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TWF - Tex Willer Forum

Condor senza meta

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About Condor senza meta

  • Rank
    Quasi scrittore
  • Birthday 09/06/1979

Profile Information

  • Gender
    Maschile
  • Real Name
    Antonio

Me and Tex

  • Number of the first Tex I've read
    311
  • Favorite Pard
    Kit Carson
  • Favorite character
    Jim Brandon

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  1. Il mio voto va al capitano Bart; già nella prima parte del sondaggio lo avevo tirato in ballo magari in compagnia di Bixler e Barbanera. La seconda preferenza va a Big Bear, anche un suo ritorno per il sottoscritto sarebbe molto gradito; a conferma di ciò ricordo in passato di averlo inserito in uno spunto di soggetto nel giochino apposito del forum.
  2. Da ragazzino nemmeno a me piaceva molto, o meglio, preferivo di gran lunga il tratto di altri disegnatori, forse per via anche di quella tendenza al "grottesco" con cui spesso tratteggiava i suoi personaggi o la stazza sproporzionata di alcune anatomie. Pian piano crescendo ho rivalutato alla grande il suo stile caldo, dinamico e personalissimo, e rimpiango molto le sue mitiche ambientazioni nordiche o le fattezze inimitabili con cui rappresentava i brutti ceffi. Non so come spiegarlo, sfogliando gli albi con i suoi disegni sentivo aria di casa, una presenza confortevole per il lettore.
  3. A essere sinceri, la storia dell'almanacco non la conosco, grazie per la dritta @virgin. Ammetto che la collana Almanacchi è stata la prima a cadere sotto la falce del "mancato acquisto in edicola": presi solo pochi numeri. In quanto al poco marcato calo stilistico di Fusco, sono perfettamente d'accordo; fino alle ultime tavole si è sempre mostrato ad eccellenti livelli.
  4. Può darsi che l’episodio fiume ambientato nelle amate lande canadesi, sia davvero il “canto del cigno” di Nizzi sulla saga. Da lì al suo primo congedo, storie di pari livello non ne compose più e del suo recente ritorno, ancora è troppo prematuro prevedere se il vecchio sceneggiatore potrà nuovamente avvicinarsi a una tale cifra qualitativa. Di certo “Athabasca Lake” non tiene il confronto con “Le rapide del Red River” uno dei fiori all’occhiello nel curriculum dell’autore, ma rimane comunque una più che discreta prova, concepita peraltro in un momento molto difficile dal punto di vista prettamente artistico. Dopo tanti anni fu pubblicata una vera maratona narrativa su quattro albi, ma l’ottimo soggetto e una degna sceneggiatura (non esente da lievi pecche, ma in fondo veniali) garantirono una piacevole lettura. Molto bello l’incipit, con l’ingiusta degradazione di Jim Brandon per un presunto tradimento, inventato ad hoc per toglierlo di mezzo e non intralciare una congiura di alto rango. L’arrivo dei nostri in Canada, sarà costellato da un agguato dietro l’alto; scene piacevoli ma che sanno un po’ di revival con situazioni simili del passato. Pian piano che si macinano le numerose tavole, la storia entra nel vivo, con il congiungersi di Tex e pards con Jim e “l’odissea canadese” per laghi e fiumi necessaria per l’arrivo a Ottawa, meta in cui poter smascherare i pezzi grossi alle redini della congiura e dimostrare l’innocenza del colonnello. Molto avvincente il trucchetto dell’equipaggio adottato sul lago e l’elusione dei controlli grazie al doppiofondo della barca dell’amico di Larouche. Proprio il predone fluviale convertito, rappresenta un bel personaggio, molto simpatico e funzionale nell’economia della storia. E’ vero che salta troppo presto la barricata per soldi, ma alla fine si rivela prezioso grazie ai suoi consigli e la folta schiera di amici (forse anche troppi!) che nei momenti cardine del piano aiutano moltissimo i nostri. Di contraltare alcuni avversari non vengono sfruttati e caratterizzati come si deve (vedi Larkin, attivissimo nel primo albo e poi ridotto a un fardello da trasportare su e giù per la regione) e anche Grossjean si riduce a una comparsa. Tex, Carson e Jim agiscono bene, un po’ defilati ma utili Kit e Tiger, il navajo per proferire la prima parola bisogna attendere quasi 70 pagine all’inizio. Il finale meritava più spazio e appare alquanto veloce, ma tutto sommato non inficia la prova. Ho solo trovato la soffiata del sergente Ross un po’ forzata per rivitalizzare la trama nella fase finale: che l’individuo per soldi spifferi ai villain i piani dei nostri è plausibile, ma che Tex e soci lo lascino libero di farlo dopo averglieli fatti conoscere è un’ingenuità colossale. I disegni di Fusco, giunto, mi pare, alla sua ultima prova sulla saga prima del pensionamento, si mantengono efficaci e confermano la sua grande dimestichezza negli scenari nordici della serie. Ovviamente il fisiologico calo grafico è palese ma l’esito finale è comunque di degna fattura, e conferma il grande professionismo dell’indimenticato artista ligure. Il mio voto finale è 8
  5. Ho espresso la mia preferenza per l'avvocato Bixler, poichè reputo che un suo ritorno sia agevolmente gestibile, magari accoppiato a qualche altra riapparizione del passato: un'idea potrebbe essere un'avventura con lui, Barbanera e il vecchio capitano Bart bisognoso di aiuto. La seconda preferenza va per la bella Sarah Curtiss, ma qui Boselli (o chi per lui) dovrebbe escogitare un soggetto particolare per riacutizzare l'attenzione del lettore. Non vedo facile sviluppare un eventuale proseguo del rapporto con Kit senza cadere nel platonico nulla di fatto (vedi ritorno di Lupe Velasco) o attenendosi a certi canoni della serie che non permettono legami sentimentali duraturi dei protagonisti.
  6. Dopo l’opaco ritorno di Juan Raza, la regolare ci ripropose un nuovo episodio del duo Boselli/Letteri. Purtroppo, dati alla mano, sarà anche l’ultima collaborazione fra i due autori, tanto è vero che lo storico disegnatore romano non riuscirà a completare la sua ultima opera che verrà comunque pubblicata sul Maxi, postuma alla sua morte. Il nostro Borden, reduce dalla lunga storia dei “Lupi Rossi”, molto originale e affine al suo stile compositivo, creò una trama più classica e molto bonelliana. Non mancano inoltre molti richiami a storie precedenti della saga, che sortiscono un effetto contrastante: piacevole da un verso, un po’ meno per la sensazione del già visto Il casuale incontro con i banditi che assassinano il falso peones (che ricorda Oltre la Frontiera); il ritrovamento del diadema che rimanda a un presunto tesoro antico (Il medaglione spagnolo); la presenza di uno sceriffo corrotto che, in combutta col figlio di Harrison e il soprastante del ranchero messicano, trama contro i due vecchi allevatori (anche io trovo attinenze con l’alleanza di Indigo Jones con Stanley Dance in “La lunga pista”); il finale movimentato nel vecchio pueblo Anasazi (Il pueblo perduto). A prescindere da questi richiami, la storia è piacevole e molto scorrevole. A differenza di altre prove, i personaggi di contorno, sebbene ben ritratti, non rubano la scena a Tex, che rimane sempre al centro dell’azione. Un Tex, forse un tantino meno brillante di altre volte, ma pur sempre accettabile. Finale molto movimentato, col colpo di scena della vera entità del tesoro e la scena (un po’ surreale a dire il vero, stile Indiana Jones) dell’assalto “mirato” dei ragni velenosi ai villain. Episodio non trascendentale, ma comunque nella media. Ovviamente Boselli ci ha da sempre abituati a livelli qualitativi eccelsi, ma prove simili sono fisiologiche e non disturbano affatto. Per il comparto grafico, rinnovo il giudizio espresso in commenti precedenti: purtroppo lo stimato Letteri, da tempo ormai aveva imboccato il mesto viale del tramonto, e seppure con stoico professionismo, l’esito finale della sua opera non brilla più. Figure piatte, poco dinamiche, sfondi tirati via, primi piani altalenanti, non adeguata rappresentazione dei “Non finiti” che sembrano i disegni di un ragazzino, sproporzioni anatomica (vedi i serpenti nella scena dell’ufficio dello sceriffo o i ragni velenosi nella Kiva del pueblo). L’enorme fatica al tavolo da disegno del maestro romano, incide a penalizzare un po’ la narrazione e a me mette molto tristezza, oggi come allora. Il mio voto finale è 7
  7. Dopo aver annaspato faticosamente, cercando di rimanere a galla con storie mediocri, il buon Nizzi scivolò sotto la linea di galleggiamento con la storia in questione. Purtroppo, credo che “I fratelli Donegan” rientri nella lista delle prove peggiori che lo sceneggiatore abbia partorito per la serie ammiraglia. Se fino a quel momento il preoccupante calo narrativo era stato appena mitigato con un po’ di mestiere, nell’episodio in questione, nemmeno quello venne in aiuto. La trama che ne uscì fuori risulta noiosa, a tratti implausibile e con Tex e Carson davvero irriconoscibili e quanto di più lontano possa esserci dalla caratterizzazione originaria di Gian Luigi Bonelli. Anche il parco personaggi che si muove tra le tavole dei due albi non brilla per caratterizzazione e i villain, che danno pure il titolo al primo albo, sembrano l’imitazione seriosa dei fratelli Danton su Lucky Luke. Un gruppo di barboni vestiti da becchini che sembrano gemelli e che in fondo non lasciano minimamente il segno nell’immaginario del lettore. Ammetto che non rileggevo l’episodio dall’anno della sua uscita in edicola e anche adesso, a distanza di molto tempo, il mio giudizio non si è affatto migliorato. Già la scena iniziale in cui i nostri incontrano gli sceriffi banditi all’opera che impiombano il ranger in incognita, si presenta a mio avviso incongruente. Mi spiego: se Tex fosse all’oscuro di tutto e, capitato fortuitamente sul luogo dell’uccisione, inizi a indagare sui Donegan scoprendone gli scheletri negli armadi, potrei pure capirlo, ma si dà il caso che i nostri conoscano sia la vittima che la sua missione, dunque, cogliendo i barboni all’opera, bastava sfidarli a pistolettate e farli fuori con tutti i crismi della legge, chiudendo di fatto la storia nelle prime tavole. Duro da digerire pure il fatto che Carson veda distintamente l’azione di uno dei fratelli che infila le banconote nella sella della vittima per incolparlo di un precedente omicidio e i nostri non battano ciglio. Da mal di stomaco la sequenza in cui i due ranger assistono a un atto di giustizia sommaria senza opporre resistenza e chinando il capo come comunissimi ignavi. Irriconoscibili davvero! Mi chiedo: sicuro di non aver sbagliato fumetto in edicola? Potrei continuare a lungo a elencare situazioni al limite del tollerabile, come il salvataggio dall’agguato grazie alla mandria condotta da Ben Rodgers, lo snodo narrativo forzato degli Arapahos (sul sentiero di guerra per cercare un ragazzino dopo anni, guarda un po’ che combinazione!) che si alleano ai nostri, i nemici che ci mettono pure del proprio lasciando vivo e libero Ben dopo averlo smascherato, permettendogli di spifferare i piani agli avversari. La fiera degli orrori. Non basta un finale più decente a salvare la prova e allontanare la bruttissima sensazione di due ranger abulici, inattivi, a tratti ingenui e quasi mai risolutivi. Rispetto molto Nizzi, ma questa storia a mio avviso era impubblicabile e fa fare un figurone a molte piccionate di Nolitta sulla saga. L’episodio avrà annoiato così’ tanto anche i redattori che si lasciarono sfuggire nella vignetta 5 di pagina 25 del primo albo, uno dei rari errori di lettering di Marina Sanfelice. Cose che capitano, allora come adesso, anzi, come altre volte scritto altrove sul forum, non invidio affatto il lavoro degli editor o di chi è addetto al controllo capillare di una pubblicazione. Buoni i disegni di Repetto, contraddistinti da uno stile classico che ben si sposa col genere e concordo con chi sostiene che le sue rappresentazioni grafiche di Tex e Carson, siano molto azzeccate e attinenti alla media. Ammetto che personalmente preferisco altri disegnatori, ma l’artista argentino negli ultimi anni della sua lunga carriera prima di lasciarci, si è disimpegnato molto bene sulla saga, mostrandosi un grande professionista delle nuvole parlanti. Il mio voto finale è 4
  8. Pardon Virgin, hai ragione da vendere, scusate il refuso . La cosa che più mi sconcerta è che la storia l'ho riletta da poco e ho scritto un nome errato convinto di aver citato quello corretto. La senilità incalza.
  9. Una parentesi boselliana dopo più di un anno di assenza sulla serie, ci volle come una boccata d’aria in seguito a una lunga permanenza in una stanza chiusa. Purtroppo il livello qualitativo di Nizzi in quel biennio 2003-04 cominciò a dare preoccupanti segnali d’allarme e storie come “Lupi rossi” vennero da me accolte con molto favore. Sconoscevo il fatto che la sceneggiatura fosse in principio pensata per un maxi, tuttavia il dirottamento della stessa su una tripla nella regolare, fu comunque un bene per la serie mensile, un po’ impantanatasi nel limbo del “con poca infamia e senza lode” vigente in quei mesi. Premetto che, sebbene ammirando molto la prova in questione, non trovo sia al livello dei capisaldi di Borden pubblicati nella sua quasi trentennale opera su Tex. Il soggetto è bello e con molte punte di originalità, cesellato ottimamente dall’autore con una sceneggiatura alquanto coinvolgente e con la consueta e ottima caratterizzazione dei personaggi, puro marchio di fabbrica della produzione boselliana. Si parte con un interessante flashback che narra le vicende dei due protagonisti della storia: il cheyenne Colpo Fortunato e il suo antagonista, il pawnee Cavallo Bianco. L’idea di impostare la storia su varie frazioni temporali, per poi proseguirla nel presente con un teso finale, non è nuova per Boselli, ma stavolta aggiunge un tocco in più, narrando a più voci i ricordi (Tiger, Tex e Cavallo Bianco stesso) e preparando perfettamente il terreno per lo svolgimento vero e proprio della trama. Molto intenso e a tratti poetico il rapporto che unisce i due nemici-amici Colpo Fortunato e Cavallo Bianco. Nei vari aneddoti del passato è chiaro che, sebbene su due fronti opposti della barricata, fra di loro sia presente un forte senso di rispetto e stima reciproca, che porterà, come ovvio all’alleanza finale. Un epilogo accolto favorevolmente dal lettore, che per tutta la durata dei tre albi non desidera altrimenti. Ma la grande maestria di Borden è sempre quella di farci amare tutti i personaggi che si muovono fra le sue sceneggiature. Come non citare la notevole caratterizzazione di un personaggio storico come Frank North, ma pure le comparse del calibro dei Nolan o Volpe Ardita non sono lasciate al caso e si rivelano perfette pedine sulla ricca scacchiera imbastita dal narratore. Forse stavolta non brillano eccessivamente i villain, o meglio a differenza di precedenti celebri come “Il passato di Carson” i vari Quayle, Dutronc e lo sceriffo Bolton, non lasciano il segno che il lettore si aspetta in una epica storia di questo calibro. Un’attenta valutazione porterebbe a notare che il parco attori di contorno un po’ toglie la centralità ai nostri, ma a mio parere non infastidisce tanto se l’esito finale è una storia ben fatta; Tex, Carson, Tiger e Kit, non sono relegati completamente ai margini, anzi nei momenti cardine della narrazione si mostrano risolutivi e decisivi come è giusto che sia. Ho trovato spesso più indigesto il leitmotiv del Nizzi post 500 con i nostri in balia degli eventi e degli aiuti esterni, al centro della trama ma spesso “spettatori non paganti” dei piani del fortunoso fato. Ritornando alla storia in questione, ho ritenuto fin dalla mia prima lettura, un po’ debole il finale; serrato ma un po’ affrettato e meno coinvolgente rispetto ad altri epiloghi che nel corso degli anni Boselli ci ha donato per chiudere le sue avvincenti prove. Il colpo di scena dell’alleanza dei due indiani lo riscatta un po’, sebbene fosse già nell’aria, per il resto forse un po’ di stanchezza ha impedito di chiudere al meglio la notevole tripla. Alfonso Font, dopo uno splendido texone, un maxi (capolavoro!) e un almanacco (mi pare da ricordare!) debutta sulla regolare. Il suo stile latino ha da sempre diviso i lettori: indubbiamente il mestiere lo conosce e come, tuttavia la tendenza un po’ caricaturale dei suoi personaggi, coglie un po’ alla sprovvista il fan abituato a tratti più realistici sulla saga. Di certo, sebbene anche il sottoscritto spesso reputi delle anatomie corporee e primi piani al limite del grottesco, non si può non apprezzare l’ottimo lavoro svolto sugli sfondi paesaggistici, con retinature classiche ma d’impatto e buoni studi prospettici con altrettanti soddisfacenti rese di vignette interne. Dopo il primo impatto visivo ci si abitua al suo stile, pur sempre abbastanza dinamico e il suo estro artistico ha più volte valorizzato le sceneggiature del nostro Borden. Volendo usare una similitudine calcistica, sebbene Marcello riuscisse a finalizzare con miglior bellezza estetica gli ottimi “assist” della mezzala Boselli (rigorosamente con la maglia n. 10 s’intende), anche Font tramuta in rete gli ottimi spunti servitogli, magari in maniera non così virtuosa da farti spellare le mani dagli applausi ma quel tanto che basta per segnare il punto decisivo per vincere la partita. Il mio voto finale è 8
  10. Si palesa sempre più con questa prova, il declino artistico del buon Nizzi. L’intenzione lodevole di dar vita a un soggetto importante, viene danneggiata da un’opera di sceneggiatura non esente da pecche e purtroppo nell’economia dell’episodio questo aspetto pesa e non poco. L’idea di attingere a un classico topoi western, ovvero il contrasto fra bianchi e nativi in merito alla visione della caccia al bisonte, arricchita dalla, sola abbozzata a dir vero, conflittualità fra due tribù, Kiowas e Cheyenne poteva gettare le basi per una storia notevole e dai risvolti classici. Certo simili argomentazioni sono ricorrenti sulla saga di Tex, d’altronde non potrebbe essere altrimenti dopo quasi tre quarti di secolo di vita editoriale. Le influenze da note storie Gbonelliane e dello stesso Nizzi si evidenziano nel corso dei due albi, variate e adattate per il caso. Il colonello Thunder mi ricorda vagamente lo spocchioso ufficiale del maxi “Figlio del vento”, anche altri aspetti della trama rimandano a quel soggetto con la variante dei bisonti rispetto ai cavalli selvaggi. Non mancano le assonanze anche con la celebre storia dei Sioux di Nuvola Bianca, evidenziata nettamente nello svolgimento finale della trama, con Tex e Carson che si dividono i compiti per cercare di salvare il salvabile. Tirando le somme la storia non è illeggibile, ma alcuni punti mi convincono poco e purtroppo, a mio avviso, fanno calare il giudizio nella valutazione finale. In primis il ruolo di Tex, due volte catturato nel primo albo e costretto all’aiuto altrui per liberarsi, Lupo Solitario prima, Carson dopo. Oltre queste due circostanze, appare poco risolutivo in gran parte della storia; è vero si libera facilmente dell’agguato dei Kiowas di Mano Rossa (anche troppo facilmente visto come l’esaltato indiano si fa soffiare i cavalli) ma rischia seriamente di farsi fare a pezzi da Wess Tucker, dandogli le spalle nella scena clou dell’epilogo e non convince nemmeno come rischia di farselo sfuggire sotto gli occhi, dopo averlo inseguito per l’intera storia. Il tentativo di giustificare l’azione protettiva di Tucker senior nei confronti del fratello Wess, mi lascia alquanto freddo: se davvero è un brav’uomo come ammesso da Tex, come accettare di macchiarsi le mani con un omicidio, per coprire le malefatte di un fratello canaglia? Nizzi si perde i Kiowas per strada e lo stesso Mano Rossa non riceve il giusto castigo, come è pure brutta la parte sostenuta del capitano delle giacche blu, che consapevole di una sporca cospirazione del suo comandante rimane inerte, per poi spiattellare tutto a Tex, in maniera incongruente a quel punto. Passaggi a vuoto, non da poco. Anche Carson, dopo aver agito abbastanza bene, si perde nella chiusura causando quasi scelleratamente la morte del colonnello Thunder. Che l’ufficiale se la vada a cercare una fine simile con il suo nefando atteggiamento di bambino viziato e incontentabile, è un conto, ma un uomo navigato come il vecchio cammello doveva leggerla una tale situazione ed evitare la manovra con il branco di bisonti. L’autore voleva far morire Thunder non per mano degli indiani e ci può stare, comunque poteva escogitare qualcosa di meglio. Gli altri villain non brillano e mentre l’agente corrotto Koagan (che mi ricorda Maurizio Costanzo nelle fattezze ) si becca almeno uno sganassone per punizione prima della galera, di Blackmore non c’è più traccia nel frettoloso finale, accelerato più di uno sprint di Cipollini nei suoi anni migliori . Noi lettori immaginiamo che il bieco mercante verrà punito dalla giustizia, ma il buco narrativo rimane e Tex rischia di apparire come un ordinario sbirro di contorno e non un giustiziere raddrizzatorti. Troppe forzature e imprecisioni per meritare la sufficienza, ma di contro, l’episodio non merita nemmeno la bocciatura, grazie all’aura malinconica e decadente che emana e alla consueta perizia grafica dell’immenso Ticci, sempre a proprio agio su simili ambientazioni e scenari. Il mio voto finale è 5
  11. Storia che, senza la triste staffetta ai pennelli tra Monti e Brindisi, molto probabilmente sarebbe passata quasi inosservata. Vincenzo Monti con umiltà e tanto sudore, si ritagliò un posto ben importante fra la schiera dei disegnatori texiani e il suo addio diffuse molta tristezza tra i lettori affezionati. Un tratto solido e facilmente riconoscibile che, tavola dopo tavola, ognuno di noi amanti dell’universo di Aquila della Notte imparammo ad adorare e che ci faceva sentire aria di casa ogni volta che sfogliavamo un albo che portava la sua firma. Il sapere che da quella fatidica tavola di “Muddy Creek” non l’avrei più assaporato sulla serie inedita, mi fece un triste effetto; l’identica mestizia ogni volta provata allorché un autore storico della saga si congedava dai lettori e alla vita. Bruno Brindisi riprese di par suo la storia e la portò al termine brillantemente, dando ulteriore conferma dopo il bel texone, di essere molto portato pure per il genere western (non a caso Boselli ha deciso di arruolarlo nello staff della nuova serie Tex Willer). Molto bello l’omaggio a Monti fatto dal talentuoso fumettista salernitano nella prima vignetta di pag. 113 del secondo albo: difatti il sorridente capotreno che annuncia la partenza, altri non è che il compianto Vincenzo. Un “ideale” ringraziamento della casa editrice e noi fans per il notevole lavoro svolto in moltissimi anni di onorata carriera grafica. Purtroppo la sceneggiatura di Nizzi non fu eccelsa e aldilà di un soggetto interessante, pecca di parecchi snodi narrativi discutibili. Che Dillon e soci attuino tutti i loro sabotaggi ai danni di Macomber proprio durante la casuale presenza di Tex e Carson al ranch dell’amico, suona come una leggera forzatura. Ancor più stona la leggerezza di Tex quando non vieta al ranchero di far menzione ai figli della scoperta dei giacimenti, suggeritagli dall’ingegnere Belmont: ovviamente i villain non impiegheranno molto a capire da chi è partita la soffiata, di conseguenza la vita del tecnico minerario è messa a repentaglio dalla incauta scelta. Sorvolo sulle continue origliate dell’ingegnere che serviranno a portare avanti la trama fra scoperte e trappole. Pure forzato l’incontro fra i nostri e il prezioso alleato; tutte scorciatoie narrative che non fanno fare salti di gioia in una storia. Un Tex che verrà addirittura salvato da un gatto randagio durante un agguato, per par condicio dopo il topo provvidenziale della storia illustrata da Ortiz e che incomprensibilmente si fa disarmare da Dillon nella scena clou sulla scalinata. Mai capito come mai rischiare di farsi impiombare, quando col winchester in pugno sarebbe bastato poco a disarmare l’avversario. Detto questo verrebbe logico pensare che l’esito finale della prova di Nizzi sia del tutto insufficiente, ma tuttavia qualcosina da salvare c’è, infatti il rapporto tra Macomber e i figli, annessa la gelosia di Steve per il fratello, dona un tocco di sale alla minestrina e anche il colpo di scena con Katleen che si pente delle sue macchinazioni scoprendo di provare del tenero per il giovane, tutto sommato fa effetto. Certo Nizzi avrebbe dovuto caratterizzare meglio Harry, e anche Steve appare alquanto controverso e poco credibile. In effetti, sebbene pentito e consapevole di essere stato raggirato dallo sceriffo, credo se la cavi a buon mercato visto che inizialmente era propenso a reggere il sacco ai farabutti. Si desume così che non volesse la morte del fratello e del padre, anche se non vedo come poter ereditare in modo diverso; ingenuo oltre modo o disposto a tutto pur di ottenere ranch e l’amore della bella ballerina di dubbia fama? I nostri nutrono dubbi, per sciogliere le riserve sul finire battezzandolo un bravo ragazzo finito fra le grinfie di sciacalli, ma la perplessità nel lettore rimane, sebbene l’autore cerchi di mostrarcelo simpatico e indurci a fare il tifo per lui. Ho trovato fiacche le scene finali delle sparatorie e un po’ stucchevole il finale del “vissero tutti felici e contenti”, ma in fondo può starci come epilogo in una trama simile. Il mio voto finale è 5
  12. Posso ipotizzare, senza averne certezza (magari qualcuno più informato sul forum può fornirmi conferma) che l’episodio autoconclusivo che mi accingo a commentare fosse destinato per qualche almanacco per poi essere dirottato, per esigenze editoriali, nella serie regolare. La mia ipotesi è suggerita da alcuni aspetti: la brevità della storia contenuta nelle canoniche 110 tavole, il debutto dei giovanissimi fratelli Cestaro e la lontananza dell’albo in pubblicazione con un eventuale albo celebrativo d’inizio centinaio. Sull’ultimo aspetto mi spiego: con la regola di dover contenere le sceneggiature in 110, 220, 330 tavole a seconda del numero di albi, è normale che nell’avvicinarsi di un albo celebrativo nasca l’esigenza di un albo singolo per far “quadrare” la programmazione, ma dubito che nel caso in questione, trovandosi ancora al numero 518, ci fosse una simile necessità. Comunque premessa a parte, la prova di Nizzi (la quinta consecutiva, come da anni non capitava) finì nell’edicole e sancì, come detto, il positivo esordio dei gemelli campani. La trama in se, trattandosi di una storia breve, non brilla eccessivamente. Ho sempre sostenuto che le storie autoconclusive su Tex difficilmente lascino il segno. Ovviamente ci sono le dovute eccezioni con gioielli narrativi partoriti in un numero anche minore di tavole, tuttavia non è il caso di Nizzi, visto che l’autore ogni volta che si è dovuto cimentare con una trama breve, ha di rado stupito il lettore. Anche “ Pioggia” a mio avviso rientra in questa categoria, con un soggetto esilino e dei comprimari non indimenticabili, salvata tuttavia da una buona sceneggiatura che a tratti rende avvincente la lettura; vedi al proposito la scena quasi thriller di Tex che si avvicina alla stanza di Sheldon, con il villain impaurito e soggiogato dai fantasmi del passato e dai rimorsi della coscienza per non aver seguito gli insegnamenti intrisi di buon senso dei vecchi genitori. Sheldon risulta un personaggio alquanto codardo ma abbastanza caratterizzato, per il resto della banda però il risultato non è altrettanto soddisfacente. Oltre a non costituire un grande ostacolo per il ranger, che straordinariamente in questo caso agisce in solitaria, sembrano solo abbozzati e stona il fatto che finiscano con l’affrontare singolarmente l’avversario, annullando di fatto la superiorità numerica. Molto forzata pure la leggerezza che il bandito messo a fare il “palo” dinanzi la banca commette, facendo entrare la vecchietta; scellerata mancanza che mette a repentaglio la rapina e porterà all’eccessiva reazione di Jess che impiomba la donna, nemmeno si trovasse di fronte a un pericolo del calibro di Hitchcock! Trovo pure un pretesto debole quello che porta Tex sulle tracce dei banditi. Capisco l’amicizia con il ranger azzoppato, ma con quale certezza può sostenere che il figlio sia pentito? La scelta di Steve di imbracarsi con feccia del calibro di Sheldon, visto i suoi rimorsi di coscienza fin dalle prime pagine della storia, appare incongruente e stride pure la presunta e intensa amicizia con Jess, che vuoi o non vuoi si rivela solo una carogna con il cervello pieno di ragnatele. Sembra il non riuscito tentativo di ricreare un legame di amicizia per arricchire il soggetto, rifacendosi all’idea del giovane biondino e Kit nella storia “I lupi del Colorado”; già allora mi parse un aspetto un po’ forzato, figuriamoci in questo caso. Un Tex ordinario in un’avventura di ordinaria amministrazione, così si può riassumere in poche parole la prova nizziana. Buono debutto dei talentuosi fratelli Cestaro ai disegni, ancora un po’ comprensibilmente acerbi visto l’età e influenzati stilisticamente da Villa e in maniera minore, pure dal tratto affine alla “scuola salernitana” di Della Monica. Già s’intravedeva comunque il talento che porterà i gemelli a ritagliarsi un ruolo importante nella scuderia della saga. Ho pure da sempre reputato curioso il loro metodo lavorativo, visto che è acclarato che i due autori si dividano le sceneggiature al 50%. Potremmo giocare a scommettere a chi fra Raul e Gianluca siano toccate le tavole pari e a chi le dispari della storia, di certo è straordinario come non si noti minimamente lo stacco stilistico fra una mano e l’altra. Altro aspetto che arricchisce la teoria dei misteriosi legami che legano in vita i fratelli gemelli. Il mio voto finale è 6
  13. Il 2003 fu l’anno in cui Nizzi tornò a pieno ritmo sulla serie. Escluso l’albo di gennaio, che chiudeva la storia precedente di Boselli, i restanti mesi portarono in calce fra i crediti il nome dello sceneggiatore modenese. Tuttavia, sebbene a livello quantitativo sembrava essere tornati ai tempi in cui “l’ammiraglio” Nizzi teneva da solo il timone della serie, il livello qualitativo delle prove di certo non fu affatto paragonabile. Ormai troppo altalenanti si presentavano gli episodi e purtroppo erano ancora destinati a regredire nel corso del centinaio. La storia in questione comunque è apprezzabile e personalmente la rileggo sempre volentieri. All’opposto dell’episodio precedente in Oregon, la puntata in Messico in compagnia del redivivo Doberado parte sottotono per recuperare punti nella seconda parte della tripla. Il primo albo in effetti è un po’ tirato per i capelli, alquanto pesantuccio e un po’ prolisso. La sessione dei ripetuti agguati dei bandidos messicani non sortiscono l’effetto che forse l’autore si prefiggeva e alla lunga annoiano un po’. Non è un caso che appena raggiunto l’archeologo in difficoltà la trama prenda un po’ di respiro e diviene più avvincente. Discutibili, usando un eufemismo, le considerazioni su Montales espresse da Carson nelle prime tavole: fuori dubbio che una doverosa opera di editing avrebbe dovuto sforbiciarle. Non pervenuto nemmeno il governatore di Chihuahua, ridotto a una piccola comparsa, evidentemente Nizzi non amava coinvolgerlo nelle sue sceneggiature. Sorvolando su “preoccupanti” tendenze dei nostri ad acconsentire troppo facilmente all’ordine degli avversari di deporre le armi e pure sulla sempre più evidente carenza di azione investigativa di Tex, più soggetto a subire gli eventi che dominarli, la scena della cripta non è male, come si rivela molto appetitosa l’ambientazione stevensoniana dell’epilogo, con la caccia al tesoro nascosto, utilizzando il pallone aerostatico e i villain disposti ad impossessarsene. Il terzo albo, al netto di alcune trascurabili leggerezze, è ben scritto e si rivela alquanto avvincente. Queste tematiche da romanzo d’avventura d’altronde rientravano nelle corde compositive di Nizzi e ben coadiuvato da un ispirato Ortiz, confezionò una chiusura di episodio discreta. Il disegnatore iberico, ai tempi della pubblicazione, aveva già sintetizzato il suo tratto, presumibilmente per accelerare i tempi di consegna. Le sue tavole, sebbene ancora molto efficienti ed espressive, sono molto distanti da quelle che apparvero nel suo texone di inizio anni novanta. Son certo che se avesse usato più tempo e cura, molte sue perfomances sarebbero state migliori, ma ammetto di averlo lo stesso sempre molto apprezzato, escludendo il suo triste declino artistico negli ultimi anni di vita. Le sequenze di scene in mongolfiera sono davvero molto belle da vedere, ben realizzate e studiate con molta perizia. Ambientazione esotica alquanto inusuale per lui ma tirando le somme, l’esito fu molto soddisfacente. Piccola nota a parte per ciò che riguarda la vignetta doppia che chiude la tavola di pagina 23 dell’albo “Il serpente piumato”: non ho mai capito cosa passò per la mente del maestro spagnolo quando decise di inchiostrare in maniera così puerile il sole al tramonto, rovinando di fatto una bella inquadratura. Capisco la sintesi di tratto o la fretta di consegnare, ma un astro diurno disegnato in maniera così “stilizzata”, a mio avviso, è al limite del pubblicabile sulla serie ammiraglia. Che gli abbia fatto uno scherzo il nipotino, disegnandolo di nascosto appena vista la tavola fissata al tavolo di disegno del nonno? Il mio voto finale è 7
  14. Storia dalla doppia personalità, una sorta di “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” della narrazione a fumetti e ancor oggi mi chiedo come sia possibile nell’arco di un solo albo, rovinare clamorosamente tutto il buon lavoro svolto nelle prime 110 tavole di sceneggiatura. È inutile tergiversare o cercare attenuanti e giustificazioni, Nizzi in preda a un pauroso calo di tensione sciupò, con un proseguo di sceneggiatura scialbo e incoerente, un discreto soggetto, abbastanza ben sviluppato sulla prima parte e quasi si prova l’impressione durante la lettura, che non ci sia la stessa mano dietro la stesura, visto l’incredibile involuzione della trama. Volendo usare una sorta di similitudine, l’autore dopo aver dipinto un’ottima tela, compromette tutto lasciandosi scivolare la tavolozza dei colori sull’opera appena ultimata, compromettendone irrimediabilmente l’esito finale. Esaurita la premessa, mi accingo a tentare di argomentare meglio i motivi che mi inducono a relegare l’episodio in questione tra la lista delle provi mediocri della saga. Il soggetto, come già dinanzi accennato, non è male e anche l’insolita ambientazione in cui agisce Gross-Jean, per una volta immigrato straordinariamente al sud del confine canadese, getta le basi a quella che potrebbe essere un’ottima storia. Molto piacevole pure la sessione narrativa in cui i nostri, sotto false generalità e travestiti da boscaioli, entrano in contatto con la dura vita dei tagliaboschi dell’Oregon. Il piano criminoso di Shannon, atto a destabilizzare le piccole imprese che forniscono le materie prime alla cartiera, vero obiettivo del villain, è discretamente congegnato e pure il piccolo giallo dei sabotaggi, che Nizzi inserisce fra le pagine per arricchire il soggetto e attirare la curiosità del lettore, ottiene brillantemente il suo scopo. Nella prima parte risulta molto piacevole la narrazione, con i nostri che danno vita a siparietti e dialoghi alquanto simpatici, unico neo Gross-Jean, troppo presto defilato dall’azione vera e propria. Con l’avvio del secondo albo tuttavia tutto si sgonfia e come una maionese che sfugge di mano allo chef e impazzisce sebbene gli ottimi ingredienti di base, anche l’episodio s’incanala lungo deludenti binari che lanceranno la sceneggiatura nella rupe della mediocrità. Il giallo del sabotatore (fino a quel momento abbastanza celato sebbene le poche pedine sulla scacchiera) viene troppo presto svelato, con l’aggravante che non è risolto da Tex, bensì dalla confessione del giovane Jody, testimone inconsapevole dell’omicidio. Come se non bastasse il ranger si comporta da piccione facendosi rapire da sotto il naso il ragazzo, per poi supplicare il caposquadra di lasciarlo libero in cambio della libertà, roba che quasi neanche Nolitta nel suo periodo meno ispirato. Il resto della trama procede senza scossoni e molto prevedibile, con uno Shannon poco caratterizzato e avversari che, alla fin dei conti, si mostrano poca roba. Poco incisiva la sequenza della sparatoria al capanno sull’isolotto con Tex che riesce a liberare con troppa facilità il giovane ostaggio e i famigerati “Fucili di Shannon” (che danno addirittura il titolo al secondo albo) che fanno solo il solletico ai nostri. A mio avviso inutile pure il presunto colpo di scena dell’omicidio di Shannon nell’epilogo, compiuto da uno dei tanti carneadi della storia che a detta di Tex, e conferma dei lettori, si rivela una vera e propria idiozia monumentale. Forse sarebbe stato il caso di tagliare (con l’accetta per rimanere in tema ) dalla sceneggiatura questa parte, che non aggiunge nulla nel complesso, anzi suona come una ulteriore nota stonata in una melodia già abbastanza sgradevole. Purtroppo, sebbene molto soddisfatto del primo albo, alla luce del volume finale inconcludente e davvero deludente, non me la sento di giudicare sufficiente l’intera prova. I disegni di Venturi, giunto alla sua seconda prova sulla regolare, sono di buon livello anche se l’autore mostra tra le tavole ancora possibili margini di miglioramento futuri, non avendo del tutto assimilato il personaggio e affinato il suo stile ideale per la serie ammiraglia; cosa che avverrà negli anni seguenti e culminerà con l’ottima prova sul Texone e sul ritorno della Tigre Nera. D’altronde potevano mai sussistere dubbi sulle qualità dell’autore dell’indimenticato capolavoro dylaniato “Jonnhy Freak”? Il mio voto finale è 5
  15. Un aitante ragazzotto di vent'anni è pur ovvio che trovi una folta schiera di belle fanciulle a fargli la corte e stuzzicare la naturale tempesta ormonale di quell'età. Spero tuttavia che abbia sempre usato le opportune precauzioni del caso e che non comincino a spuntare figli illegittimi che chiedono di fare l'esame del Dna per il riconoscimento. A parte le battute, in una serie come Tex Willer, più libera di osare essendo meno ancorata alla tradizione rispetto alla regolare, non ci vedo nulla di male se il nostro giovane eroe viva qualche scena "piccante", a patto che siano sceneggiate non in maniera volgare (e su questo aspetto non ho dubbi in proposito) e che non diventino seriali come in altre saghe, vedi Dylan Dog.
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