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TWF - Tex Willer Forum

Condor senza meta

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About Condor senza meta

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    Scrittore
  • Birthday 09/06/1979

Profile Information

  • Gender
    Maschile
  • Real Name
    Antonio

Me and Tex

  • Number of the first Tex I've read
    311
  • Favorite Pard
    Kit Carson
  • Favorite character
    Jim Brandon

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  1. Seppur in ritardo, son riuscito a gustarmi l’atteso texone di Borden e Carnevale. Di solito evito di commentare una storia dopo averla letta una sola volta, ma stavolta farò un’eccezione, anche se mi soffermerò più sulle sensazioni suscitatemi dalla lettura che sulla trama vera e propria. La prima impressione è nettamente positiva e d’altronde mi sarei stupito del contrario, visto che, essendo amante del genere, attendevo con ansia la storia in questione. Il lavoro di Boselli sulla sceneggiatura è certosino; costruisce tavola dopo tavola una sorta di oscura inquietudine che avvolge il lettore e lo catapulta su arcane latitudini. E’ proprio questa opprimente sensazione di ansia, che colpisce durante la lettura e ti fa esulare dal mondo esterno. La trama scivola via bene, e se, come fatto notare, qualche snodo narrativo può apparir e un po’ al limite, personalmente, immerso com’ero nel claustrofobico scenario creato ad hoc dall’autore (coadiuvato da un Carnevale superbo e adattissimo a dare volto alle ombre partorite dalla fervida fantasia di Mauro), non ho dato minimamente peso alla cosa. Forse ho riscontrato una lieve accelerazione nel finale, ma nel complesso sono molto soddisfatto. Il mistero che gravita attorno ai componenti del sanguinoso Carnivan è intrigante. Personaggi come la strega ragno o l’indiana affascinante dai poteri ipnotici, rientrano perfettamente nei canoni della narrazione gotica: chi sono, da dove vengono, da dove scaturiscono i loro poteri? Anche quel tocco di geniale lucidità che imperversa nella presumibile follia di Shado, o il dono della premeditazione di madame Zara, arricchisce la pietanza e attrae l’attenzione. La presenza dei freak e il carrozzone ambulante, mi ha poi rievocato il ricordo dell’ Uomo che ride di Hugo, sebbene Ursus è un personaggio ovviamente agli antipodi con Shado. Almeno di Tex non possiamo lamentarci in questo strano 2020: due texoni memorabili, destinati a rimanere a lungo nei cuori dei fans, però ammetto che, al netto di disegni superlativi di Villa, come storia preferisco “La vendetta delle Ombre”.
  2. Capita di rado nei miei commenti di anteporre il giudizio sul comparto grafico rispetto alle considerazioni sulla trama e la sceneggiatura; stavolta però mi sembra doveroso omaggiare come merita Piccinelli, poiché reputo straordinaria la sua prova. Già all’esordio il giovane artista aveva strappato i miei sperticati elogi, ma l’ottimo livello raggiunto nella storia in questione, lo ha immediatamente catapultato nel cerchio dei miei autori preferiti. Tratto pulito e curato nei minimi dettagli, ottima resa di visi ed espressioni facciali, sfondi da urlo e buona dinamicità narrativa. L’influenza “villiana” è tangibile ed essendo per me da sempre il buon Claudio il modello artistico per antonomasia, coerentemente, anche Piccinelli non può che rientrare nella lista della mia preferenza. Anche Borden contribuì a sfruttare appieno le qualità del disegnatore, affidandogli una sceneggiatura ideale per dar libero sfogo alla sua fantasia. Anche il soggetto è particolare e si fa apprezzare, con l’apparente doppia trama che si annoda sul finale. Il rapimento dei quattro piedidolci, destinati a divenire preziosi ostaggi per il capo Nez Percè nell’eventuale trattativa da intavolare con le giacche azzurre, forse è un po’ atipico per la mentalità dei nativi, comunque aldilà di questa piccola “licenza” di soggetto, risulta piacevole il rapporto di stima e rispetto che si instaura tra rapitori e rapiti, evidenziato soprattutto dalla bella amicizia nata tra lord Brunel (bel personaggio) e il marcantonio Tall Bull, un po’ ingenuo ma dal cuore d’oro. Si potrebbe tacciare l’autore di troppo buonismo, ancor più palesato dal finale “vissero tutti felici e contenti”, ma di tanto in tanto episodi simili sono ben accetti, almeno dal mio personale punto di vista. Di certo stavolta non si può contestare a Boselli di aver tolto centralità al quartetto dei nostri, sempre nel vivo dell’azione e in ottima forma. Azione e ironia non mancano e anche l’acume strategico di Tex è intatto, come sempre d’altronde nelle prove boselliane. Una pecca che ho riscontrato rileggendo l’episodio, il ritmo un po’ blando della prima parte, appesantita da dialoghi un po’ verbosi. Anche i villain non brillano oltremodo e, sebbene in superiorità numerica, non danno mai l’impressione d’impensierire oltre modo i nostri. L’epilogo con il temerario piano ideato da Yount, atto a sfruttare “l’alleanza” con la natura selvaggia della splendida location, mi è piaciuto e poco mi importa se può sembrare una scelta azzardata. Storia che si attesta nella buona media qualitativa di Boselli, lungi però da essere annoverata fra le sue migliori. Quantomeno con lo sceneggiatore meneghino al timone della saga, apparve subito chiaro che la continuità di resa fosse assicurata, ieri come oggi. Il mio voto finale è 7
  3. Grazie Valerio e scusami per averti indotto in errore. In effetti sul mio post ho erroneamente definito mormoni i fratelli Grendon . Se ci fosse una graduatoria di refusi, il mio nome sarebbe in cima alla lista, mi sa. Ha fatto benissimo Carlo a far notare l'errore, perchè la differenza fra Mormoni e Quaccheri è sostanziale.
  4. In effetti hai ragione Carlo, il termine "parentesi", da me usato, non è del tutto adatto . Correggo, con "saltuaria presenza".
  5. La seconda prova di Manfredi sulla regolare, mantenne un buon livello qualitativo e per molti versi fu migliore e più amalgamata della precedente. L’autore stavolta optò per un classico soggetto western e riuscì a svilupparlo senza incappare nei cali del suo esordio. La figura del tenente Bigelow indubbiamente lascia il segno e, sebbene diserti e all’apparenza agisca da malfattore, attira la simpatia del lettore. Di contraltare il maggiore Newman, con quell’aria grama e viso da becchino, dà l’impressione di nascondere scheletri nell’armadio ed evidentemente non è simpatico nemmeno a Tex, che rifiuta eccezionalmente di bere in sua compagnia, adducendo alla futile scusa della calura (a me piace vederla così, ma forse l’autore ha semplicemente voluto stupire con una trovata originale). Su Newman non avremo più notizie, visto che Manfredi se lo perde per strada, spostando totalmente il baricentro della sua trama. Difatti con l’ingresso in scena della banda di desperados agli ordini del folle vanesio Pardo, le attenzioni dei nostri verranno più che altro attirate dalla caccia ai sanguinosi bandoleros e diviene prevedibile che Bigelow diverrà una sorta di alleato. Nel secondo albo il ritmo narrativo s’impenna e assistiamo a un susseguirsi di batti e ribatti nel villaggio di Los Buitres, con svariati voltafaccia e colpi di scena e gli avvoltoi a far da spettatori interessati alle varie contese. L’epilogo è amaro per Bigelow, che nell’intento di vendicarsi di Pardo, arriva persino a tramortire a tradimento Tex, ma non riuscirà comunque nel suo intento. Toccherà proprio all’inossidabile ranger scrivere la parola fine, spedendo all’inferno il sanguinario messicano. Buona prova di Manfredi, che viene definita da alcuni come la sua migliore sulla saga; forse è vero, tuttavia ritengo che, considerato il suo valore, l’autore possa fare molto meglio ma stranamente su Tex non riesce a esprimersi a pieno regime. Due gli aspetti che non mi hanno fatto impazzire durante l’episodio: il continuo mostrare della stella, come se un eroe del calibro di “Aquila della Notte” abbia bisogno di un simile distintivo per incutere rispetto ai banditi e alcune battute troppo da “Zelig” coniate da Carson nei vari siparietti. A dire il vero pure il primo colpo escogitato da Bigelow appare un po’ troppo semplificato: trattandosi di un “tesoretto” di cinquecentomila dollari, troppo facilmente la scorta affidataria passa il prezioso testimone ai disertori, senza nemmeno prendersi la briga di controllare. Piccole note negative che non bastano a rovinare la media della storia. Di certo Manfredi non ebbe da lamentarsi dei disegnatori con cui iniziò la sua parentesi sulla saga del ranger più amato; disporre di Civitelli e Ticci in prima battuta è il massimo per ogni sceneggiatore. Il maestro senese è da sempre sinonimo di qualità grafica garantita e non necessita ulteriori commenti, d’altronde è da tempo che ho esaurito gli aggettivi per descriverlo. Mi limiterò solo a citare due vignette verticali, che riassumono la classe innata di un “regista” perfetto, dal tratto dinamico e altamente espressivo: la vignetta doppia di pagina 58 e quella a pagina 98 (entrambi del secondo albo) sono da ammirare e studiare a lungo. La pura essenza del mestiere del fumettista. Il mio voto finale è 7
  6. Whisky per tutti allora, ma di quello buono tenuto dall'oste sotto il banco e non il solito bruciabudella da due soldi. Pazienza, se poi si finirà tutti ebbri a tirar sedie e cazzotti, in caso facciamo intervenire lo sceriffo a sedare la rissa, tanto Virgin, essendo astemio, lo potrà fare lucidamente.
  7. Visto l'orario, oltre al boccale colmo di birra, una bella bistecca alta due dita e sommersa da una montagna di patatine, me la "spazzolerei" volentieri. Ovviamente, non volendo approfittare troppo della generosità di Tim, il conto delle bistecche si paga alla romana.
  8. Leggendo i vari commenti di questo interessante post, sto provando una profonda sensazione: pare di vivere una di quelle classiche storie in cui tutti noi, attorno al fuoco di bivacco, apprendiamo dalla commossa voce di Mauro i ricordi del suo leggendario "maestro d'armi" e nostro indiscusso idolo. In ogni frase traspare la dolce malinconia per i bei tempi vissuti e il fortissimo rispetto umano, che va ben oltre la scontata stima professionale.
  9. Ho sempre reputato “Sulla pista di Fort Apache” una delle migliori storie di Boselli sulla saga, di conseguenza, appena saputo del ritorno di personaggi come Laredo e Parkman, fui molto trepidante e contento. Conservavo un ricordo positivo dell’episodio, sebbene non lo leggessi da tempo. Di recente, durante la mia rilettura cronologica degli albi del passato, son tornato a imbattermi in “Caccia infernale” e devo dire che le impressioni di allora, sono state in gran parte riconfermate. Ciò che mi ha un po’ stupito a esser sincero, l’enorme mole di messaggi nel topic apposito sul forum, con opinioni a tratti opposte fra i forumisti. Di certo, sebbene non reputi la presente prova all’altezza della precedente, non credo sia da buttare come sostenuto da alcuni, piuttosto se dovessi valutarla su due piedi, mi verrebbe da dire che si attesta abbondantemente sopra la sufficienza. Ma proseguiamo per gradi; Boselli per il sequel di Fort Apache decide di creare una trama ambiziosa da spalmare sui canonici tre albi. Il soggetto è alquanto variegato e se da un lato ci mostra un aspetto non del tutto innovativo, ovvero un profeta cha soggioga guerrieri rossi per spingerli alla rivolta, dall’altro si caratterizza con la scelta valevole di aggiungere l’eterogenea “posse” agli ordini dell’ex colonnello Cunningham sulle tracce dei seguaci di Revekti, dando vita di fatto a due azioni parallele, che donano alla trama un tocco in più. L’autore, seguendo il consueto stile, arricchisce le tavole con una folta di schiera di comprimari, che, se da un verso, come fatto notare, rischiano di defilare la figura di Tex, dall’altro rendono molto più ariosa la narrazione. Mi asterrò stavolta di citare i numerosi componenti della banda del colonnello e non mi soffermerò neanche sui motivi personali che spingono il feroce ex ufficiale sulle tracce del profeta, ma sposterò le mie attenzioni sui due personaggi tanto attesi: Laredo e Parkman. Borden chiarisce fin dalle prime tavole che il vero coprotagonista sarà proprio l’ex tenente, difatti Laredo agirà più da contorno ai nostri, deludendo un po’ a dire in vero, visto che il suo contributo sarà alquanto ridotto, mentre è molto ben delineata la connotazione di Parkman in questa avventura. Una scelta ben precisa che spiazza un po’il lettore, ma che analizzata attentamente, non è errata: su Laredo in fondo non c’era tanto da aggiungere dopo l’ottima prova di esordio e il rischio di riproporre una poca appetitosa minestrina riscaldata, era alto. Parkman invece veniva ricordato solo come l’odioso ufficiale ottuso e arrogante e sulle macerie del suo precedente fallimento è stato più interessante cercare di ricostruire una caratterizzazione caratteriale più accurata e profonda. Boselli, a mio modo di vedere, riesce nel suo intento, senza cadere nella trappola del buonismo. E’ vero che l’ex tenente in qualche modo si riscatta alla fine, ma rimane comunque un uomo abile ma molto complessato, controverso e fallibile. Pesa ancora in lui l’onta della precedente sconfitta, l’orgoglio lo spinge a reagire, ma non tutte le sue scelte si riveleranno azzeccate, tra le quali quella di accettare la missione del feroce Cunningham che lo porterà a contribuire a un’assurda aggressione ai danni di una piccola tribù inerme di Pima. Anche molto efficaci i flashback che rievocano la fine del suo fidanzamento con Liz, che ci mostrano un uomo ancora innamorato, che ha compreso i suoi errori e si è reso conto solo dopo averla persa, di quanto teneva a lei. In merito a Miss Starrett avrei gradito un maggior coinvolgimento anche di Laredo, che dopo averla sposata, in questa storia sembra quasi ignorarla del tutto. Capisco che non bisogna eccedere con la melassa nella saga di Tex, ma sembra passare il messaggio che l’ex rivale sia più innamorato dello scout e personalmente a me questo aspetto stona. In passato avevo espresso la speranza di un possibile ritorno anche di Liz sulla serie, ma Mauro mi ha chiaramente fatto capire che una tale ipotesi al momento è esclusa, ma coltivo ancora qualche esile speranza di ripensamento. Chiusa la parentesi sentimentale, torniamo al giudizio della storia: l’azione e la tensione narrativa non mancano e la lettura nel complesso è piacevole ma ammetto che, a differenza della “Mano del morto”, ho l’impressione che la gestione della sceneggiatura sulla lunga distanza delle 330 tavole, sia meno riuscita. Il ritmo cala un po’ nell’avvicinamento al covo del profeta per divenire troppo accelerato nell’epilogo e a tratti i dialoghi appaiono un po’ troppo verbosi. Anche la figura di Revekti rimane pressochè un personaggio di contorno, ma in fondo è una scelta dell’autore e può starci. Sull’evanescenza di Laredo mi sono in parte espresso, per ciò che riguarda Tex l’ho trovato meno brillante di altre occasioni, ma pur sempre idoneo, mentre Tiger si ritaglia fra le tavole un ruolo lodevole e ammetto che con Borden non è un caso che il pard indiano venga ampiamente rivalutato. Dovrei ancora menzionare la funzionale trovata della droga che genera dipendenza nell’esercito del profeta o il fascino paesaggistico della Sierra Madera, ma credo già di essere fuori tempo massimo e, non volendo rendere il mio commento troppo chilometrico e noioso, forse è meglio passare al comparto grafico dell’episodio. Il debutto di Ginosatis è da applausi; il disegnatore greco unisce dovizia di particolari a tratti sporchi, tipicamente western all’Ortiz. Buona la caratterizzazione dei nostri e dei comprimari e molto ben realizzati pure gli sfondi, con efficaci effetti puntinati che richiamano vagamente il maestro Civitelli. Dinamismo e bilanciamento dei neri non mancano nelle sue tavole e per essere un debuttante, se la cavò alla grande anche nella tenuta sulla lunga distanza. Autore che mi rapì immediatamente con il suo stile personale e dettagliato, peccato solo che non saranno tante le sue apparizioni seguenti sulla saga. Il mio voto finale è 7
  10. “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più” cantava Battisti in una sua nota canzone e qui casca a fagiolo, visto che il ritorno ai testi di Nizzi, dopo il disastro di “Oltre il fiume”, non era affatto scontato e credo abbia fatto sbuffare molti lettori, considerato ormai il livello modesto delle sue prove. Non vorrei sbagliare, ma mi par di ricordare che “Attacco alla diligenza” fu l’ultima prova sulla regolare dell’autore di Fiumalbo prima del lungo stop, esauritosi da pochi mesi con l’inatteso ritorno in squadra. Valutando l’esito della prova, non mi stupisco neanche, visto che, sebbene non disastrosa come la precedente, è comunque, a mio modo di vedere, molto modesta. Cercherò di essere breve, per non tediare più di tanto i forumisti che avranno voglia di leggere il mio commento, tuttavia alcune impressioni suscitate dalla recente rilettura, non riesco a tacerle. Il soggetto non so come giudicarlo, di certo non originalissimo (mi sarei stupito del contrario in un simile contesto), tuttavia non del tutto malvagio e credo che se sviluppato adeguatamente poteva garantire una degna figura, purtroppo per il Nizzi di quegli anni era più facile cavare whisky dai sassi piuttosto che comporre sceneggiature avvincenti. Il coinvolgimento di Davis, la sua sparizione durante l’assalto alla diligenza, il mistero della missione sembravano presagire una piacevole avventura, purtroppo la scarsa ispirazione dell’autore era in agguato. Si assiste a una rapida sequenza di scelte narrative discutibili e ormai ricorrenti nelle storie di Nizzi: il provvidenziale incontro col cercatore d’oro che spiffera tutto ai due pards, mettendoli di fatto sulla giusta pista investigativa, la presenza del crotalo che aiuta Tex in un agguato, il trucco delle rondelle (già usato nel celebre texone di Ortiz), la presenza dell’ufficiale corrotto che già il lettore attento smaschera sul finire del primo albo. Un ulteriore buco di sceneggiatura che mi ha fatto arricciare il naso è l’inspiegabile atteggiamento dei cospiratori: il piano è quello di eliminare Davis e ci sta che si insceni tutta la messinscena della falsa rapina, ma al momento in cui il suo corpo non figura tra i caduti, perché non cercarlo? Visto la facilità con cui il generale viene soccorso dai Comanche, pare incongruente che un simile schieramento di forze nemiche, con tanto di generali messicani e spie, trascuri una così importante azione, rendendo di fatto vano tutto il piano. Pure tirata per i capelli la sequenza narrativa che vede i nostri sfuggire dalle grinfie dei nemici messicani a bordo della provvidenziale presenza della canoa (guarda caso!), per non parlare dell’incontro col generale avvenuto poco dopo, sempre per puro caso, al villaggio dei Comanches. Nessuna indagine, basta solo la confessione del sergente pelato per smascherare il colonnello Fairmont e quella che doveva essere una gatta da pelare si trasforma in fondo in ordinaria amministrazione. Molto poco reso pure il coinvolgimento emotivo di Tex, che agendo per gran parte della storia convinto della morte dello stimato amico, lo si aspettava più amareggiato e deciso, mentre qui pare proprio accettare il tutto troppo passivamente. L’epilogo con la fuga di Dug Tracy che se la fila alla chetichella mentre i nostri vanno a cena a festeggiare con Davis, è un mattone sullo stomaco. Ma dico, quando mai Tex mostra così tanta leggerezza con i nemici? Il gaglioffo la farebbe tranquillamente franca se non fosse per il diverbio con gli ex alleati messicani, e i nostri lo sapranno solo dopo mesi per lettera. Siamo su scherzi a parte? 😅 Passi (e non troppo) che non si possa far molto contro l’ufficiale messicano golpista (una lettera a Montales no?), ma trovo assurdo che i nostri se ne freghino altamente di assicurare alla giustizia Tracy, che in fondo rappresenta una pedina importante della congiura. Lo sapevo, non son riuscito a essere conciso come mi proponevo, scusatemi. 😀 Ovviamente, riassumendo, è chiaro che la storia per me non raggiunge affatto la sufficienza. Rossano Rossi si riconfermò disegnatore preparato e affidabile; l’influenza civitelliana era ancora marcata nel suo tratto, ma rispetto al debutto, ho scorto una leggera evoluzione e maggiore personalizzazione stilistica. Di certo l’autore mostrò ampiamente di avere le credenziali adatte per illustrare il nostro amato ranger. Il mio voto finale è 4
  11. Storia decisamente sottotono di Borden, ancor più evidenziata dal fatto che seguì episodi di tutt’altro spessore composti dallo stesso autore. Forse il fatto che fosse originariamente destinata a un almanacco ha influito o forse no, tuttavia non si può esimersi dal notare un calo di concentrazione durante lo svolgimento delle 110 tavole. Al netto di un buon prologo, che però diverrà troppo spoilerante in merito alla reale identità di “Faccia di cuoio”, il resto della trama avanzerà a rilento, con poco ritmo e, fattore molto strano trattandosi di Boselli, con qualche snodo narrativo un po’ confuso e forzato. Forse l’autore ha messo troppo carne sul fuoco, non riuscendo a cuocerla come si deve nell’esiguo spazio a disposizione, difatti si ha l’impressione che a tratti la narrazione non sia fluida come di consueto e ciò incide nella lettura. Non brillano stavolta le caratterizzazioni dei personaggi e trovo un po’ strano che Jackson aspetti dieci anni per tornare a fare visita ai suoi vecchi “amici” che lo lasciarono all’epoca solo alle prese del grizzly, scappando con le pepite. Veniamo a sapere che Faccia di Cuoio, non vuole vendicarsi di Scovill, anzi ha da tempo intrapreso una fitta corrispondenza epistolare, dunque non si capisce come mai durante il delirio lo stesso Scovill tema l’erculeo entrato, nella sua stanza. Lo stesso Ryan, divenuto ormai un boss potente di Sacramento, sembra strano che non sia a conoscenza del fatto che l’ex collega se la sia cavata e che sia divenuto nel frattempo, non si sa il perché, addirittura il capo degli indiani Modoc. Anche la sottotrama del tentativo di vendetta del cowboy Randy ai danni dell’odioso soprastante non viene approfondita abbastanza e non aggiunge molto alla storia, se non la buona scena dello stampede durante il suo fallito piano. Ricapitolando, un piccolo passo falso di Boselli, fisiologico dopo tante storie di qualità. I disegni di Torricelli rispolverano lo stile classicheggiante di Galep, molto caro agli affezionati lettori: alcuni primi piani di Tex sembrano davvero essere stati disegnati dal compianto artista sardo per quanto sono somiglianti, però proprio l’assidua imitazione del papà di Tex finisce col penalizzare il debuttante, visto che la sua prova pecca così di personalità stilistica. In alcune fattezze di Carson mi è parso di rivedere Muzzi e anche qualcosa di Gamba sembra apparire tra le vignette, un bel mix di classicità ben realizzato ma forse con una minore imitazione di tratto e maggior coraggio grafico, l’esito sarebbe stato migliore. Il mio voto finale è 5
  12. Spesso nelle mie zone è capitato che il lunedì i distributori non consegnino e oggi l'edicolante ha confermato questa ipotesi. A Catania forse è diverso. In ogni modo, per evitare la vana spola tra casa-edicola, credo che aspetterò direttamente martedì e taglio la testa al toro 😃. Mi consolerò nel weekend leggendo "Tex Willer" e proseguendo la mia rilettura dei vecchi albi.
  13. Nel mio caso @valerio, nessun problema 🙂. Anche se transitato in questo topic, non leggerò i commenti precedenti finché non avrò avuto modo di avere l'albo a mia volta. Una semplice strategia che attuo da tempo sul forum e che finora ha dato i suoi frutti. 🙂
  14. Purtroppo in Trinacria occorrerà attendere martedì per averlo; le pubblicazioni che cadono il sabato sono un vero supplizio per noi appassionati. Pazienza: si dice che l'attesa del piacere sia anch'essa il piacere. Prendiamola con filosofia 😏 , d'altronde ho aspettato mesi per godermi il capolavoro di Villa, cosa mai saranno tre giorni adesso? In ogni modo, a scanso di rischi e spoiler vari, sarà meglio disertare questo topic in questo breve lasso di tempo. 😃
  15. Concordo Leo; come già scritto in passato su questo topic, Carson viene umiliato da Torrey e più che una perfetta spalla di Tex, appare quasi come una palla a piede. Andavano bene i siparietti ironici fra i due amici, ma dai che ci dai, Nizzi finì col tempo con lasciarsi scappare la mano e demolire la figura di Carson.
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