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TWF - Tex Willer Forum

Condor senza meta

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Condor senza meta last won the day on September 6

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About Condor senza meta

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    Quasi scrittore
  • Birthday 09/06/1979

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    Maschile
  • Real Name
    Antonio

Me and Tex

  • Number of the first Tex I've read
    311
  • Favorite Pard
    Kit Carson
  • Favorite character
    Jim Brandon

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  1. Condor senza meta

    [463/465] I Sette Assassini

    Tempo fa, quando mi apprestai a commentare il ritorno della Tigre Nera, espressi il mio punto di vista in merito ai ritorni celebri sulla serie o i sequel di episodi memorabili, specificando che il miglior modo per giudicarli è quello di evitare il confronto con il capitolo precedente. Questa teoria si attaglia perfettamente anche con la storia in questione, visto che qualsiasi confronto con il capolavoro “Il passato di Carson” è sconsigliato, sebbene si è consapevoli di trovarsi, comunque, al cospetto di una degna prova. Leggendo i precedenti commenti, è palese di quanto l’episodio abbia diviso i fans; Boselli stesso ha ammesso che fra le sue tante composizioni, quella che vede il ritorno di Lena e Donna sia stata la più criticata dai lettori. In questa sorta di schieramento fra i pro e i contro, il sottoscritto appartiene ai primi, sebbene non mancano alcune perplessità che mi impediscono di catalogare la sceneggiatura ai livelli delle storie migliori di Boselli sulla saga. Ma procediamo per ordine, scandagliando i vari aspetti che contraddistinguono “I sette assassini”. Il soggetto è alquanto basilare e poco arzigogolato: una banda di feroci e psicopatici criminali che intendono impossessarsi dell’oro della Banda degli Innocenti (o per lo meno quello che ne resta!) seminando lungo la loro strada una lunga scia di sangue. L’armonia di Heaven, piccolo villaggio minerario scelto da Lena Parker per ripartire come locandiera dopo la precedente avventura, ci viene mostrata come la quiete che precede il tifone, visto che il lettore è ben conscio che la banda di Thunder si abbatterà come un ciclone contro la pacifica e operosa popolazione. Tex, con la squadra al completo stavolta, si ritrova nei dintorni, con l’incarico di assicurare alla giustizia un ladro gentiluomo di cavalli, incappato in un omicidio “colposo” e finirà casualmente con l’incrociare la pista e ostacolare i villains. Sebbene il soggetto non brilli come il capitolo che lo precede, un’ottima sceneggiatura, che alterna scenari di ferocia a tranquilla vita quotidiana, introducendo quella che sarà la consueta e tiratissima sfida finale fra le vie di Heaven, accompagna piacevolmente il lettore e alcune scene di forte impatto, come la trappola incendiaria di Firewolf o il duello finale nell’oscura miniera, soddisfano il palato di colui che intende deliziare il proprio tempo con una lettura carica di tensione e colpi di scena. Il piatto forte della storia, come di consueto trattandosi di Boselli, è l’accurata e minuziosa caratterizzazione dei personaggi. E’ vero che l’autore stavolta azzarda un po’, mostrandoci dei villains molto “pittoreschi” e sui generis, ma tutto sommato, a mio avviso, Jack Thunder e la sua banda di squinternati non stridono più di altri strani antagonisti apparsi durante la gestione Gbonelliana. Attorno al pistolero cieco, al folle ma dotto gobbo Monk che recita Shakespeare, al maciste di colore che schiaccia come chiodi con la sua mazza le vittime, al sordomuto mascherato che si crede un mostro, al sadico addestratore di pittbull famelici e l’incendiario indigeno, gravita un alone di terrore e morte che indubbiamente attrae lo spettatore. Anche l’ampio campionario di personaggi minori della locanda è ben tratteggiato e variegato; i fantasmi del passato di padre Sheridan e il valore inatteso di Larrimer il galantuomo ubriacone, aggiungono sale alla narrazione. Rispetto al consueto, Boselli per l’occasione sceglie una classificazione più marcata fra il bene e il male, evitando la presenza di quei personaggi “grigi” suo vero marchio di fabbrica. Non manca il simpatico scavezzacollo che finisce con l’allearsi con i nostri, che risponde al nome di Bronco Lane e che si prenderà il lusso, assieme al coraggioso ma sfortunato fratello, di mandare a caccia di farfalle il quartetto in qualche occasione. Poco invece mi appassiona la figura di Kid Rodelo. Con classe l’autore lo fa umiliare da Carson nel finale, ma a dire il vero avrei evitato la sua lenta metamorfosi avvenuta nelle successive apparizioni nella serie. E’ curioso notare, come Boselli abbia negli anni cambiato idea e fatto tornare anche il redivivo Thunder; leggendo i commenti datati sul forum una simile situazione era stata categoricamente esclusa, sebbene l’epilogo con il classico crollo della volta, lasciava intendere che l’autore avesse lasciato lo spiraglio aperto per un simile ritorno. La liason di Kit con la giovane Donna, rappresentò per i tempi in cui fu proposta, una piacevole e coraggiosa novità che però si arenò in quei numeri purtroppo, così come la stessa Lena, a mio avviso, finì troppo ai margini della narrazione rispetto alla sua prima apparizione. Anche Tex appare un po’ più defilato del consueto e rischia spesso di farsi rubare troppo la scena, prima dai fratelli Lane, e poi da Tiger, che da vero mattatore, elimina di suo pugno ben due dei famigerati assassini, ostentando sangue freddo e abilità. Carson rispetto alla brillante performance precedente, incide meno e brontola di più, ma si riabilita alla grande acciuffando e umiliando Rodelo. Anche la sfida finale a Heaven, sebbene ben sceneggiata, non pareggia lo splendido scontro di Bannock, ma chiude comunque in maniera accettabile la storia. La mitragliatrice da sella creata da Monk rappresenta una licenza narrativa evitabile, come appare un tantino forzato l’arruolamento di Rodelo nella banda; strano che dei squinternati pazzi accettino di dividere la loro parte di bottino con un ragazzino (andandolo perfino a cercare nel saloon), un giovane che non si sente legato alla “famiglia” e sarà disposto a tradire uccidendo No Face, gettando così la maschera quando vedrà la mala parata sul finale . Ho, invece, molto apprezzato la presunta simbologia che ho colto in due vignette, che mi ricorda un po’ lo stile delle animazioni giapponesi anni ’80: una delle prime scene ambientate a Heaven ci viene mostrata con delle colombe che svolazzano tranquillamente a simboleggiare la pace e la tranquillità del villaggio. Giunta la banda, in una vignetta doppia si notano le stesse colombe minacciate dalle brutte grinfie dei molossi di Lizzard come a indicare che il male e la violenza hanno insediato l’armonia preesistente. Stessa simbologia usata sul finale con il cartello imbrattato rimosso e la popolazione all’opera per ristabilire lo status quo ante, dopo la folle incursione dei diabolici killers. Chiudo citando per l’ennesima volta la buona prova grafica di Marcello, partner ideale per Boselli, e coprotagonista conclamato del grande successo riscosso dall’accoppiata in quegli anni. La mia valutazione complessiva si aggirerebbe sul 7 e mezzo, ma abbuono mezzo voto in più per omaggiare la prolifica coppia dei “gemelli del goal texiani”. Il mio voto finale è 8
  2. Condor senza meta

    [461/462] La Pietra Di Akbar

    Episodio carino partorito dalla penna di Nizzi, ben lungi dall’eguagliare il livello altissimo raggiunto nel precedente centinaio, ma pur sempre divertente e piacevole. Lo spunto di soggetto su cui si basa la storia è funzionale e una discreta sceneggiatura mantiene leggibile la prova per l’intera durata dei due albi. A dire il vero l’imput iniziale presenta alcune sbavature, soprattutto nella scarsa plausibilità di alcune azioni dei personaggi coinvolti, ma, come un motore a scoppio un po’ imballato che dopo aver balbettato all’accensione, appena scaldato, sale di giri e compie il suo dovere, anche la storia, dopo le prime pagine, prende il volo e i numerosi colpi di scena e passaggi di mano del famigerato diamante “maledetto”, rendono interessante la lettura. Accennavo ad alcuni passaggi forzati iniziali, che adesso cercherò di riassumere in breve: ci sta che il Maggiore britannico malato, disperato e reso poco lucido dal delirio della febbre gialla affidi la sua preziosa refurtiva al capitano della nave, nell’esile speranza che possa giungere alla figlia bisognosa; può anche starci che il capitano sia un galantuomo e non se ne approfitti, ma diamine, come si fa a lasciare un così rara meraviglia in cabina e farsela soffiare sotto il naso da due rubagalline? Secondo incongruenza: Flint e socio dopo il furto con aggressione è strano che non trovino di meglio che nascondersi sotto la gonnella di Liza Montego e, come se non bastasse, confidarle il prezioso segreto. Liza non è il capitano e infatti li beffa con estrema facilità. Ma la giostra degli errori non si ferma qui, proprio la Montego e lo sfigato amato, una volta preso il volo con il diamante, fanno in modo di fare arrestare i due marinai citrulli e proprio questo “atto di generosità”, metterà sulle loro tracce Tex e Carson, fino ad allora disinteressati alla grana dell’amico Mc Kenneth. Di tutt’altra pasta risulterà il biscazziere Patterman, che scoperto il segreto della gemma pregiata, non esiterà a liquidare avversari e sgherri propri pur d’impossessarsene. Fra inseguimenti, spiate, trappole e agguati si arriva al tragico epilogo delle sabbie mobili, scena molto ben architettata da Nizzi, che ci mostra quanto l’avidità e il desiderio di ricchezza possa portare l’uomo alla follia e indurlo persino a mettere il denaro dinanzi la propria vita stessa. La missiva ricevuta dai pards nelle ultime tavole non fa che avvalorare la teoria già ripetuta da Carson più volte nell’episodio “quel maledetto uovo di gallina porta sfiga” e visto gli eventi, come dargli torto? Tirando le somme, al netto delle forzature iniziali, l’episodio è buono e personaggi come il capitano del battello è un piacere incontrarli tra le pagine della saga. Chi di certo non portava sfiga era il grande Fusco, possente e solido in ogni sua vignetta. Simili sceneggiature erano nelle sue corde e l’esito garantito. Il suo inconfondibile tratto, seppur meno realistico e accurato di altri illustri colleghi, conserva quel calore e quel senso di familiare, che ti fa sentire a casa sfogliando le pagine. Una sensazione che stento a descrivere a parole ma che provo ogni volta che rileggo una storia da lui illustrata. E’ proprio vero che si apprezza una cosa solo quando non la si possiede più: da ragazzo non amavo troppo lo stile possente e prolifico dell’infaticabile artista ligure, oggi che non possiamo più leggere il suo nome nei crediti delle storie inedite, le sue tavole mi mancano tantissimo. Il mio voto finale è 7
  3. Condor senza meta

    [458/460] Sulla Pista Di Fort Apache

    Immagino che per uno sceneggiatore sia sempre abbastanza complicato gestire il ritorno di personaggi, apparsi precedentemente in storie celebri. Le aspettative dei lettori, in questi casi, sono sempre molto alte e può capitare di non riuscire ad accontentare tutti. Personalmente la storia del "Profeta", sebbene non ai livelli di "Sulla Pista di Fort Apache", non la reputo una prova così disastrosa, ma è inutile sindacare su le valutazioni soggettive di ogni utente. Essendo legato alle figure di Laredo e Liz, mi farebbe molto piacere rivederli agire insieme, magari in una storia con la presenza di quel simpaticone del sergente Quincannon, ma mettendomi nei tuoi panni Mauro, posso pur comprendere l'eventuale reticenza a riproporli.
  4. Condor senza meta

    [458/460] Sulla Pista Di Fort Apache

    Appena iscrittomi al forum circa un anno fa, una delle prime storie che commentai fu proprio questa e ciò rappresenta la prova tangibile di quanto ne sia legato. Ad avvalorare il mio attaccamento a questa splendida trama western, gestita sapientemente da un Boselli in stato di grazia, auspicai un possibile ritorno in futuro di personaggi come Laredo, Liz Starrett o il sergente Quincannon e non contento, abbozzai pure uno spunto di soggetto nell’apposita sezione del forum. Non ho tanto da aggiungere rispetto al mio giudizio espresso su questa sede mesi orsono, posso solo ribadire quanto reputi la storia molto bella e di valore. Boselli ci donò una sceneggiatura doc, valorizzando al massimo un classico soggetto western e creando, come nella sua migliore tradizione, un campionario di personaggi di tutto rispetto. Anche i disegni di Ortiz contribuirono alla perfetta riuscita dell’episodio. Il suo tratto sporco e vigoroso si sposò perfettamente con la trama e rappresentò un valido appoggio per l’ottimo lavoro dello sceneggiatore. Colgo l’occasione con il presente commento per palesare il mio giudizio complessivo sull’episodio, cosa che non feci nel mio precedente intervento. Il mio voto finale è 9
  5. Condor senza meta

    [456/457] Al Di Sopra Della Legge

    Nell’intento di trovare nuovi spunti e idee originali, Nizzi scelse un soggetto giallo molto particolare, interessante ma abbastanza contraddittorio. La setta di giustizieri che agisce in nome della reale giustizia e che si propone di “lavorare gratis” nei casi di clienti poco facoltosi, pur di garantire la giustizia dove la legge non arriva, così come ci viene posta nell’incipit, sembra quasi essere alleata dei nostri e non nemica. L’autore forzando la mano nelle prime pagine, descrivendo le caratteristiche dell’organizzazione dell’abile Smirnoff (che a me ricorda l’attore James Tolkan di Top Gun), rischia di tirarsi la zappa sui piedi e per giustificare il fatto che i nostri debbano fronteggiarla, cerca via via di trasformarla all’occhio del lettore come un’associazione criminale senza scrupoli, retta da un folle idealista spietato. Il tentativo riesce a metà e rimane l’impressione che il soggetto fosse poco adatto per la serie ammiraglia della Sergio Bonelli Editore. La storia si fa leggere volentieri, grazie anche a una sceneggiatura serrata e ben gestita per gran parte della durata dell’episodio. L’arrivo dei due pards a San Francisco, innesca un effetto domino travolgente che darà vita a una sanguinosa catena di delitti, orditi dalla setta per impedire che i rangers possano afferrare il bandolo dell’intricata matassa. Smirnoff e soci si rivelano degli avversari svegli e attenti, infatti Tex durante le indagini arriva sempre in ritardo e quasi pare di poter essere fatalmente battuto. In effetti Nizzi, lasciandosi prendere troppo la mano, giunge al punto di arenare l’attività investigativa dei nostri. Con l’eliminazione di Duggan, la setta sembra aver ormai, come logico, la vittoria in mano; l’autore conscio di essersi infilato in un vicolo cieco, cerca di rimediare con la forzata scelta del villain di attirare gli avversari in trappola per ottenere vendetta. Bah, visto tutto il casino fatto per non lasciare tracce alle spalle, prendere il toro con le corna era proprio ciò che uno scaltro leader avrebbe dovuto evitare, tuttavia bisognava uscire in qualche modo dalle sabbie mobili narrative. Trovo troppo banale la trappola in cui i due ranger cadono al ristorante e assurda (sebbene inevitabile a quel punto) la scena in cui Smirnoff sulla barca, non butta ai pesci i corpi immobilizzati e privi di sensi dei suoi nemici. Coreografico l’epilogo con la piscina con tanto di squali famelici, ma il modo in cui i due pards riescono a capovolgere la situazione, appare troppo rapido e semplicistico. Un finale non degno che compromette abbastanza una storia fin a quel punto accettabile, sebbene dal soggetto controverso. De La Fuente in qualche modo se la cava, nonostante l’ambientazione cittadina non rientri del tutto nelle sue corde. Molti primi piani di Tex vennero ritoccati in redazione da Monti, ma vedendo l’esito disastroso con cui venne rappresentato il “Vecchio cammello”, avrei fatto ritoccare pure i visi del nostro buon Carson. Curiosa svista grafica in cui incappa il disegnatore spagnolo, nel primo albo, durante l’inseguimento dei nostri al killer dell’investigatore privato: i due pard si calano dalla finestra del retro che dà nel vicolo in cui è scappato l’assassino, ma vedendo la vignetta doppia in cui viene rappresentato Carson durante l’operazione, deduciamo che quella finestra sia posta a svariati metri dal livello del suolo. Passi (e già ho i miei dubbi!) che Tex e Carson siano degli acrobati e riescano a calarsi di spalle aggrappandosi alla soglia come viene graficamente rappresentato, ma rimane il mistero di come diavolo riesca il killer a inforcare frontalmente la medesima finestra e atterrare senza sfracellarsi al suolo, con l’aggravante della ferita alla gamba procuratagli dal piombo di Tex. Il mio voto finale è 6
  6. Condor senza meta

    [455] Vendetta Navajo

    De gustibus...
  7. Condor senza meta

    [455] Vendetta Navajo

    L’albo celebrativo per i cinquant’anni, di speciale ebbe ben poco, se non il ricco inserto allegato e la splendida copertina pittorica di Villa. La storia autoconclusiva fu pubblicata nel consueto bianco e nero e non brillò particolarmente. Nizzi, per l’occasione, optò per un tema classico della serie, ovvero l’accusa ingiusta nei confronti di un Navajo e Tex costretto a mostrarne l’innocenza. La sceneggiatura risente della brevità della prova, ma l’autore ci mette del suo, spiattellando fin dalle prime pagine i veri colpevoli e riempiendo di spiegoni chilometrici alcuni passaggi chiave della trama. La storia si presenta monocorde e senza tanti sussulti. Ben presto la trama diventa prevedibile e la verbosità di alcune vignette alimenta la noia e la propensione a sbadigliare. Non irresistibile l’azione di Tex, che rischia pure di fare la fine del pollo se non ci fosse il giovane Sa-Hua a infilzare come un tordo il bieco Haggarty. Carson agisce di contorno, così come risultano non pervenuti Kit e Tiger. Haggarty e socio si rivelano due villain sciagurati, visto che riescono banalmente ad attirare su di se l’attenzione e per un albo di tale importanza, c’era da aspettarsi di meglio. Non male invece la figura del fiero KI-Nih, che deliberatamente disubbidisce a Tex per amore filiale e finisce per risultare il personaggio meglio riuscito. La storia non presenta vistosi errori di base, ma non appassiona e questo, a mio avviso, non depone a favore. Uno dei pochi momenti da ricordare, la bella scena, molto cinematografica, dell’accerchiamento ai danni della pattuglia dell’esercito a opera dei Navajos, resa ancor più maestosa dai, sempre ottimi, disegni di un Ticci immenso. Il mio voto finale è 5
  8. Condor senza meta

    [452/454] Il Ritorno Del Morisco

    Da una sommaria analisi, pare che Boselli sul finire degli anni ’90 destinasse a Letteri, le storie più particolari e con soventi escursioni nel fantasioso universo del paranormale. Dopo “Terrore a Silver Bell”, “Wild West Show” ecco il turno del “Ritorno del Morisco”, episodio molto originale e lontano dai canonici stilemi western della serie. Ammetto che una rilettura attuale fa emergere perplessità su alcuni aspetti della narrazione, ma la prima volta che lo lessi vent’anni fa, rimasi entusiasta. L’idea di scandagliare il passato del Morisco è a mio avviso ottima e apre lo spiraglio per trarne interessantissimi spunti. Boselli coglie nel segno, cesellando un soggetto particolare arricchito dalla presenza di insoliti antagonisti, ovvero la setta egizia di fanatici che rispondono al nome dei “Figli di Horus”. La sceneggiatura è ben calibrata, a parte un leggero calo di ritmo sul secondo albo, ma come di consueto l’autore riesce sempre a donarci un finale serratissimo e carico di tensione. Nulla togliendo ai nostri due pards, che la penna boselliana dipinge sempre al top della forma, ciò che più affascina il lettore è la creazione di comprimari del calibro di Raza e il vecchio Jesse, che mostra, se ancora ci fossero dubbi, quanto lo sceneggiatore si trovi a suo agio nel caratterizzare i personaggi nelle sue prove. Juan Raza rappresenta il modello tipo del personaggio boselliano: un uomo molto in gamba, duro, deciso, che vorrebbe apparire malvagio ma in fondo ha un animo leale e nobile che nelle fasi clou della narrazione, lo porta a saltare il fosso e schierarsi con i nostri. Personaggio grigio alquanto complesso che indubbiamente fa l’occhiolino al lettore e lascia il segno. Il vecchio ranger in pensione Jesse, apparentemente sembrerebbe una macchietta, ma mostra il suo perché con l’evolversi della storia. Uomo di vecchio stampo, onesto e generoso, capace di saper perdonare (si veda il suo rapporto con Raza). Due personaggi che bucano la pagina e che l’autore, ovviamente, riproporrà anni dopo in un sequel. Molto simpatici pure i due ragazzini rapiti che rappresenteranno l’evento scatenante della conversione di Raza, come avvenne con la celebre Lucia manzoniana e l’Innominato. Detto ciò, si potrebbe pensare che l’episodio possa fregiarsi del massimo dei voti, ma realmente non è così. Sebbene molto leggibile e coinvolgente, la prova si attesta un paio di gradini sotto il virtuale livello delle migliori composizioni boselliane su Tex. La resurrezione della mummia, sebbene estrema, può starci come idea e sembra richiamare alcuni spunti bonelliani, visto che il patriarca del fumetto spesso e volentieri amava spaziare nell’insolito e nel paranormale, ma trovo che alcuni passi siano un po’ troppo forzati e ingenui, sebben altamente spettacolari. Improbabile che si potessero trovare dei consanguinei di un sacerdote morto tremila anni prima, mentre qui ne troviamo almeno quattro! Anche il campionario magico di oggetti sacri egizi riesumati addirittura da Atlantide, suona come un film di fantascienza o un albo di Martin Mystere: buffa poi la scena dell’occhio di Horus che manda il maleficio, respinto dallo specchio magico sostenuto dal Morisco, sembra più un passo di una fiaba fantasy per bimbi. Sull’identità del demone Bes sorvolo, ma la spiegazione del nano (immortale visto che più di trent’anni non lo privano affatto del suo vigore fisico!) non regge, di conseguenza la sua presenza tra le tavole sembra una forzatura. Anche il finale da “vissero tutti felici e contenti”, con l’improbabile ritorno in scena di Octave, dato per morto in tutta la narrazione e il ravvedimento di Sekhmet, che zitta zitta se la cava dopo aver barbaramente ucciso l’archeologo inglese, col senno di poi lascia la sensazione di un epilogo rosa da fiaba natalizia. Boselli, apre le porte al ritorno di Raza, ritagliandogli un possibile ingresso nei ranger, ma anche questo passaggio sembra un po’ troppo osato e simile al percorso già vissuto da Tex in giovinezza. Tirando le somme: storia gradevole, ma di certo non indimenticabile o esente da pecche. Anche i disegni legnosi di un logoro Letteri non contribuiscono molto a valorizzare alcune scene chiave. Il disegnatore romano tiene ancora botta nei primi piani, ma le figure intere perdono grazia e proporzioni e pure il dinamismo nelle vignette, è uno sbiadito ricordo. Credo che la stessa sceneggiatura, con temi così a lui congeniali, se gli fosse stata affidata vent’anni prima nel periodo del suo apice creativo, avrebbe avuto un esito totalmente diverso. Il mio voto finale è 7
  9. Condor senza meta

    [451/452] Oppio!

    Visto l’esiguo numero di pagine e la trama esile, è ovvio classificare questa insolita prova di Nizzi nella categoria dei riempitivi. Si nota nitidamente, che l’episodio è alquanto atipico, considerando il metro stilistico dell’autore usato sulla serie e ciò spiazza un po’ il lettore che volesse esprimere un giudizio in merito. Cerco di spiegarmi meglio: il soggetto a mo’ di novella, infarcito di amore, tradimenti, invidie e rivalse, il tutto consumato fra finzione e realtà, palco e carrozzoni, non dispiace, anzi si fa leggere volentieri. Il problema è che qui non ci troviamo al cospetto di una novella illustrata, bensì di un episodio del ranger più famoso d’Italia e qui s’impunta il carro! (similitudine che calza a pennello visto i mezzi di locomozione utilizzati dalla compagnia Morgan! ) Si ha l’impressione (come spesso mi capita in alcune storie di Nolitta) di leggere una storia con Tex ma non di Tex. In effetti il traffico di oppio che porta all’uccisione del ranger amico e l’avvio delle indagini dei nostri, non si rileva il fulcro centrale della trama, bensì un contorno per giustificare la presenza Tex e Carson. La trama si dipana fra origliate (anche troppe!) e colpi di scena, alcuni notevoli come l’assassinio inconsapevole sul palco di Rick, dopo la sostituzione dei proiettili a salve dovuta al subdolo Ruby (altro personaggio controverso che passa dall’essere un abile manipolatore a un monumentale ingenuo visto la fine che fa, dopo essersi fidato di Eva). In fondo i due rangers sembrano solo spettatori e non risultano affatto risolutivi, sia ai fini delle indagini, visto che le imbeccate giuste arrivano da altri, sia ai fini dell’assicurare i colpevoli alla giustizia, anticipati dal destino sovrano che elimina gli artefici del traffico. Non si capisce in effetti perché abbozzare la presenza di una gang cinese, se poi Tex non entra mai in rotta di collisione con l’associazione con a capo il “venerabile” Wuang Ching. La trama ne risulta così menomata, visto che è quasi innaturale che i due rangers si limitino solo a constatare la fine dei corrieri dell’oppio e non risalgono ai caporioni del traffico. Leggerezza di Nizzi o poco spazio a disposizione per ampliare la sceneggiatura? Troppo abulici e svogliati i nostri anche nei confronti dello sceriffo sfaticato, in altre situazioni lo avrebbero preso come minimo a calci sul fondo dei calzoni. Riassumendo: credo che gli aspetti negativi superino quelli positivi e di conseguenza, a mio avviso la sufficienza non viene raggiunta. Buono il debutto di Venturi sulla regolare, un disegnatore che avevo già apprezzato su Dylan Dog e che subito mostrò di essere degno per la serie ammiraglia. Disegni molto dettagliati, bilanciati e dinamici e ottima espressività dei personaggi. Il personaggio nero di Eva che esce dai pennelli dell’abile disegnatore, detiene forse il record di taglia di reggiseno, visto che Venturi sembra optare per una quinta abbondante! A parte le battute, la buona prova grafica del debuttante artista rientra nei pochi fattori positivi della storia. P.s. Interessante lo spunto di discussione in merito alla copertina fuorviante dell’albo n. 451; in effetti la scena ripresa da Villa poco ci azzecca con la trama. Tuttavia noto una sottigliezza dell’autore che forse non è casuale: il viso del boss cinese ci appare immerso nella penombra: casualità, o il buon Claudio volle mandarci un messaggio subliminale, facendoci intendere che il villain dagli occhi a mandorla fosse destinato a non incontrare il nostro eroe? Il mio voto finale è 5
  10. Dopo alcune prove altalenanti, sintomo di una palese involuzione creativa, Nizzi sfodera una brillante storia, avvincente e dal ritmo vorticoso, che appassiona il lettore e pare catapultarlo indietro di un decennio, ai tempi in cui lo stimato sceneggiatore viaggiava a gonfie vele sulle tumultuose onde dell’ispirazione. Bello lo spunto di soggetto con l’intrigo politico a fare da filo conduttore e ottima la sceneggiatura che scorre via a ritmi alti. Agguati e colpi di scena si susseguono senza soluzione di continuità e il secondo albo è un concentrato di azione e adrenalina che appassiona tavola dopo tavola. I due pards fronteggiano adeguatamente gli agenti del servizio segreto agli ordini del senatore Wallace e riescono, dopo tante peripezie, a far pervenire al Presidente le prove dell’inatteso complotto nordista che portò all’assassinio di Lincoln. Ironia e dinamicità viene ben dosata da Nizzi, che ci dona pure (finalmente!) un’ottima performance risolutrice di Carson, troppo spesso bistrattato in quel periodo dallo stesso autore. Non manca qualche leggerezza e origliata, ma il tutto funziona in fin dei conti e la riuscita dell’episodio è garantita. Più che buono l’esordio di Ortiz sulla regolare. Personalmente ho amato fin dal texone il suo stile nervoso e “sporco”; il tratto dinamico e spigoloso dell’artista iberico, ben si prestò alla narrativa western e garantì ottime prove grafiche sulla saga, prima del vistoso cedimento negli ultimi anni di carriera. Mi chiedo quanti affari facesse con lui la cartoleria di fiducia, visto la quantità industriale di china utilizzata nelle sue tavole, in cui il nero faceva da padrone! A parte le battute, proprio il suo massiccio uso di zone scure e tratteggi nervosi, fece sì che il fumettista spagnolo entrasse nella cerchia degli autori che più mi apprestavo a ricopiare e imitare nelle lunghe ore destinate alla mia passione per il disegno. Curiosa (e famosa!) la topica della vignetta errata, con il Palazzo del Congresso rappresentato al posto della Casa Bianca. Strano che Ortiz incappò in questo grossolano errore solo nel primo riquadro, per poi rappresentare correttamente nelle tavole successive gli scorci della residenza presidenziale; ancor più strano che la svista sfuggì alla sempre attenta redazione prima della stampa, causando così particolare clamore, visto che anche alcuni quotidiani riportarono allora l’insolita notizia. Nelle successive ristampe fu apportata la dovuta correzione, ma non nascondo che possedere l’albo con la vignetta “incriminata” mi fa molto piacere. Il mio voto finale è 8
  11. Condor senza meta

    [447/448] Scorta Armata

    Per inaugurare le celebrazioni del mezzo secolo di vita editoriale, Nizzi decise di ripescare uno dei suoi villain meglio riusciti. Dopo la splendida storia con Cochise, che vide nuovamente agire sulla saga Cobra Galindez, l’autore pensò che i tempi fossero maturi per recuperare il Colonnello Oliveira, altro personaggio fondamentale che contribuì a rendere celebre il capitolo dell’Uomo con la frusta. Si ha immediatamente la sensazione però, che il soggetto sia troppo scarno e non renda giustizia al ritorno di un avversario di simile caratura. La storia parte col piglio giusto e attira subito l’attenzione del lettore. Nizzi con esperienza imbastisce una discreta sceneggiatura e per buon due terzi dell’episodio se la cava bene, per poi perdere molti punti nel finale, con alcuni snodi narrativi dubbi e controversi. La scelta di avvalersi di Tex e Carson per farsi scortare oltre il Rio Grande dopo la “particolare” fuga dal penitenziario, suona un po’ come una forzatura per avviare la storia. Si potrà obiettare alla mia considerazione sostenendo che l’idea di Oliveira è dettata pure dal desiderio di vendicarsi e umiliare i detestati avversari, ma credo che fosse più logico, che un cervello fino come il suo, imbastisse un piano di rivalsa più funzionale e sicuro, appena messosi in salvo in terra americana. Sorvolando su questo aspetto, lo spunto dei diamanti che fanno gola ai bandidos messi in moto da Cardoso, aggiunge pepe a un soggetto alquanto sciapo e i vari assalti alla diligenza, rendono piacevole e spedita la narrazione. Ciò che delude a mio avviso, il finale un po’ arruffato e aggiustato frettolosamente alla meglio dall’autore, per chiudere la prova. La scena dei Rurales (variante poco originale alle consuete giacche azzurre) che disperdono i bandidos, rimarca uno snodo narrativo abusato e poco avvincente, in questo caso pure un po’ illogico visto che la sbirraglia messicana non si prende nemmeno la briga di sincerarsi sull’identità dei fuggitivi e segue a rotta di collo gli inseguitori. Passaggio forzato visto che l’eventuale riconoscimento di Oliveira come evaso, avrebbe giustamente compromesso la strampalata operazione dei nostri. Pure lo sganciamento di Oliveira da Tex non mi convince: davvero il colonnello, dall’alto della sua intelligenza, pensava che i rangers non lo avessero tallonato prima del famoso invio del telegramma? Sorvolando sulla leggerezza del villain, che lasciando sciaguratamente in vita Potrero (dare il colpo di grazia in fronte no?) scodella nelle mani degli avversari i bandoli della matassa, trovo insoddisfacente la maniera in cui il famigerato ex-colonnello cede a Tex, dopo solo un paio di sberle. Come già fatto notare prima di me, che senso ha per Tex farsi ricattare per tutto il tempo e correre rischi in una tortuosa fuga verso il confine, costellata da agguati di ignoti avversari, quando sarebbe bastato sbatacchiare il messicano a dovere e farsi snocciolare la parola d’ordine e l’indirizzo a cui spedire il telegramma, per la liberazione del pargolo di Conchita? Unica nota positiva nel confuso epilogo, la scena della vendetta di Cardoso e Zamora nei confronti dell’infido traditore, che, se da un lato funziona ai fini narrativi come discreto colpo di scena, dall’altro cala definitivamente il sipario sul possibile ritorno di un avversario molto interessante, che avrebbe meritato una vetrina migliore nella sua ultima apparizione. Affidabili e possenti i disegni dell’infaticabile Fusco. Il suo stile inconfondibile e personale rende al meglio in simili sceneggiature, ricche di agguati e pendagli da forca. Il mio voto finale è 6
  12. Ho un ricordo che mi lega a questo episodio: saltai l’acquisto dell’albo n. 446 e dovetti attendere circa dieci anni per recuperarlo con la collana “Tuttotex” (siano lodate le ristampe!). Da ragazzino, l’incipit pubblicato in “appendice” al finale del ritorno della Tigre Nera mi rapì e il non poter conoscere l’evolversi dell’episodio, mi fece crucciare non poco. Trovai interessante l’idea di Boselli di presentare ai lettori i personaggi, saltando da un vagone all’altro con una sceneggiatura originale ed efficace. Mi piaceva immaginare come poteva svilupparsi l’episodio e come avrebbero agito i personaggi nel numero successivo, d’altronde l’autore si era già abbondantemente fatto apprezzare in quel periodo. Purtroppo, come già accennato, l’attesa per poter colmare la lacuna nella mia collezione, si fece attendere molto e mi capitò così un’esperienza singolare: l’episodio era il medesimo ovviamente, ma il sottoscritto lo lesse in due fasi diverse della sua esistenza! Una cosa è leggere un albo da teenager, un’altra a trent'anni suonati. Con gli anni mutano le capacità critiche, varia la sensibilità e l’esperienza ampia il punto di vista, tuttavia la storia, sebbene non trascendentale, non mi deluse e le aspettative di un decennio furono ampiamente premiate. Boselli riuscì a confezionare un episodio breve ma efficace e ogni tavola trasuda un’atmosfera particolare che colpisce l’attenzione. I villains sono poca cosa a dire il vero, ma il reale ostacolo che il nostro amato ranger deve affrontare, sono la furia della natura e il susseguirsi di sinistri avvenimenti (come la valanga dopo il deragliamento del treno) che lo mettono a dura prova. Altro aspetto che complica notevolmente le cose, l’infortunio al braccio che Tex subisce, che ovviamente gli crea non poche difficoltà nell’affrontare le sfide con i banditi nelle varie sequenze di sceneggiatura e ce lo mostra in uno stato più umano del solito. Non mancano le classiche personalizzazioni boselliane dei comprimari: mister Castlman e Shad sono due bei personaggi. Il primo avrebbe meritato più spazio rispetto a quello che l’esiguo numero di pagine a disposizione permise, anzi mi chiedo come mai l’autore non abbia ancora pensato a un suo ritorno. La scena dell’incontro con i guerrieri indiani guidati dal fratello della sua ex sposa, ha un non so di onirico e misterioso: il lettore ha il dubbio che gli indigeni siano fantasmi apparsi dalla coscienza dell’ingegnere pentito delle sue scelte passate, incontrati per imboccare un bivio esistenziale importante, ma questa plausibile interpretazione però, viene alquanto smontata dalla frase di Tex che asserisce di averli visti allontanare. Mi allineo al coro dei forumisti che trovano un po’ forzata la scena del crepaccio; ovviamente con un braccio rotto è impossibile che il nostro ranger abbia potuto superare in tal modo una simile situazione, al patto di non essere un uomo bionico, tuttavia una simile “leggerezza” non incide oltremodo nel giudizio finale. Il cammeo di Carson, che attende preoccupato il pard alla stazione, non mi dispiace e contribuisce a mostrare il grande affiatamento e rispetto fra i due, ideato originariamente da Bonelli, messo bene in evidenza da Nizzi nei suoi anni migliori e proseguito con maestria dall’attuale curatore della serie. Marcello ci mostra per l’ennesima volta la sua perfetta sintonia con lo sceneggiatore, sfornando tavole espressive e valevoli. Un binomio di assoluta qualità che arricchirà il centenario e che, ammetto, mi manca molto. Il mio voto finale è 7
  13. Condor senza meta

    [443/445] Il Ritorno Della Tigre Nera

    Il sistema migliore per poter giudicare il ritorno di celebri antagonisti, è quello di evitare assolutamente il confronto con l'episodio originale; considerarli nel possibile storie a parte senza richiamare la prova precedente. Nel caso specifico della Tigre Nera, un simile stratagemma è d'obbligo, visto che ogni qualsiasi parallelo con il capolavoro che vide il debutto della saga del malvagio Principe malese, risulta improponibile. Premesso ciò, chiarisco subito che non trovo affatto malaccio la sceneggiatura imbastita da Nizzi per il ritorno del suo ben riuscito villain, però ovviamente la prova ambientata a Leadville è di tutt'altra caratura. L'autore decide di collocare a New Orleans il secondo capitolo dello scontro, sfruttando l'immancabile alleanza con i seguaci del voodoo, già cari a Mefisto e Yama. Certamente non si riesce a creare la stessa tensione narrativa del precedente episodio, visto che il modus operandi della setta è praticamente lo stesso e il lettore lo conosce già. Anche gli alleati bianchi quali Levasseur e Scudder non tengono il passo dei vari Morrell e soci ma tutto sommato la sceneggiatura fila e non annoia. Interessanti le figure di Omoro e Juffure, anche se in fondo non vengono sfruttate a pieno, mentre la vera novità che avvalora la prova, è la presenza di Loana, un'affascinante donna di colore (che ricorda vagamente Loa), follemente innamorata del Principe e presumibilmente ricambiata, visto che per la prima volta ci viene mostrato il feroce villain con alcune caratteristiche "quasi" umane; a tal proposito ne è la prova la scena in cui esce disarmato dal rifugio rimproverando Tex di comportarsi in maniera non onorevole, visto che ricatta Omoro facendosi scudo con la donna e in effetti a pensarci bene quell'atteggiamento del ranger l'ho sempre reputato alquanto stonato e fuori dalle righe. Altra scelta narrativa che avrei evitato, la grottesca lotta con gli zombie che sembra richiamare un film horror di terza categoria o il famoso videoclip di Micheal Jackson . Il finale in effetti è il punto debole della storia, reso ancor più inadeguato forse dal veto redazionale all'idea originale che vedeva immolarsi al sacrificio Loana per impedire che una pallottola sparata da Tex colpisse il suo amato. Ci sta che Sergio Bonelli non se la sentì di avallare una scena in cui Tex, sebben involontariamente uccidesse una donna, ma la variante escogitata dallo sceneggiatore è un po' leggerina e ripetitiva. I disegni stavolta furono affidati a Civitelli, ma il grande artista aretino riuscì brillantemente nell'impresa di non far rimpiangere Villa (in pochi sarebbero riusciti in questo compito da far tremare i polsi!), fornendo un'interpretazione del villain molto fedele all'originale e arricchendo le scene clou nelle palude con il suo ricco campionario di puntinati ed effetti a chiaro scuro, che sono sempre una delizia per gli occhi. Per chiudere, faccio notare che dopo la parentesi di "Wild West Show" dove l'attento Boselli aveva modernizzato la figura di Nat Mc Kenneth attribuendogli il più azzeccato ruolo di capo di Polizia di una grande città fluviale, a pochi numeri di distanza, Nizzi riproporrà il vecchio ruolo di sceriffo creato da Gian Luigi Bonelli, e così sarà nei suoi futuri episodi ambientati a New Orleans. Un'occasione sprecata a mio avviso per correggere un'ingenuità bonelliana e garantire un minimo di continuity. Il mio voto finale è 7
  14. Condor senza meta

    [441/442] Springfield Calibro 58

    Prova incolore di Nizzi, che incappa in quello che definirei un vero e proprio passaggio a vuoto. Mi capita di rado di bocciare una storia del mio ranger preferito, tuttavia con quella in questione, non riesco proprio a fare diversamente. L'autore crea un noioso riempitivo che procede stancamente per inerzia su due albi, senza mai spiccare il volo o stupire il lettore. Il soggetto è il classico canovaccio western di comancheros e indiani, ma ciò che più influisce al modesto esito della prova, è una sceneggiatura piatta, prevedibile, priva di colpi di scena e una sequenza di snodi narrativi visti e rivisti. Lo spunto delle carabine di dotazione ai Confederati, che misteriosamente spuntano fra i carri dei comancheros, inizialmente attira la curiosità, ma viene svelato ben presto con un lungo e inopportuno flashback. I nostri passano da un agguato all'altro, seguendo un iter narrativo ben marcato e poco coinvolgente. Anche i villain della storia deludono oltremodo: Kinkaid non appare un cuor di leone e in fondo non sembra mettere molto in difficoltà gli avversari. Anche l'incongruenza finale che lo porta a sparare su Tex e Carson, sebbene poche pagine prima in posizione migliore rinunci riconoscendo di non essere un buon tiratore, fa storcere il muso. Vera Lopez è una maliarda che non lascia il segno, forse anche per la non eccezionale resa grafica di De La Fuente e Syd Ketchum, il più caparbio del gruppo, si rende pericoloso solo grazie a una "piccionata nolittiana" di Tex, che lo lascia libero di agire dopo il loro primo scontro. L'epilogo abusato dell'arrivo della cavalleria che toglie le castagne dal fuoco ai due ranger in difficoltà, è la chiusura del cerchio di un episodio da deporre nella libreria e lasciarlo marcire nell'oblio. Il debutto di De La Fuente sulla regolare è accettabile ma altalenante. Buone le ambientazioni polverose e assolate, un po' meno le caratterizzazioni dei due pard, con un Carson alquanto invecchiato e con la lunga zazzera e un Tex inconsueto e smilzo. Numerose le correzioni redazionali apportate da Monti sui volti del protagonista; a tratti si fatica a distinguere in quale vignetta ci sia il suo tocco e in quale no. Nizzi presumibilmente decise di scegliere un ambientazione simile per il disegnatore iberico, sperando di ripetere l'exploit di pochi anni prima sul brillante texone "Fiamme sull'Arizona" ma essendo il paragone impietoso, mi astengo di aggiungere altro al mio commento. Il mio voto finale è 4
  15. Condor senza meta

    [438/440] Gli Invincibili

    Senza grossi giri di parole, si può liberamente affermare che ci si trova al cospetto di una delle cime più alte del centinaio, nonché della produzione boselliana e della saga in generale. Un episodio dalla liricità ed epicità uniche, che difficilmente sono state eguagliate nella serie. Un Boselli al massimo dell'ispirazione, confeziona una pietra miliare che ancora oggi, a più di due decenni dalla pubblicazione, tiene inchiodati alle pagine e commuove il lettore. Una sceneggiatura magistrale, coinvolgente, esente da cali di ritmo. Perfetta la caratterizzazione dei personaggi, come nella miglior tradizione boselliana, ma se mi è permesso dirlo, in questa prova l'autore supera se stesso e ci dona un parterre di comprimari ricchissimo e ogni sua creazione letteraria contribuisce ad arricchire la storia, che tiene perfettamente il passo del capolavoro del debutto (anche se personalmente ritengo il "Passato di Carson" lievemente superiore). La banda degli irlandesi ci viene apparentemente mostrata come una pericolosa congrega di fuorilegge, ma si percepisce fin dalle prime battute che, dietro quel gruppo di banditi, si celano uomini dalla grande umanità, eroismo e un forte senso di appartenenza alla patria di origine. In tal proposito, magnifica la scena in cui i figli della verde Irlanda intonano al tavolo di Carrasco l'inno irredentista del proprio paese. Un tocco di classe dello sceneggiatore, una scena dalla forte emozione che ancor oggi dovrebbe farci riflettere, in un epoca in cui si parla di barriere e distinzioni geografiche. A voler trovare il pelo nell'uovo, i nostri (con Pat Mc Ryan arruolato per l’occasione) appaiono un po' defilati rispetto agli straordinari protagonisti della vicenda, ma ciò non disturba, anzi! Tex e Carson se la cavano alla grandissima durante il proseguo della vicenda e inoltre, non sottovaluterei la scelta coraggiosa ma azzeccata dell'autore, di farli schierare con la banda, d'altronde come ribadirà nell'epilogo Montales: "Quando non c'è giustizia, l'uomo onesto e d'onore non può che diventare un bandito, un ribelle!" Chapeau; anche questa frase ha un peso specifico enorme, oggi più di ieri! Splendida la figura di Shane, un eroe patriottico dalla grande abilità e coraggio. Boselli gli dedica un melodrammatico epilogo da Oscar. Molto ben riuscita anche la figura di Kelly, un uomo molto legato ai ricordi della terra natia, ma non scherzano a carattere nemmeno Halloran, Pagan, Watts, Tommy Gunn, Karim. Mica facile riuscire a creare in una sola storia, così tante figure che penetrano nel cuore e nella memoria del lettore. Menzione a parte merita Hutch: notevole l'idea di inserire un amico d'infanzia di Tex. Il rapporto di falso odio-immenso rispetto tra i due si dipana per tutta la narrazione ed è logico che Boselli abbia recuperato un simile personaggio nella regolare e presumibilmente, lo farà muovere anche sulla nuova serie "Tex Willer". Ciò che si può definire un'intuizione felice! Non male pure la caratterizzazione degli antagonisti. Carrasco e l'austriaco Herzfeld sono coerenti nelle loro posizioni e quindi indignano nel giusto, questione diversa per il codardo Danny: il suo tradimento nei confronti dell'amico è una frustata che fa stringere i pugni dallo sdegno. Magnifica l'empatia fra Boselli e Marcello, la loro intesa è un ulteriore valore aggiunto alla storia e il compianto disegnatore sfodera una prova grafica di tutto rispetto, a tal punto che non riuscirei a immaginare disegni diversi per una simile sceneggiatura. Tanto di cappello dinanzi la complicatissima realizzazione del terzo albo, ricco di azione, sparatorie, dinamismo e adrenalina pura, rappresentato alla perfezione dell'artista. P.s.1 Suppongo sia un piccolo refuso: quando Tex mostra ai Rurales il lasciapassare del governatore Montales, nomina lo stato di Sonora ma il fido amico messicano, dovrebbe essere una carica istituzionale del Chihuahua. P.s.2 A inizio episodio Carson asserisce di esser tornato dal Nevada, dopo una visita a Lena e Donna che nel frattempo hanno aperto una locanda: interessante la continuity abbozzata da Boselli, visto che una simile affermazione del vecchio ranger fungerà da preludio all’episodio di Jack Thunder. Il mio voto finale è 10
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