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Ray Clemmons

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  1. Per rispondere alla tua domanda: ho visto più volte "Mezzogiorno di fuoco", "Sentieri selvaggi" e "L'uomo che uccise Liberty Valance". Quando parlo di western classico mi riferisco a quello hawksiano del tipo "Un dollaro d'onore", terso nello stile e nella morale. E infatti il film di Hawks fu immaginato da John Wayne (non da me!) come ideale risposta "tradizionale" alle poco gradite innovazioni apportate da "Mezzogiorno di fuoco", un film in cui si descriveva la grettezza e l'egoismo della classe media americana, quasi anticipando un discorso tipico della New Hollywood (vedi "Rosemary's baby"). Sono il primo a riconoscere la profondità e la complessità del western classico, adoro John Ford e Howard Hawks, ma bisogna riconoscere che, nel cinema western americano, a livello stilistico sia Ford che Hawks che Zinnemann siano registi classici, puliti, mentre la vera rivoluzione del western arrivò solo con Sam Peckinpah (montaggio serrato, violenza efferata, nichilismo estremo mescolato ad un romanticismo disperato). Mentre in Ford e Hawks il mito del west ancora esisteva, col suo sistema di valori, paradigma ineludibile anche per gli azzimati uomini dell'est (vedi il finale de "L'uomo che uccise Liberty Valance"), è solo Peckinpah il primo a distruggere definitivamente e totalmente il mito del west, decostruendone i valori e sbriciolandone l'alone leggendario, iniziando quel processo di revisione del western che avrebbe avuto il suo apice forse col western eastwoodiano (soprattutto "Gli spietati"). Riguardo alla questione indiana, è innegabile che l'atteggiamento di "Ombre rosse" sia ancora acerbo (gli indiani sono dei barbari nemici da distruggere a tutti i costi). Sono ancora lontani i tempi di "Soldato blu" o "Balla coi lupi". Riguardo alla guerra civile americana, nessun regista americano ha avuto il coraggio di affrontarla di petto ("Il texano dagli occhi di ghiaccio" la tratta solo di striscio). Il primo a sbatterci in faccia le atrocità del conflitto è stato Leone con "Il buono, il brutto e il cattivo". Il western magico alla Tex non esiste in America, il primo western comico forse è "Mezzogiorno e mezzo di fuoco" di Mel Brooks. é innegabile che per gli americani il western sia un genere importante e che tutti gli innovatori siano stati criticati, almeno fino agli anni '90 (Peckinpah mai un Oscar, Zinnemann criticato a morte, "I cancelli del cielo" di Cimino flop disastroso). Grazie per il tuo commento, spero di avere chiarito la mia posizione
  2. Solitamente, quando si parla di western italiano a fumetti, si identifica "Tex" come massimo rappresentante del western classico e "Ken Parker" come baluardo del western revisionista. A mio parere, se sul piano stilistico è innegabile che la serie targata Berardi/Milazzo sia più imprevedibile e complessa a livello di composizione della tavola, gestione degli spazi e dei silenzi rispetto a "Tex", bisogna considerare che dal punto di vista contenutistico "Tex" è un fumetto tutt'altro che classico. Si pensi a come, un buon decennio prima dell'avvento del cinema western revisionista, Bonelli avesse già detto la sua sulla questione indiana con "Sangue navajo" o sulla guerra civile con "Tra due bandiere". Per non parlare di come "Tex" abbia saputo nel tempo mescolare toni e registri con ammirevole disinvoltura, passando dall'ironico al crepuscolare, dallo storico al fantastico. A mio parere, ciò è dovuto al fatto che per gli americani all'epoca il western era un genere sacro e intoccabile, mentre Bonelli e Galep hanno potuto affrontare la mitologia western e la storia americana con la serenità e il distacco europei di chi non parla di vicende della propria nazione e, perché no, anche con quello spirito un po' ribelle e fantasioso, ingenuo e sfrontato tipico del fumetto d'avventura italiano. Voi che ne pensate?
  3. Da appassionato della guerra civile americana, apprezzo molto le avventure di Tex che affrontano tale periodo storico. A mio parere, "Fuga da Anderville è una storia davvero ottima. La sceneggiatura di Nizzi è tesissima e fila come un treno. Ben caratterizzati i personaggi, tra cui spiccano i due cugini Leslie e John Walcott, ugualmente integri d'animo ma diversi negli ideali e divisi dall'atroce conflitto. Nella drammatica parte ambientata nel tremendo campo di concentramento sudista di Anderville, abbondano i riferimenti al classico di Leone "Il buono, il brutto e il cattivo". Efficace, anche se non del tutto imprevedibile, il finale. Riguardo ai disegni, devo dire di non essere un estimatore dello stile di Ticci, talora impreciso nelle proporzioni dei volti (a volte i personaggi sembrano un po' troppo "stempiati"), ma ammiro il dinamismo che il disegnatore riesce ad infondere alle scene di battaglia e di inseguimento, grazie ad un tratto rude ed incisivo. Davvero un' avventura stupenda, che ho letto tutta d'un fiato.
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