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In attesa del prossimo numero del Tex Willer Magazine, che sarà disponibile entro la fine dell'anno, scaricatevi come antipasto la mia intervista al disegnatore zagoriano Joevito Nuccio, la trovate sull'home page del sito  www.sclsmagazine.it  in basso nella sezione SEGNALI DI FUMO.

 

 

 

 

Intervista a 
Joevito Nuccio 
A cura di Filippo Galizia

 

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Modificato da West10

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Grazie ad Ymalpas per questa bella seppur breve intervista. Ho apprezzato soprattutto la domanda sulle storie a cui si sente più emotivamente legato: Nizzi risponde citando alcuni Texoni, con la prima storia che è Fiamme sull'Arizona; per la serie regolare cita Fuga da Anderville. Mentre sulla seconda penso ci sia concordia tra i fans circa il fatto che si tratti probabilmente della sua storia più bella, molto meno considerata è Fiamme sull'Arizona, che invece io ritengo, nella sua classicità, una delle storie più belle di sempre.

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Niente da eccepire. L'unica cosa su cui non sono d'accordo con Nizzi è sul fatto che le prime storie viaggino su "uno standard piuttosto mediocre" (per usare le sue parole). Ossia, è vero che GLB non usava soggetti rigorosi e che scriveva di getto; vero anche che era un periodo pionieristico del fumetto, dove una serie poteva essere sostituita da un momento all'altro (e, infatti, ciò avveniva periodicamente); ma avventure come Uno contro venti, Fuorilegge (con la prima apparizione di Mefisto) Satania, Il Tranello (capolavoro assoluto) e tantissime altre sono OTTIME storie. Seminali, direi, dannatamente innovative. 

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Intervista di Giuseppe Pollicelli, con la collaborazione di Oreste Bossini, a Sergio Bonelli a Rai Radio 3 del 20 luglio 1998.

 

 

Ci può raccontare quest’avventura di Tex, se non sbaglio non ha cominciato lei con Tex, vero?

Naturalmente nel quarantotto, quando esce il primo Tex, io sono un ragazzo di bottega, studiavo ancora, quindi mi davo da fare per aiutare l’azienda di famiglia, che era composta praticamente da due persone, mia madre e una nostra cugina, quindi io facevo il magazziniere, facevo il fattorino… Poi, però, essendo già  appassionato, davo il mio apporto diciamo come consulente, perché ero proprio un lettore accanito di fumetti e non soltanto di quelli nostri ma anzi forse più di quelli altrui.

 

Chi l’ha inventato Tex ?

Tex in realtà è stato inventato da mio padre Gian Luigi che nel quarantotto era però un freelancer e scriveva soggetti anche per altre Case editrici. Per una strana situazione la responsabile editrice era mia madre — i ruoli erano un po’ scambiati — mentre mio padre scriveva un po’ per tutti, perché in realtà la sua vera vocazione era quella di scrivere più che di essere, diciamo, imprenditore. Nell’anteguerra era già uno dei più considerati sceneggiatori e lavorava per il Vittorioso, per altri giornali… per Topolino e soltanto nel dopoguerra si è trovato invece a lavorare per la Casa editrice che era nostra. Tex nasce sull’onda di una specie di moda, se vogliamo indicarla così, che faceva privilegiare nelle edicole i fumetti western, questo perché quella era anche l’epoca in cui il cinema proponeva tutta una serie di film western americani e il western era proprio il genere che emergeva. Quindi Tex non ha avuto un boom come idea strepitosa perché in fondo proponeva semplicemente un personaggio, un cowboy, come tanti altri. Ha guadagnato grazie ai soggetti di mio padre ovviamente, e ha guadagnato pubblico, diciamo, numero dopo numero, mese dopo mese, proprio perché si trattava di storie che erano rivolte a un pubblico più maturo e non al pubblico di ragazzini al quale erano invece rivolte storie di quell’epoca come Capitan Miki, Blek, il Piccolo sceriffo, che erano amatissimi ma diretti a un pubblico più giovane.

 

Chi è che ha inventato la battuta “una bistecca alta due dita e una montagna di patatine” ?

Quello è sempre mio padre perché in realtà lui, essendo un uomo molto sportivo e che quindi consumava molte energie, non vedeva l’ora di andare al ristorante per rifocillarsi appunto con una buona bistecca al sangue e quindi ha trasferito le sue esigenze gastronomiche anche al suo personaggio.

 

Quest’anno alla Bonelli si festeggiano i cinquant’anni di Tex Willer che oggi è assieme a Dylan Dog il personaggio più amato e seguito tra quelli della sua Casa editrice. Tuttavia Tex e Dylan Dog hanno due pubblici completamente differenti, esiste secondo lei una scissione tra i lettori dei suoi albi ?

Si, sicuramente ed è dovuto a fatti, motivazioni, generazionali, per cui come lei ha detto giustamente i lettori di Tex sono più tradizionalisti, sono legati al fumetto avventuroso degli anni quaranta e considerano i lettori di Dylan Dog come dei giovanotti che amano soltanto certe manifestazioni magari di violenza o di forti emozioni e il contrario succede invece per quelli di Dylan Dog che considerano quelli di Tex dei lettori troppo pantofolai, abituati alla routine di un genere che ormai sta scomparendo. Quindi sono due posizioni sicuramente ben delineate.

 

Quindi per i personaggi storici della sua Casa editrice c’è il rischio di una mancanza di ricambio generazionale?

Ahimè, quello c’è sicuramente, già si nota… Ovviamente Tex, pur essendo un leader del mercato, evidentemente non rende più come rendeva invece dieci anni fa. C’è un dissanguamento, diciamo così, progressivo, ma c’è anche già in quelli di Dylan Dog, perché evidentemente i giovani sono meno fedeli alle letture e quindi si stancano persino prima, avendo mille altre offerte nel mondo che li circonda. Già oggi le vendite di Dylan Dog non sono quelle di dieci anni fa, insomma.

 

Anche perché secondo i miei calcoli Tex oggi dovrebbe avere novant’anni e Carson sui centodieci…

Insomma, ben portati, ma diciamo, ahimè, aumentano quelli loro come stanno aumentando rapidamente i miei.

 

Quando lei negli anni settanta con il suo pseudonimo abituale di Guido Nolitta si è trovato a dare il cambio a suo padre nella stesura delle sceneggiature di Tex, ha restituito ai lettori una versione meno infallibile del personaggio, un personaggio più perdente e quindi più avvicinabile ai suoi personaggi, cioè Zagor e soprattutto Mister No, che in effetti è una delle prime figure di perdente nel fumetto italiano. Com’è nata la sua simpatia per le figure dei perdenti ?

Perché io faccio parte di una generazione che in fondo ha assistito a tante sconfitte e che non crede più nell’eroe a tutto tondo. Però, quando io scrivevo Tex, volevo che lui fosse un po’ più dubitativo. In realtà lui, nel finale delle mie storie, non è mai perdente… Però durante lo sviluppo del racconto lui si trova di fronte a delle difficoltà che invece il Tex di Bonelli padre non aveva. Mah… io, sinceramente, me ne accorgo quando li rileggo, allora non mi rendevo conto proprio di trasgredire un comandamento così importante, cercavo di imitare il più possibile e infatti spesso privilegiavo delle scene di movimento, di scazzottate di saloon, di inseguimenti, perché pensavo di essere sulla linea di Bonelli padre ma evidentemente non è così semplice e non ci riuscivo. Il mio Tex è un po’ più meditabondo, diciamo… ecco, come posso dire, meno ammazzasette, meno spaccone, perché a me non riusciva proprio di farlo nel modo in cui ci teneva mio padre.

 

C’è un elemento che mi pare non sia molto caratteristico del western nella storia di Tex, cioè il fantastico, con l’inserimento di un personaggio come Mefisto. Da dove nasce questa cosa ?

Nasce dalla consapevolezza di aver toccato tutti i temi possibili e immaginabili dell’epopea western che è abbastanza limitata. Gli accadimenti di quei pochi anni erano sempre quelli, dall’assalto alla diligenza, il fortino, gli indiani, i banditi e allora per evitare di ripetersi troppo frequentemente ecco che proprio a Bonelli padre, che era un appassionato di temi diciamo un po’… esoterici…  non gli era parso vero di dare un nemico così,  in fondo come avevano un nemico accanito e quasi invincibile, non so, Mandrake che era il mago che aveva nel copra un suo nemico accanito perché era a sua volta mago eccetera eccetera. Ecco che ogni tanto, in effetti, in Tex si lasciano le praterie e gli indiani per affrontare delle tematiche che sono altrettanto gradite ai lettori.

 

Proprio in questi giorni si sta svolgendo a Trento una mostra dedicata ad Aurelio Galleppini, ovvero il creatore grafico di Tex Willer. Ci sono delle curiosità su come è nata la fisionomia di Tex nelle mani di Galep.

Adesso, dopo cinquant’anni, dopo tanti successi, si è sempre tentati di sprazzare Tex come il frutto di un grande progetto, di un’elaborazione complicata, invece in realtà tutto nasce, in quegli anni, stiamo parlando del quarantotto, del cinquanta, in maniera in fondo abbastanza casuale. Intanto perché ai disegnatori mancava ogni tipo di documentazione, non esistevano praticamente libri, fotografie, difficile mettere le mani se non sui cartelloni di certi film, quindi l’idea del West di quegli anni è un’idea molto casereccia che corrisponde ben poco alla realtà e anche le storie di mio padre in fondo erano più vicine a quelle storie del primo John Wayne, storie abbastanza ingenue, oppure di Tom Mix, Ken Maynard, che erano i divi del cinema di quell’epoca. Persino i costumi, se vogliamo, risentono di quest’approssimazione e quindi in realtà, anche nell’aggiustare la fisionomia di Tex da parte di Galleppini, diciamo, tutto è dovuto a una sua maturazione che, man mano che passava il tempo, gli permetteva di cercare un volto particolare e persino un fisico particolare per quello che doveva essere l’eroe, ecco. Quindi c’è davvero molta casualità, perché Tex non ha avuto un grande successo subito e quindi lo stesso Galleppini gli dedicava solo le ore della sera, mentre di giorno lavorava a dei progetti sui quali noi puntavamo di più.

 

Lei è stato il primo in Italia ma anche all’estero ad introdurre nel mondo del fumetto un’ambientazione anomala — almeno fino a quando non l’ha introdotta lei negli anni settanta — com’era quella dell’Amazzonia e del Brasile. Fino a quel momento si era sempre visto solo il western. Come mai ha deciso di spostare il suo personaggio, nella fattispecie Mister No, in questo scenario ?

Lì è stata una specie di gioco che io mi sono permesso. Non ero poi così convinto di saper fare delle sceneggiature, io ho sempre scritto nei momenti liberi, di sera, la domenica, quindi mi consideravo e mi considero uno sceneggiatore un po’ dilettante. In quel periodo avevo preso una cotta perché avevo fatto i miei primi viaggi in Brasile e mi ero reso conto che quella poteva veramente essere l’ultima frontiera per ambientare delle storie a fumetti che avessero qualche credibilità. A quell’epoca, negli anni settanta, già scrivere delle storie africane inventando delle tribù cattive e selvagge sarebbe stato ridicolo perché tutti ormai sapevano che la realtà era un’altra. Il mondo dell’avventura che era così ricco negli anni trenta o quaranta, perché anche il pubblico era meno informato e quindi era più facile da trovare quel mondo, mentre col passare del tempo ho visto questa regione che era ferma praticamente a tanti anni prima e che avrebbe permesso quindi di ambientare, credibilmente, una storia avventurosa in cui ci fossero delle difficoltà, ma sempre fino a un certo punto, perché in fondo poi io sono stato abbastanza realistico… Mister No, tranne un paio di sviste dove quasi ti compaiono, non so, i soliti insetti fantascientifici, in realtà poi, in seguito, io ho sempre scritto delle storie più legate alla realtà persino sociale, al modo di vivere reale di quei paesi e quindi è diventato un fumetto abbastanza legato alla realtà!

 

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Intervista a Sergio Bonelli

di Domenico Catagnano

del settembre 2008.

http://www.tgcom24.mediaset.it/spettacolo/articoli/428519/auguri-tex-eroe-per-amico.shtml?1#page

 

 

Peste, sono già sessanta! Niente male per un personaggio su cui allinizio suo padre non aveva scommesso

Proprio così. In quel periodo mio padre e Galep lavoravano su Occhio Cupo. Galep aveva una mano straordinaria e si ispirava ai grandi disegnatori americani, Alex Raymond in primis. Occhio Cupo era un albo destinato a un’ élite che capisse un disegno raffinato, curato. Galep lo disegnava con tutti i crismi di giorno e poi, alla sera, a tempo perso, faceva queste striscette su un cowboy che era destinato a diventare uno dei tanti che erano nelle edicole di quel periodo. Con nostra grande sorpresa Occhio Cupo non ha avuto successo, mentre questa strisciolina disegnata in gran fretta e che mio padre scriveva molto velocemente via via ha riscosso i consensi dei lettori, nonostante lo ritenessimo un prodotto di serie B.

 

Ma fu successo immediato?

No, Tex ha cominciato ad andare bene dieci anni dopo la sua nascita, i primi anni sono stati faticosi.  In quel periodo il western andava forte, c'erano fumetti tipo "Il piccolo sceriffo", "Capitan Miki" e "Grande Blek" che erano scritti per i ragazzi. Bonelli padre scriveva per un pubblico un po' più adulto, e Tex tardava ad affermarsi. Una volta esploso, è stato in inarrestabile ascesa fino agli anni '80.

 

E oggi come va?

Inutile nasconderlo, abbiamo perso molti lettori rispetto a quindici, vent'anni fa, vendiamo un po' più di un terzo se facciamo il confronto col periodo d'oro. Tex però tra i fumetti della nostra casa editrice è quello che vende ancora di più, 220-230mila copie al mese. E’ seguito da Dylan Dog, già il terzo che è Nathan Never vende solo 60mila copie. Con alcune testate faccio fatica ad arrivare alle 40mila copie.

 

E’ possibile fare l’identikit del lettore medio di Tex?

E' una persona matura, non un ragazzino, e condivide con noi quei valori in cui credeva tanti anni fa e che magari un po’ ingenuamente segue anche oggi. Tex è la rappresentazione di chi sta con i deboli, con la giustizia, rappresenta il trionfo dell'amicizia, della lealtà, persino della famiglia. E sono lettori molto affezionati al personaggio, basta vedere come seguono anche le ristampe.

 

Cioè?

Quelle della serie regolare vanno ancora bene, vendono 30-40mila copie al mese, ed è una cosa impensabile perché praticamente noi ristampiamo il personaggio da sempre. Ma ci hanno sorpreso, fino a un certo punto, quelle fuori serie realizzare col gruppo lEspresso. Vuoi la novità del colore, o la carta bella, o l'edizione che è più elegante, fatto sta che anche il lettore "storico" di Tex le ha acquistate, forse perché la sua collezione sta un po' invecchiando.

 

Ma torniamo al 1948, al sodalizio tra suo padre e Galep.

Quell’anno Galleppini lavorava e abitava già a casa nostra, a Milano, perché in quel periodo trovare alloggio in città era cosa difficilissima. Erano due persone diverse, mio padre era estroverso, super orgoglioso del proprio lavoro e ovunque andassimo veniva sempre fuori che lui era quello che scriveva Tex. Il fumetto è stata la motivazione della sua vita. Galleppini era tutto il contrario, stava molto per conto suo. Era un uomo tutto casa e famiglia, non dava troppa confidenza. Loro due si vedevano abbastanza spesso, anche se Galleppini si stabilì in Liguria. Andavano d'accordo, forse anche perché abitavano distanti. D'estate andavano a fare le vacanze assieme sulle Dolomiti.

 

Due personalità molto diverse, quindi.

Sì, e nel lavoro in fondo nessuno dei due ha cercato di sovrastare l'altro. Spesso è il disegnatore che si pone in quest'ottica dominante, ma Galleppini non ha mai cercato di mettere nel fumetto la sua grande abilità in modo da distrarre dal racconto, anzi, molto umilmente, da grande professionista, si metteva al servizio del racconto, e forse anche questo è piaciuto ai lettori. Il loro è stato un incontro giusto al momento giusto.

 

Suo padre raccontava lAmerica del west ma non ci era mai stato. A cosa si ispirava?

Lui andava tantissimo al cinema e leggeva molta letteratura popolare americana, sapeva a memoria Jack London e amava molto Zane Grey. Gli piaceva ritenersi come Salgari, che descriveva i posti senza esserci mai stato. Ma alla fine in America ce l’ho portato io.

 

Ci racconti.

Era il 1988. Io, lui, che aveva già 80 anni, e mio fratello, facemmo un percorso molto texiano, dall'Arizona al New Mexico. Lui faceva finta di niente, di non sorprendersi di nulla, ma noi capivamo che era molto felice di stare lì. E chiaramente non mancarono bistecche alte due, tre e quattro dita con patatine, che facevano parte regolarmente della sua dieta.

 

Per i sessantanni è uscito un albo tutto a colori, come nella miglior tradizione delle ricorrenze in casa Bonelli, dove torna in un flashback Lilyth, la moglie indiana di Tex, forse fatta morire troppo presto. Come sarebbero state le avventure di un Tex sposato?

Quando andavamo al cinema a vedere i western, a mio padre piacevano le eroine dei film d'avventura, non gli davano fastidio. Ma il pubblico quando spuntava una donna che diceva al protagonista di non andare allo scontro fischiava, vedeva malvolentieri questa presenza femminile. Bonelli era un sostenitore del filone avventuroso e in fondo anche un po' violento. Finché gli ha fatto comodo che Tex avesse una moglie, l’ha tenuta. Appena ha capito che poteva dargli fastidio, l’ha eliminata.

 

Invece è sopravissuto il figlio, Kit Willer.

Allora andavano forte gli albi con protagonisti bambini, e lui, che aveva visto la difficoltà iniziale di Tex perché lo rivolgeva ai grandi, aveva aggiunto un personaggio giovane per conquistare un’altra fetta di lettori. Pensi che avevamo previsto una serie in cui si vedeva solo Kit Willer, ma poi abbiamo cambiato idea. E’ un personaggio che, mi rendo conto, ha pochi tratti caratteristici, ma mio padre lo ha tenuto vita perché gli ricordava una sua passione giovanile.

 

Ossia?

Con Tex, Kit Willer, Kit Carson e Tiger Jack lui ha ricreato i quattro moschettieri. Amava tantissimo Dumas, l'idea di avere quattro personaggi lo riportava allo scrittore francese.

 

In allegato al numero del sessantesimo anche un romanzo scritto da Gian Luigi Bonelli nel 1951, Il massacro di Goldena, una vera rarità che mostra un lato poco noto di suo padre.

Lui era un appassionato di letture popolari, ed era inevitabile che avesse la tentazione di diventare il nuovo Salgari. I suoi romanzi sono cose scritte negli anni '30, e mostrano tutti i segni del tempo. C'è stato un momento in cui si era appassionato agli americani che scrivevano polizieschi tosti, duri, tipo Mickey Spillane. Aveva preso una cotta per un certo tipo di letteratura sia gialla che western alla Louis L'Amour, gli era venuta voglia di scrivere queste cose, voglia che poi gli è passata alla svelta e non gli è più tornata. Mio padre era un entusiasta, e passando ai fumetti trovò un modo di raccontare talmente nuovo che risultò più vicino alle sue corde. Era affascinato dal cinema, quindi dal movimento, e tutto quello che era esprimibile in questa maniera gli dava più soddisfazione. Aveva capito insomma che per lui era meglio raccontare le storie con le figure più che con le sole parole. E Il massacro di Goldena, nato come romanzo, diventò anch’esso anni dopo un’avventura a fumetti disegnata da Ticci.

 

Domandina finale tanto scontata quanto necessaria: nellattesa di altre ricorrenze, quali novità ci riserva il futuro di Tex?

Io sono un sostenitore della tradizione, ogni tanto cambiamo sceneggiatori o disegnatori e questo ogni tanto ci preoccupa perché il pubblico vorrebbe che noi non cambiassimo mai. Ho il problema opposto rispetto ad altri editori: invece che inventare cose nuove per Tex devo salvaguardare gli schemi abituali che i lettori apprezzano. A noi piace l'idea che sia un portabandiera del modo di sceneggiare e di proporre delle storie che oggi non vanno più.

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