il fratello minore Sam. Questa figura è stata approfondita da Boselli acquistando un peso diverso rispetto al veloce schizzo originario. Bonelli aveva dipinto Sam, da adulto, semplicemente come un uomo fortemente legalitario e dall’indole sedentaria: un allevatore. Boselli accentua la sua disparità da Tex mostrandoci un bambino che non è cresciuto abbastanza in fretta e con la scorza altrettanto dura del fratello maggiore. Sam ha un carattere più debole, più timoroso e bisognoso di una guida, laddove il piccolo Tex mostra già di avere la stoffa del leader. Nella versione bonelliana a dividere i due fratelli è fondamentalmente l’approccio giustizialista/legalitario, mentre in quella boselliana il discrimine maggiore è dato dal coraggio e dallo spirito avventuroso che caratterizza Tex a dispetto di Sam. La minore vivacità di quest’ultimo viene spiegata in virtù di una sua maggiore vicinanza alla figura paterna, a quel Ken Willer che con gli anni ha un po’ perduto l’antica spregiudicatezza del pioniere per acquisire i tratti più compassati e pragmatici di chi si è rintanato in un ranch. Al contrario, Tex sprizza vivacità da tutti i pori essendo cresciuto sotto l’ala protettiva del cowboy Gunny Bill, il tuttofare di casa di Willer, già presentatoci da Bonelli con tratti fondamentalmente identici a quelli riproposti qui da Boselli. Alla differenziazione tra Sam e Tex corrisponde quella tra Ken Willer e Gunny Bill, più serio e pacato il primo, più sanguigno e dinamico, nonostante l’età avanzata, il secondo. Ma Gunny Bill è anche, a partire dal piano esteriore, prefigurazione di Kit Carson, l’”eroe del west” che Tex riconoscerà e a cui stringerà la mano con soggezione il giorno del suo ingresso nel corpo dei rangers. Gunny Bill ha alimentato la fantasia del piccolo Tex suscitando in lui il gusto per l’audace avventura. E ad undici anni Tex troverà davanti a sé una figura di dimensioni ancora maggiori, il famoso Jim Bridges, le cui vicende si erano già incrociate con quelle della sua famiglia ai tempi dell’insediamento nel Nueces. Dunque, Jim Bridges, Gunny Bill, Kit Carson rappresentano in qualche modo le varie tappe che porteranno Tex a diventare la leggenda a noi nota e ad allontanarlo da una più comoda e meno altisonante esistenza da cowboy. Proprio ciò che sceglierà di essere suo fratello Sam, in virtù della relazione piuttosto stretta col padre Ken. Questo ci permette di dire che Tex è cresciuto con due “padri”: quello naturale, Ken, e quello “spirituale”, presente nelle figure di Gunny Bill e Jim Bridges. Sono loro che hanno posto le basi perché Tex diventasse il “tizzone d’inferno” mai sazio d’avventure che ancor oggi riconosciamo. La comunità del Nueces La Nueces Valley di Boselli non è la terra inospitale e semideserta intravvista nel “Passato di Tex”. Non uno sputo di Paese dimenticato da Dio. Al contrario è un piccolo Paradiso verdeggiante e discretamente abitato, per quanto soggetto a quelle disgraziate scorrerie che ne segneranno tragicamente il destino. Ma ciò che caratterizza lo speciale albo boselliano, a parere di chi scrive, è soprattutto l’affresco umano che ci mostra in essere una comunità, la comunità dei coloni del Nueces, entro la quale il nostro Tex si è trovato a trascorrere la prima fase della sua importante vita. Abbiamo già detto del Maggiore Leavitt, di Clark e ovviamente dei coniugi Willer. Col proseguire della storia faremo però conoscenza anche di altri personaggi, alcuni dei quali piuttosto importanti. C’è Joey, lo schiavo di mr. Clark, buon lavoratore e suonatore col banjo di minstrels shows. C’è il vecchio Lonny Nelson, una dura e apparentemente sgradevole figura, che vincerà gli iniziali pregiudizi verso i neri finendo col comperare Joey da Clark allo scopo di concedergli quindi la libertà. C’è in definitiva molta America in queste pagine e ancor più dell’avventurosa “cattle drive” lo dimostra la vicenda di Joey contemporaneamente narrata – dalla scazzottata a difesa dei suoi diritti fino alla concessione della libertà con relativa festa di popolo e musica Old Time. Joey prefigura Jethro, altro nuovo e futuro character della continuity boselliana ed è ciò che Bonelli in “Tra due bandiere” aveva toccato forse un po’ troppo frettolosamente preferendo soffermarsi su un generico rifiuto di ogni guerra. Boselli ci mostra invece qui un Tex che assorbe in ambito familiare e comunitario quei valori di eguaglianza e di tolleranza che gli riconosciamo ma di cui non conoscevamo l’origine. Infine, da sottolineare una presenza femminile in un contesto fondamentalmente maschile. Quella dell’aggraziata Edith, la ragazzina con la treccia bionda che fa gli occhi dolci non ricambiata al giovanissimo e impavido Tex, per ripiegare poi sul più disponibile Sam e infine sposarsi in un futuro che chissà se ci sarà narrato mai con un altro prestante uomo della compagnia, tale Jeremy Ross. Accanto a queste figure, già di un certo spessore, si aggiungono ulteriori comparse funzionali alla scena, come Carlos, il cuoco, i giovani cowboy Jack e Will, più un popolo senza nome che vediamo raccogliersi in momenti comunitari di una certa importanza, quali il ballo o una cerimonia religiosa. Questa comunità e questa valle rappresentano il primo mondo che Tex Willer ha conosciuto e da cui è partito successivamente all’uccisione del padre. Ed è legittimo pensare che questi uomini e questi luoghi resteranno impressi indelebilmente nella memoria del futuro ranger. Ci sarebbe inoltre da dire in merito ai vari Dick, Hutch e Rod, i primi pards di cui si circonderà Tex, ma si tratta di personaggi in evoluzione, sui quali è ancora presto consegnare una parola definitiva. Costoro, così come in seguito le figure inedite di Corbett e Jethro (per non dire, su un versante parallelo, di Clemmons, Lena e Donna) rappresenteranno il mondo di Tex anteriore all’epoca attuale con Carson, Kit e Tiger Jack presenti. Un mondo composito e ricco di sfumature, creato da Mauro Boselli, che non ribalta, ma rilancia su basi più contemporanee il personaggio creato settanta anni fa da Gianluigi Bonelli. Dalla Storia al Mito Per le ragioni elencate, “Nueces Valley” è qualcosa di più delle “origini” di Tex. E’ una ballata e un quadretto, una piccola epopea in puro stile western che riecheggia in alcuni tratti un altro capolavoro a fumetti, vale a dire la “Storia del West” di Gino D’Antonio. Come abbiamo detto, nel passato bonelliano il West si esalta in una sparatoria, perché il motivo centrale di Bonelli era quello di accostare Tex all’uomo comune, solitamente vessato, esaudendone i quotidiani bisogni di rivalsa. In quel caso il West rappresentava uno scenario, l’unico scenario possibile per cui una sorta di tribuno del popolo poteva scendere in strada e suonarle ai farabutti. Boselli ha invece calato il nostro Tex nella Storia, e al riguardo, se prestiamo attenzione al romanzo biografico pubblicato da Mondadori, si fa esplicito riferimento, per l’istruzione di Tex, nientedimeno che alla figura di George Washington! Nel “nuovo” Tex c’è dunque la Storia, ma questa deve piegarsi comunque alla Leggenda, secondo la celebre chiosa di John Ford. Il Tex di Boselli è contemporaneamente storico e mitico. Non più mera esaltazione del “common man” giustizialista, il Tex di Boselli – sulla scia di Jim Bridger – è un eroe destinato alla leggenda. C’è una sorta di passaggio di consegne fra il Tex adolescente e il maturo Bridger, laddove il primo dice: “Per me sei una specie di angelo custode” e il secondo replica preveggente: “Ah! Ah! Credimi, di me non avrei più bisogno, Tex Willer!” E lo stesso Bridger ottantenne, ma ancora arzillo, rivedendo Tex lo saluterà così: “Ho seguito la tua carriera, ragazzo mio! Fuorilegge, Ranger, Agente indiano… ti avevo predetto che ti saresti fatto un nome, alla Frontiera!” Le parole dell’antico Mountain Man si sono alfine avverate. La ballata di Jim Bridger sfuma nella canzone di Tex Willer. Suonala ancora, Mauro, verrebbe da dire.
  11. Texan

    [Tex Willer N. 5 / 6 / 7 / 8 / 9] I due disertori

    Aspetto di avere il prossimo numero tra le mani per esprimere il mio giudizio. Ma De Angelis già mi manca...
  12. Texan

    [700] L'oro dei Pawnee

    Ciao Barba (ti facevo più vecchio con quella barba, invece sei piuttosto giovane! ) ti dirò... la prima volta che ho guardato Ticci in un certo modo, intendo dire seriamente, è stato verso la metà degli anni ottanta... Avevo conosciuto la fanzine Fumo di China grazie a Orient Express (e a quel grande uomo di fumetti che è stato Luigi Bernardi) e ricordo un numero con intervista a Ticci. Bene, si diceva senza troppi giri di parole che in quel momento era lui il miglior disegnatore di Tex. Ricordo benissimo che quell'intervista scombinò i miei usuali parametri di valutazione. Pur in calo qualitativo (i tempi de "Il giuramento" erano belli andati) Galleppini per me era intoccabile non fosse altro per il segno grafico "raymondiano" con cui il sottoscritto e tantissimi altri lettori identificavano Tex. Quindi anche un Galep in discesa rappresentava Tex, mente Ticci era un emulo di Caniff, un'altra scuola, un'altra storia. La mia generazione ha avuto due shock fumettistici negli anni settanta. La prima fu il Topolino di Cavazzano, con un dinamismo incredibile che di primo acchito trovai orrendo. La seconda fu l'arrivo di Fusco su Tex. Oggi quel primo Fusco mi piace moltissimo, ma quand'ero bambino non lo potevo vedere. E così anche il primo Ticci, quello dei "visi allungati", che mi piaceva davvero poco. Per me Tex era Galep, punto. Poi, per rendere l'idea, due-tre spanne sotto, Nicolò, e infine, dieci spanne sotto, Letteri (il primo, quello di Chinatown). Per me Tex doveva avere la pennellata morbida e il contrasto bianco-nero accentuato che gli conferiva usualmente Galleppini. Avevo iniziato ad apprezzare il secondo Ticci (quello di Fuga da Anderville) e però non avrei mai immaginato che potesse essere lui un giorno a scavalcare Galep. Tuttavia, quell'intervista smosse molte mie convinzioni. Stimavo i ragazzi di FdC e presi in serissima considerazione che Giovanni Ticci potesse essere effettivamente il numero uno. Cosa che effettivamente era, malgrado quel tratto veloce e meno descrittivo, meno "tradizionalista" portasse una rivoluzione grafica dentro Tex (come Cavazzano su Topolino). Tuttavia, pur essendo diventato un fan di Ticci ed essermi goduto da allona fino ad oggi tutte le sue storie, a prescindere dalla sceneggiatura in questione, per il suo Tex non è stato mai Vero Amore. Non so se riesci a comprendermi... Io continuo a pensare che quello sia un bellissimo Tex, ma che non sia IL Tex - perché IL Tex ha il volto di Cooper/Galleppini, la pennellata morbida e i neri dosati in un certo modo. Per questo motivo ho capito - per quanto accettato molto di malavoglia - la scelta di Villa come copertinista di Tex. Perché Villa, se non ha la pennellata raymondiana, ha comunque quel contrasto di toni drammatico che era già di Galep e dunque poteva mettersi nella scia del Maestro. Oggi questi discorsi sul segno grafico identificativo per Tex non hanno più gran senso perché Tex non ha più un "suo" segno distintivo, dato che hanno finito per caratterizzarlo tutti. Ma sottolineo che a suo tempo la tradizione era Galep - Nicolò - Ferri - EsseGesse, e i vari Ticci, Fusco, Monti, Diso, Civitelli etc. innovatori nei confronti dei quali non è stato facilissimo affezionarsi. Come sempre accade, il ricambio generazionale ha fatto sì che la tradizione di oggi sia rappresentata dagli innovatori di ieri e l'avanguardia odierna dai Mastantuono. Così ogni generazione di lettori ha i suoi tic "tradizionalistici" e le sue personali antipatie. A molti texiani "recenti" un Nicolò dice poco e invece a me...
  13. Texan

    [700] L'oro dei Pawnee

    Non si tratta di avere buoni o cattivi ricordi. E' la capacità di ricordare e di provare a dare un senso al nostro vissuto che ci rende diversi dalle macchine. Io trovo l'attuale "presentismo" non solo un'ideologia tremenda che ci preclude ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, ma anche l'anticamera di una possibile futura automazione.
  14. Texan

    [700] L'oro dei Pawnee

    Con Andrea parlavamo di Supertex, disegnata splendidamente. Ma tu ti riferisci a Tex 400 e qui il tuo giudizio è tanto ingeneroso che non mi va di replicare. Quell'albo ha un valore a prescindere da tutte le considerazioni tecniche che si possono fare. Non so se ti rendi conto di quello che hai scritto, Carlo... A prescindere dalla riconoscenza etc etc, qui abbiamo un uomo che ha dato tutta la propria vita a Tex fino a quando, in età avanzata, aveva evidenti problemi fisici che gli impedivano di garantire quella qualità a cui ci aveva abituati e grazie alla quale oggi Tex è quello che è. Nonostante ciò, l'apporto di Galep anche in ultima fase non è stato insignificante né deleterio per Tex. In quanto il suo segno grafico rappresentava COMUNQUE una garanzia per molti lettori e la casa editrice lo sapeva benissimo. Adesso a posteriori, sembra facile dire: morto un Galep si fa un Villa, ma allora ciò non era per nulla scontato. Per quanto mi riguarda sono pronto a tenere i miei occhi non dico aperti, ma spalancati, su un disegnatore quando questi non ha impedimenti fisici che gli impediscono di operare al meglio delle proprie potenzialità. L'ultimo Galep a mio avviso non va commentato, ma soltanto ringraziato.
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