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Interviste Agli Autori

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Amici, ecco per vostra conoscenza:

Intervista esclusiva al grandissimo MAESTRO PASQUALE FRISENDA nel blog portoghese di Tex!

Con alcune tavole in anteprima dell suo TEXONE (ancora inedita) di Tex ed anche alcune tavole di prova di Dylan Dog!!!!

Versione italiana - http://texwiller. blog.com/4865522/

Versione portoghese - http://texwiller. blog.com/4864987/

Ci sono arrivato per volere di Bonelli e Canzio. Io avevo espresso a Sergio Bonelli il desiderio di cambiare personaggio e genere, avevo davvero voglia di confrontarmi con altre cose ed atmosfere, ma come risposta è arrivata la proposta di fare questa storia di Tex, e soprattutto di essere inserito nella collana dei Texoni, cosa per me impensabile, e dunque un'occasione irrinunciabile. Di obbiettivi, per ora, ne ho solo uno: arrivare a farlo bene.

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Dal sito: http://www.nazioneindiana.com/2008/06/18/6... cio-filippucci/

Intervista a LUCIO FILIPPUCCI, in occasione dell'uscita del suo Texone.

60 anni di Tex: intervista a Lucio Filippucci

di Mauro Baldrati

Dopo il n. 9 di Magnus, realizzato in parte a Castel Del Rio, il nuovo numero è stato affidato a Lucio Filippucci, bolognese, uno dei disegnatori di punta di Martin Myst?re, che lavora in un piccolo fienile di sasso ristrutturato con vista sui boschi dell'Appennino bolognese, nei pressi di Loiano. L'abbiamo incontrato nel centro della cittadina, dove si è tenuta una mostra con le tavole originali del nuovo albo.

Filippucci, com?? nata l'avventura dello Speciale?

L'editore Bonelli continuava a chiedermelo, ma io tentennavo perchè non sono mai stato un texiano. Non ero un lettore abituale, ero legato ad altri stili western, più moderni, come Ken Parker, o il Blueberry di Moebius. Anche nel cinema amavo il western anni Settanta, Soldato Blu, Un uomo chiamato cavallo. Tex è anni Cinquanta, John Ford.

Alla fine perchè hai accettato?

Perchè era una bella sfida. Tex è un personaggio impegnativo, con una lunga storia alle spalle, delle regole solide.

Quali?

E? un uomo d'acciaio, ha un abbigliamento preciso, armi, un modo di cavalcare, di guardare. Anche i luoghi, gli arredi, gli oggetti, devono essere verosimili, esatti. E? un western realistico, sporco, polveroso. Io, che vengo dalla fantascienza, dove c'è molta libertà di improvvisare, ho dovuto lavorare con disciplina; sono passato dal ritmo veloce a quello lento, dove ogni vignetta va lavorata a fondo. Credo di essermi adattato molto bene alla sua serialit?, perchè io in fondo sono un particolarista, amo i dettagli, la precisione, la nitidezza. Mi ci sono adattato talmente bene che ora disegner? anche un albo ?normale? di Tex.

Ha influito il tuo stile di disegnatore di fantascienza? Come si è coniugato col western°

Credo di avere lavorato sul ritmo, il dinamismo, l'azione, gli effetti speciali. Queste infatti sono le prerogative del disegnatore, che gestisce la regia.

Puoi riassumere la storia?

Potr? sembrare bizzarro, ma dopo tre anni di lavoro duro sulle singole vignette non la ricordo molto bene. E? una sceneggiatura di Gino D'Antonio, uno dei più grandi sceneggiatori italiani, purtroppo scomparso di recente senza potere vedere l'opera finita. Tex e Carson hanno l'incarico di scortare un capo seminole ribelle, Ochala, a un processo per vari omicidi. Ma riesce a fuggire, aiutato dai suoi. Ochala è inseguito da un malvagio caijun, che, apprendiamo nei flashback, anni prima ha sterminato la sua famiglia. Scopriamo che Ochala è innocente, che ha sempre ucciso per difendersi, e Tex si mette sulle tracce di entrambi. E? una storia avventurosa, con la complicazione di un burocrate malvagio e corrotto, uno dei nemici classici di Tex, che lotta contro la corruzione, la speculazione.

Quindi abbiamo la coppia Tex/Carson, senza Tiger Jack?

S?, ma oltre la metà dell'albo vede Tex da solo, con un pard meno ?pesante? di Carson. E? stata una scelta della sceneggiatura, per l'economia della storia, i personaggi, l'intreccio, risultava troppo complesso far recitare entrambi i personaggi, con le loro caratterizzazioni, le personalit? complesse, le solite idiosincrasie di Carson. Cosè a un certo punto Capelli d'argento si è infortunato ed è uscito di scena.

Hai detto recitare, dunque sono personaggi/attori?

Certo. Il fumetto ha una scansione cinematografica.

Quindi, come in ogni film che si rispetti, hai fatto delle ricerche sugli scenari, gli oggetti, i costumi?

E come. Le armi, i paesaggi delle paludi, e i cavalli, che costituiscono uno dei problemi più ardui da risolvere, per l'anatomia e soprattutto il dinamismo, difficile da restituire. Ho dovuto inventare molto sui costumi dei seminoles, perchè c'è pochissimi materiale disponibile. Va detto che non tutti i disegnatori dei texoni hanno fatto la stessa cosa, alcuni hanno tirato via, ma io no. In questo ho seguito fino in fondo gli insegnamenti dei miei due maestri, Magnus e Romanini (Giovanni Romanini, bolognese, ha collaborato con Magnus alla Compagnia della forca e ha disegnato i cavalli del texone dello stesso Magnus ndr), grandi maestri della precisione.

Aurelio Galleppini ha usato anche se stesso è il proprio autoritratto è per il personaggio. Tu pensi di avere inserito qualche componente di te stesso nel tuo protagonista?

Direi che siamo molto diversi, a partire dall'aspetto fisico. Però ammiro certi lati del suo carattere, quella sua fede incrollabile nella Giustizia, e il non esitare a prendere a cazzottoni i malvagi che la infrangono.

Il tuo Tex ha una faccia dura, spigolosa, spesso illuminata dal basso, con occhi stretti come fessure orizzontali. E? una scelta solo tua?

Assolutamente sè. La sceneggiatura non fornisce indicazioni di questo tipo. Gli occhi fessura derivano da Martin Myst?re, che non li apre mai. Per tornare alla domanda precedente, forse ci ho messo la mia tensione iniziale, quando pensavo alla impresa che stavo affrontando.

Secondo te oggi Tex voterebbe Obama o McCain°

(Pausa) Obama. Ha un'anima solida di democratico.

Un'ultima domanda. Perchè tanti disegnatori se ne vanno in Francia? Penso a Liberatore, Mattotti, Igort.

In Francia il fumetto ha lo spazio e l'attenzione che merita. E? considerato un linguaggio al pari della letteratura, il cinema. In Italia invece, anche se vi sono ottimi autori, è un sottogenere, una sottocultura buona per l'evasione. In fondo restiamo legati alla concezione del fumetto come illustrazione delle favole per bambini.

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Amici, ecco per vostra conoscenza:

Intervista esclusiva al grandissimo MAESTRO MARIO MILANO nel blog portoghese di Tex!

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Versione italiana - http://texwiller. blog.com/5169159/

Versione portoghese - http://texwiller. blog.com/5169161/

In verità non ci sono disegnatori a cui mi sono ispirato: quando lavoro studio attentamente il disegno di pochi grandi disegnatori per capire come loro risolvono problemi analoghi ai miei e successivamente sviluppo il disegno seguendo un mio personale metodo in maniera indipendente visualizzando l'immagine e guardandomi allo specchio. Ci sono molti bravi disegnatori, pochi grandissimi disegnatori... è difficile dirlo ma secondo me tra questi ultimi il più grande di tutti è senza dubbio Jean Giraud, da molti conosciuto con lo pseudonimo di Moebius. è lui il mio maestro.

A dire la verità non ho avuto nessuna difficolt? a disegnare Tex; anzi, tra tutte le esperienze che ho avute è stata quella in cui ho disegnato con maggiore serenit?. Anche nello stile ho provato maggiore coerenza con me stesso e con la mia idea di fumetto. Ho dovuto fare attenzione ad alcuni dettagli, certo, ma nel disegnare Tex mi sono sentito totalmente a mio agio, tutto scorreva come l'acqua.

Disegnare Tex Willer è un'esperienza che lascia il segno... un'avventura indimenticabile! Disegnando Tex mi sono sentito veramente un disegnatore di fumetti e vedere pubblicata una storia disegnata da me regala quella gioia ed emozioni interiori che durano per sempre.

Lavorare con la Bonelli è stata un'esperienza bellissima che mi auguro di ripetere, sarebbe fantastico disegnare ancora Tex curando le inquadrature, il tratto, il personaggio... Se è vero che il fumetto viene considerato da qualcuno un'arte minore, penso che per un disegnatore di fumetti ambizioso sia assolutamente fondamentale fare tutto il possibile e contribuire affinch? il fumetto diventi un'arte a tutti gli effetti, perchè il fumetto è arte!

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P. S. - Un grazie davvero speciale ai pards Giampiero Belardinelli, Sandro Palmas (Ymalpas) e Gianni Petino

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Ecco il segreto del mio Tex eroe senza fine




Intervista di Stefano Feltri a Claudio Nizzi, apparsa sulla Gazzetta di Modena è 23 gennaio 2005.



Claudio Nizzi non è e non si sente Tex Willer. Anche se lo scrive da quasi 25 anni non si immedesima nel ranger come faceva il suo creatore Gianluigi Bonelli. ?Tex è troppo diverso da me, è un decisionista, sempre sicuro di sè. Ma dopo tanti anni, come sceneggiatore, nelle sue storie scivolo con facilit?? sorride Nizzi, che da tempo regge quasi da solo il peso di creare le storie del più celebre e venduto fumetto italiano.

Domanda sull'attualit?. Tex continuerà a Fumare?
Tex deve continuare a fumare! L'editore ci ha detto solo ?che fumi un po' meno?. Ma siccome il pregiudizio sul fumo è cosa recente, trovo normale che un personaggio dell'80 fumi. Ma io ho smesso.

Tex ha sempre avuto problemi con il politicamente corretto. E? ancora così?
Oggi più che mai. Ti frena da matti. Certe espressioni che Tex usava nella maniera più affettuosa, come ?palla di neve? a un nero, oggi non le puoi più usare. O se spara a un giaguaro bisogna essere sicuri che sia una questione di vita o di morte.

Come fa il successo di Tex a durare negli anni? Anche Dylan Dog ha avuto il suo momento di gloria e poi è declinato.
Rispetto a Dylan Dog, che aveva un pubblico di adolescenti che crescevano e abbandonavano il personaggio, ha una base di lettori più resistente. Un pubblico più stagionato. E le caratteristiche psicologiche di Tex sono fatte per durare. Il lettore medio che è mortificato dalle cose della vita, impotente davanti a tanti autoritarismi, dal capoufficio al vigile urbano, è affascinato da Tex. Un personaggio che rovescia le scrivanie, che ha un senso della giustizia assoluto e lo mette in pratica. Il lettore ha un senso di appagamento da un Tex senza paura e senza incertezze. Non si spiega altrimenti il suo successo. Il western oggi, a parte Tex, è scomparso.

Che rapporto ha con il suo pubblico? A che lettore pensa quando scrive?
Io scrivo Tex per il lettore popolare. Li conosco di persona, molti mi mandano cartoline. A Fiumalbo (dove Nizzi passa l'estate, ndr) ne conosco almeno una ventina, la loro cultura fumettistica si limita a Tex, non avrebbe senso quindi scrivere storie intellettualistiche piene di citazioni.

Con oltre 500 numeri alle spalle, non c'è il rischio di raccontare qualcosa di già sentito?
Non ho ancora capito fino a che punto la cosiddetta ?ripetitivit?? di Tex sia un difetto o un pregio. Anche perchè il lettore ama sentirsi raccontare sempre la stessa favola. Ma spetta alla bravura dello sceneggiatore non ripetersi. Basta pensare a Diabolik: sono 40 anni che racconta la stessissima storia, ma è quello che il pubblico desidera. E in confronto a Diabolik, Tex è un monumento alla varietà.

Il suo Tex è diverso da quello un po' ?western-spaghetti? di G. L. Bonelli. Lei ha introdotto personaggi storici come il gen. Custer.
S?, ma bisogna stare attenti. Si può mettere un po' di storia, ma così si rischia di datare terribilmente Tex. Troppo storicismo lo strozzerebbe.

Oltre a Tex, su cosa sta lavorando adesso?
Nelle edizioni If di Gianni Bono, stanno per uscire delle nuove storie con cadenza trimestrale di Nick Raider (poliziesco creato da Nizzi per la Bonelli) che affiancheranno la ristampa delle vecchie. Poi uscir? il secondo numero di ?Leo Pulp?, che i fan tenaci hanno continuato a chiedere per quattro anni, disegnato dal modenese Massimo Bonfatti. Il primo era stato un buon successo, con oltre 42000 copie.

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La lunga estate di Tex con il numero 500 e il ritorno di Mefisto


Intervista di Antonio Salvatore Sassu a Sergio Bonelli, apparsa su La Nuova Sardegna il 19 giugno 2002


Quale è il segreto di una lunga vita editoriale e di un successo che non conosce crisi? Ne abbiamo parlato con l'editore Sergio Bonelli, figlio di Gian Luigi, uno dei più grandi narratori del Novecento italiano e inventore di Tex e di centiania di altri personaggi, e anche lui sceneggiatore e creatore di grandi eroi di carta.

Al grande successo di Tex 500 si aggiunge la spasmodica attesa per il ritorno di Mefisto. Questo vuol dire che è sempre Tex il più amato dagli italiani?
?Confesso che anche io sono stupito, non ricordo un'adesione così totale. Non ci aspettavamo un successo di queste dimensioni per il numero 500, tanto è vero che in meno di una settimana abbiamo dovuto ristamparlo. Questa è la conferma di un fatto irripetibile che fa capire, una volta di più, che c'è molto affetto intorno a Tex, che è tornato il fumetto italiano più venduto, scalzando Dyland Dog, anche se di poco, pur essendo un personaggio che ha un pubblico adulto, maturo, che non suscita più l'interesse dei ragazzini. Ma il successo c'è ed è innegabile e una parte del merito va sicuramente alla stampa che si sta facendo perdonare tutto il malanimo e le aggressioni contro il fumetto italiano di quando io ero ragazzo?.

Questo numero 500 di Tex è stato particolarmente curato dal punto di vista tipografico?
?Anche se i colori non sono la nostra specialit?, devo dire che ne sono rimasto soddisfatto?.

E come se non bastasse, dopo uno scintillante numero 500, sta per ritornare Mefisto...
?Direi proprio che la gente "frigge" per il ritorno di Mefisto. E questa è una grande preoccupazione per me perchè ho paura di deludere i lettori, anche se Claudio Villa ha fatto un lavoro straordinario e Claudio Nizzi si è dimostrato, ancora una volta, all'altezza del compito di sceneggiatore principale di Tex?.

Come mai il ritorno di Mefisto non è firmato, come sceneggiatore, da Sergio Bonelli-Guido Nolitta?
?Come sceneggiatore io sono già in pensione, e poi devo confessare che Mefisto, come argomento, non è proprio di quelli che a me piacciono più di tanto. Inoltre, quando Nizzi mi ha spiegato l'idea, con una buona giustificazione iniziale e con un approccio insolito e diverso da quelli usati precendemente da Bonelli padre, mi è sembrato giusto che questa storia toccasse a lui?.

E ne sei soddisfatto?
?Personalmente trovo che mio padre abbia sfruttato abbastanza l'argomento Mefisto, ma il pubblico me lo chiede, me lo sollecita, e allora è quasi un dovere accontentare questo straordinario pubblico che non è severissimo con noi e che ci consente di ripeterciò.

Se Tex gode di buona salute, come sta il fumetto bonelliano in generale?
?Tex è il fumetto italiano più venduto, e quindi gode di buona salute, ma non bisogna dimenticare che ogni anno c'è una perdita di lettori del 6,7 per cento e che, rispetto a sette anni fa, le vendite si sono dimezzate. Questo vuol dire che i giovani hanno altri interessi: la televisione, i videogiochi, la birra al bar, gli amici, ma non solo. E poi leggere fumetti è diventato più faticoso, pur non essendo questo il caso di Tex. Quando ero ragazzo io le storie erano più meccaniche ed elementari, adesso sono più verbose e sicuramente più faticose da seguire?.

Malgrado la crisi, state preparando qualche novità?
?Questo, per noi, è un momento di riflessione. Negli ultimi tre anni abbiamo proposto diverse testate e in molti ci hanno accusato di voler invadere le edicole senza capire che dietro ogni testata c'erano progetti sofferti e vissuti per anni. Ognuna di queste testate si indirizzava a un pubblico diverso dal quale ci aspettavamo delle risposte chiare. Invece i segnali di ritorno sono scarsi: Julia continua ad andare molto bene, altri sono in calo, altri ancora non sono mai andati bene?.

E la crisi irreversibile del fumetto?
?Questo conferma che dobbiamo pensare al fumetto come a un prodotto di nicchia e più caro, e non più di massa e popolare nei prezzi e nell'aspetto. In tutti i casi c'è un interesse per il primo numero e poi un calo pesante, quasi che la gente rimanesse delusa. E questa è colpa di noi editori che non siamo in grado di capire che cosa vuole il lettore che, viziato dal cinema, dai videogiochi, dagli effetti speciali, vuole forse cose superiori a quelle che gli può dare il fumetto legato alla fissit? dell'immagine e alla mancanza di suoni. Noi della Bonelli come tipo di lavoro non siamo mai stati quelli del mordi e fuggi e abbiamo sempre pensato a prodotti che andavano avanti per molto tempo e oggi non sappiamo bene quali debbano essere le proposte per un pubblico che sembra si stanchi molto presto. Oggi, magari, dovremo sfruttare gli eventi e mutarci, forse, in una squadra di predoni. Siamo quindi in meditazione e il nostro pubblico dovrebbe comunque essere contento di sapere che anche così stiamo sempre lavorando per lui?.

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Quell' eroe creato da pap? re, delle edicole


Intervista di Luca Raffaelli a Sergio Bonelli apparsa su Repubblica è 30 settembre 2008


Sergio Bonelli, lei si ricorda com' erano le edicole negli anni Quaranta?
Me le ricordo bene. Una qui a Milano in piazza Brescia aveva una bella vetrinona davanti alla quale mi fermavo a guardare voglioso tutti gli albi dell' Uomo Mascherato o di Flash Gordon. Purtroppo ne potevo acquistare solo uno ogni tanto. E poi ce n' era un' altra a piazza De Angelis. Quando andavo alle elementari e veniva mio padre Gianluigi Bonelli a prendermi mi faceva passare davanti a una pasticceria in via Marghera e mi metteva davanti al grande dubbio: un maron glac? o un fumetto? E allora non avevo dubbi: si andava a piazza De Angelis a comprare Topolino, che costava 50 centesimi.

Qual è la principale differenza con un' edicola di oggià
Allora erano fondamentali le copertine. Adesso le facciamo belle perchè ci piace, ma un tempo erano determinanti per il successo di un personaggio. Quanto la bellezza di un cartellone per il successo di un film.

? vero che uno dei suoi primi incarichi professionali riguardava proprio il rapporto con le edicole?
Mia madre Tea, che era a capo della nostra piccolissima casa editrice, mi faceva fare il giro delle edicole di Milano in lambretta per verificare la vendita delle nostre pubblicazioni. Un lavoro terribile: ero timido, per gli edicolanti ero solo un ragazzino e mi facevo almeno cinquanta chilometri in scooter. Terribile.

Quand' è che Tex cominciò a diventare il protagonista delle edicole?
Dieci anni dopo il suo esordio, quando lo proponemmo con il formato attuale. Prima il fumetto era letto dai bambini, che gli preferivano Capitan Miki, il Grande Blek e il Piccolo Sceriffo e non amavano i lunghi dialoghi tipici della scrittura di Bonelli padre, che si ispirava alla letteratura popolare di Rider Haggard, o di Conrad o di Zane Grey.

Per questo venne creato Kit Willer, il figlio di Tex?
S?. Un po' perchè Gianluigi era appassionato dei moschettieri e voleva ricreare la squadra dei quattro pards, un po' per avvicinarsi ai più piccoli, tanto che a un certo punto gli venne in mente di creare una serie tutta per lui. Ma fortunatamente non si fece. Io non l' ho mai amato, un po' perchè è un doppio e un po' perchè un ragazzo che spara non mi sembra bello.

Quanto è cambiato Tex in questi sessant' anni?
? cambiato ogni volta che è cambiato il soggettista. Già quando ho cominciato a scriverlo io Tex era diverso, più dubbioso. Il Tex di Bonelli padre non aveva mai dubbi, capiva al primo sguardo se uno era un cattivo, e allora per lui erano guai. E forse è stata proprio questa mancanza di incertezze uno dei motivi del suo successo.

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Bonelli: ?Il mio Tex? Cosè il fumetto è penetrato nei musei


Intervista di Anna Maria Eccli a Sergio Bonelli apparsa sul Trentino è 14 luglio 2004


<div align="justify">Parte con i ragazzacci del sanguigno Louis Forton, immortalati in una tavola del 1908, e con le rime baciate dei fumetti firmati da Antonio Rubino sul Giornalino della Domenica, l'inconsueta mostra ?Maestri del fumetto europeo?, al Mart fino al 5 settembre: 44 artisti internazionali, i più grandi in assoluto, da Herg? a Molino, da Albert Uderzo, a Pratt, Manara, Serpieri, Sto, Hermann, Bill Tidy... presenti con tavole originali. ?Vi sono i più grandi maestri del disegno francesi, belgi, spagnoli, inglesi, oltre che italiani - dice l'architetto Roberto Festi, curatore della mostra assieme a Odoardo Semellini - quelli che, come si dice, hanno fatto scuola e hanno avuto discepoli?. Una mostra lunga un secolo, racchiusa anche nel bel catalogo con i contributi critici di Piero Canotto, Alfredo Castelli, Maurizio Scudiero e Gianni Brunoro. All'inaugurazione era presente Sergio Bonelli, l'inventore di ?Zagar?, di ?Mr. No?, di molti testi dell'intramontabile Tex Willer. Titolare di una delle case editrici di fumetti più importanti d'Europa (alla quale fanno capo una ventina di testate, da Tex Willer a Zagor, Dylan Dog, Nathan Never, Legs wezwer... Napoleone, Julia...), milanese, figlio di quel Gianluigi che negli anni Quaranta aveva fondato la Casa Editrice Audace e creato, con quel disegnatore sopraffino che fu Aurelio Galleppini, il personaggio di Tex, Bonelli è un uomo chiave di questo mondo fatto di bravura ed impegno:

Chi fa questo lavoro non lo fa mai in modo banale, o per danaro, lo rivela la meraviglia delle pagine disegnate dagli artisti; dietro a un album, magari stampato male, magari sporco, stanno vere e proprie opere d'arte?. Scambiamo con lui alcune battute.

L'avrebbe mai detto che il fumetto sarebbe entrato nei musei?

Se è successo è perchè c'è stato un passaggio generazionale nella stanza dei bottoni. Cinquant?anni fa ne dicevano peste e corna, era considerato il nemico della cultura, era da condannare perchè incoraggiava la pigrizia... Ma io credo che nel fumetto, come nella musica leggera, ci possa essere il banale e l'ignobile, ma anche la poesia e l'impegno intellettuale, letterario. Io faccio fumetti da sempre, mi diverto, non so fare altro e trovo che questo genere sia un mezzo di comunicazione importante. Eppure ho sempre sentito imbarazzo, sapendo che era considerato ?di serie B?. Era una specie di peccato originale che sentivo alle spalle e che mi ha sempre spinto a fare di tutto per uscire dalla strettoia, incoraggiando scambi tra operatori, mostre, cercando di dare dignit? al genere.

Riuscendoci.

Qualche artista, come Pratt, è stato un vero e proprio battistrada. Che il fumetto abbia guadagnato dignit? lo dimostra il fatto che oggi entra in luoghi prestigiosi, nei musei di Mantova, Milano, Firenze, Genova, Rio e, ora, al Mart.

Il coraggio di buttarsi nell'avventura fu di suo padre...

Già, era il 1935; allora erano tutti artigiani che provenivano dallo stesso ceppo, quello dei Vecchi, e tutti si conoscevano, tra loro. In Italia arrivavano i fumetti inglesi e americani. Doveva passarne ancora di acqua prima che Umberto Eco scrivesse ?Apocalittici e integrati? (in cui il semiologo, si era nel 1965, considerava il modificarsi degli strumenti culturali nella storia dell'umanit? e svolgeva una prima analisi del linguaggio-fumetto, ndr.). Con il coinvolgimento dell'ambiente universitario e con l'esperienza di ?Linusè qualcosa inizi? a cambiare e nacque la convention di ?fumettari? di Lucca.

Non possiamo esimerci dal parlare della fortuna perenne, inspiegabile, di Tex Willer; in fondo questo personaggio non ha alcun rapporto con i nostri tempi. E? un fenomeno irripetibile.

E? vero, il personaggio è ?fuori tempo', ma parla il linguaggio dei valori della giovinezza e in lui il lettore trasferisce parte di sè. Nella serie vi sono molte ripetizioni, ma il pubblico le gradisce, è come se fosse compiaciuto nel ritrovare il già noto, nel non doversi aspettare troppe sorprese.

Una eterna e rinnovabile telenovela?

S?, nella quale insorge una complicità, la dolcezza dell'abitudine. Il mondo di Tex è conservatore e per questo è rassicurante, un antidoto contro il mondo reale che cambia tanto rapidamente... Del resto si sa che il popolo dei fumetti non ama i cambiamenti repentini, le sperimentazioni e gli stravolgimenti.

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Io, piccolo Tex, al caff? con Papa


Intervista a Sergio Bonelli di Alberto Gedda apparsa su La Stampa il 29 / 08 / 2008


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La libreria è sterminata: un intero appartamento a due passi dalla Fiera ?storica? di Milano. Migliaia di volumi che riflettono interessi disparati ma riconducibili tutti a una grande curiosità. Dalle Lettere di Cicerone alle pompe di benzina negli Usa, dall'etnografia ai grandi viaggi, dagli indios amazzonici ai nativi del Nordamerica all'epopea del Far West. Naturalmente. Perchè questo è l'appartamento libreria di Sergio Bonelli, il signore del fumetto italiano, nato a Milano nel 1932. Più sotto, nello stesso palazzo, c'è la redazione dove nascono Tex Willer, Dylan Dog, Martin Myst?re, Zagor, Nathan Never, Julia, Dampyr, Brendon, Magico Vento, Jan Dix? e anche in queste stanze, tra decine di redattori e uffici, ci sono ordinati scaffali di libri che portano verso l'altra grande libreria della redazione, vero cuore di questa fabbrica della fantasia. E qui, tra sculture e quadri, soldatini e juke box Wurlitzer, slot machine e coccodrilli di bronzo, Bonelli è al lavoro sul tavolone invaso da pile di sceneggiature e montagne di pagine fumettate da controllare.

?Sono nato e cresciuto in mezzo ai fumetti e ai libri. I fumetti li portava a casa mio padre, Giovanni Luigi Bonelli, vulcanico sceneggiatore, scrittore, anima del Vittorioso. E anche i libri me li portava lui perchè, come mia mamma Tea, ci teneva a che io leggessi, che fossi curioso di conoscere e di scoprire attraverso le pagine dei grandi autori?.

Quali?
?Facciamo un passo indietro. Mio padre si è sempre considerato un romanziere prestato al fumetto e mai più restituito. Ha scritto alcuni romanzi di stile salgariano (I fratelli del silenzio, Le tigri dell'Atlantico, Il Crociato nero) e uno western, Il Massacro di Goldena, ora ristampato e allegato all'albo di Tex in edicola a giorni. Lui aveva una grande passione per la letteratura di genere medievale, mentre per l'editore Lotario Vecchi traduceva Jack London e poi si immergeva nei suoi romanzieri preferiti: Spillane, Chandler, Hammett, Cheney??.

E quali di questi libri suo padre le passava da leggere?
?Nessuno. Però c'era una valanga di fumetti che venivano commentati in casa dai maggiori autori: Paparella, Albertarelli, Molino, Canale, Chiletto. Finch? un giorno pap? mi fece trovare la ?Scala d'oro? della Utet. Una serie di libri che ha fatto sognare moltissimi bambini degli anni Trenta con L'Asino d'oro, Bertoldo, Alice nel Paese delle Meraviglie... Ero affascinato soprattutto dalle illustrazioni di Gustavino, Moroni Celsi, Bernardini. Una grande collana (che è conservata nell'alloggio libreria, ndr) che pap? aveva comperato a rate. Poi arriv? anche la ?Bibliotechina Salani? e mi innamorai di Salgari?.

Tanti libri per un ragazzo immerso nei fumetti.
?I fumetti non distolgono certo dai libri ma, anzi, allenano a leggere. Quando trovai in casa la ?Collana Romantica Sonzogno?, partii nell'avventura sconfinata di Zane Grey (che mio padre adorava), del Bozambo di Edgar Wallace, She di Rider Haggard' e arrivai a Joseph Conrad: il suo Cuore di tenebra è ancor oggi il mio feticcio, la mia inseparabile coperta di Linusè.

E siamo agli anni del liceo.
?Scopro Hemingway, Scott Fitzgerald, Faulkner e mi prendo una grande cotta per Furore di John Steinbeck. Non avrei mai immaginato che, qualche anno più tardi, a Pamplona (dov'ero arrivato dopo cinque giorni di viaggio in auto da Milano con l'amico Paolo Ferrari), mi sarei ritrovato in un Caf? seduto accanto a Ernest Hemingway, Anthony Queen, Orson Welles e alla splendida Deborah Kerr. Allora, negli Anni Cinquanta, i turisti erano rari e quei pochi erano coccolati dagli spagnoli che avevano una grande ammirazione per Hemingway. Lui ne aveva capito l'anima soprattutto con Un'estate pericolosa, scrivendo di due toreri: Luis Miguel Dominguin e Antonio Ord'?ez. Hemingway era un uomo affascinante, che persino fisicamente sovrastava tutti e che tutti rispettavano?.

Pamplona è l'inizio dei viaggi che l'hanno portata quasi ovunque, dalla foresta brasiliana al deserto sahariano.
?Mi è sempre piaciuto viaggiare, conoscere gente e abitudini, correndo qualche rischio per dare il giusto sale all'"esplorazione". Per questo mi sono sempre mosso con amici esperti, soprattutto archeologi, etnologi. E poi il viaggio, per me, è sempre intimamente connesso con la lettura, perchè prima di partire mi immergo nei libri che parlano dei luoghi che visiter? e dai quali, poi, porter? a casa un mucchio di volumi sugli argomenti più diversi. Ho almeno cinquanta titoli sugli Zul', e altrettanti sui Cangaceiros, sui Thugs o sulla rivolta dei Boxer... Cosa me ne faccioè Mah! Forse ne sarebbero sufficienti uno o due per argomento, di sicuro saprei quanto mi basta, però sono fatto così: mi riempivo le valigie di libri che poi mi trascinavo dietro appesantendo notevolmente il mio bagaglio?.

Che libri si portava in questi viaggi avventurosi?
?Lo stretto indispensabile. Guide, testi di approfondimento su quanto volevo vedere, conoscere: del resto mi ero già letto quasi tutto a casa. Adesso per documentarti basta andare su Internet e dalla rete ti arriva di tutto su tutto e così guardo i miei libri con affetto e malinconia: li conosco uno per uno, di ciascuno ricordo la vetrina o la bancarella dove ci siamo incontrati. Sarà nostalgico, ma continuo a preferire lo sfoglio di un libro allo schermo di un computer che, tra l'altro, non saprei neppure accendere??.

Dopo l'innamoramento per Hemingway e per i grandi della letteratura americana cosa è venuto?
?Molto. Negli anni tra il liceo e l'universit? scopro Giovanni Papini, Ignazio Silone, Alberto Savinio, Giovanni Comisso... autori che scrivono di cose comuni, della straordinaria quotidianit?, che mi portano in una dimensione più intima. Sono loro molto grato, anche perchè mi hanno dato un "codice" di lettura che non ho più abbandonato insieme ai fumetti e al cinema, altro mio grande amore. Mi sono formato in una lettura attenta e selettiva, anche se in Casa editrice acquistiamo decine di libri ogni mese?.

E questo ?codice? cosa le fa scegliere per le sue letture private?
?Diciamo piuttosto cosa non mi fa scegliere. Diffido dei best sellers, dei romanzi strillati dalla pubblicit? e dai media che poi trovi allineati sotto gli ombrelloni. E diffido degli autori troppo presenti, in tiv? e sui giornali, in una trottola continua. Preferisco rileggere, anzich? leggere perchè lo impone il mercato. Cosè il Codice Da Vinci di Dan Brown prende la polvere mentre, per l'ennesima volta, ritorno ne Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Da molti anni mi sono indirizzato sulla saggistica: cinema, guerre coloniali, viaggi (Bruce Chatwin e Cino Boccazzi che scrive di Sahara) e naturalmente western, grazie alle mie spedizioni negli Usa e alla straordinaria biblioteca storica che ho acquistato da Rino Albertarelli. E, soprattutto, amo leggere gli autori amiciò.

Nel senso?
?Nel senso che do la preferenza a chi conosco, a chi sento vicino. Oreste del Buono mi piace quando scrive di storie al femminile che ricordano certi film di Pietro Germi, apprezzo il raffinato Gianni Clerici e Alberto Ongaro che è anche un bravo sceneggiatore di fumetti. E poi ci sono gli scrittori che ti porti nel cuore e che ti attraversano la vita?.

Chi, ad esempio?
?Mario Soldati, Graham Greene, Boris Vian, alcuni scritti di Alberto Arbasino. Sul comodino, come si dice, ho Tempo di uccidere e Diario notturno di Flaiano e Lo Straniero di Albert Camusè.

Un lettore attento, selettivo, innamorato comunque dei libri, della scrittura. Questo la facilita nella sua professione di editore e di sceneggiatore all'interno della sua grande bottega del Fantastico e dell'Avventura?
?Mah! Naturalmente leggo tutti i fumetti che pubblichiamo, ed è un lavorone come può vedere dal mio tavolo, ma li correggo quando sono già disegnati. Fatico a visualizzare una lunga sceneggiatura, mi trovo meglio con i soggetti di poche pagine che trasformo automaticamente in immagini cinematografiche che mi permettono di valutare l'idea narrativa. Come autore ho il panico della pagina bianca, eppure di testi ne devo scrivere un mucchio per prefazioni, presentazioni e rubriche varie. Ma mi conforta il fatto di sapere che chi mi legger? è un amico: perchè in questi anni, tanti anni, si è instaurato tra me e il lettore un bel rapporto e ciò mi mette a mio agio, non mi crea ansia. Cosè posso raccontare e ricordare, serenamente, rifacendomi all'aneddotica di fumetti, letteratura, cinema. E' il privilegio dell'esperienza. Con il conforto di migliaia di libri. Tutti conosciuti e amati?.

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Quando nell' "Assedio delle sette frecce" quella sventola di Eleanor Parker...


Intervista a Sergio Bonelli, di Marco Giovannini, apparsa sul settimanale Panorama, del 28/8/2003


Nel 1903 fu girato il primo film sulla frontiera dell'Ovest. Oggi il "padre" di Tex Willer rievoca gli eroi, i miti e i segreti di un modello culturale popolare e intramontabile. Sul centralino della premiata casa editrice Bonelli l'attesa telefonica è lenita da quel raro Bob Dylan in chiave western che canta Knockin'on heaven°'s door, colonna sonora del film Pat Garrett e Billy the Kid. Sul muro della redazione la preda dell'ultima caccia di modernariato (alla Finarte, mica sulle bancarelle) è il bozzetto originale di "Un dollaro d'onore", cioè John Wayne, Dean Martin e Angie Dickinson (in bustino e calze nere) al loro meglio. Insomma, anche se non fosse l'editore del cowboy Tex Willer, il più famoso dei fumetti made in Italy (400 mila copie mensili fra novità e ristampe), Sergio Bonelli avrebbe comunque la vita scandita dal western.

Suo padre, Gianluigi, cre? Tex Willer, sua madre, Tea, lo edit? nel 1948. A quel tempo, lui aveva 16 anni: Tex e la prateria sono diventati la sua educazione, anche sentimentale. Quest'anno il genere western compie un secolo. Panorama lo celebra con Bonelli, cioè "un americano a Milano", perfetto testimone della fortuna del mito della frontiera in Italia nella sua doppia e a volte schizofrenica veste di autore e spettatore.

Ha memoria del suo primo western°

Doveva essere un'avventura di Tom Mix oppure del cowboy canterino Ken Maynard. Se invece consideriamo un film autonomo, non seriale, era sicuramente "Ombre rosse".

Fu amore a prima vista?

Devo fare una precisazione. Io sarei per un'avventura più ampia, la mia passione sono rimasti i film colonialisti, anche quando sono mezzi bidoni come "Il principe Azim", "La gloriosa avventura" o "Beau geste" sulla legione straniera. Ma come tutti i figli di separati c'era questo rituale che prevedeva una volta a settimana il film col pap?. E lui sceglieva invariabilmente un western. Va anche detto che avevo già avuto una preparazione letteraria.

Cio??

In casa c'era tutta la famosa collezione Romantica Sonzogno, rilegata in rosso, con quella copertina di sogno anche se spesso disegnata male. Il mio autore preferito era Zane Grey, coi suoi due diversi periodi storici: la "prima frontiera", con le guerre di francesi e inglesi contro gli indiani, e il grande Texas con i cowboy. Pessima traduzione, ma trame ancora avvincenti.

Lei da piccolo avrebbe voluto essere John Wayne?

Per niente. In "Ombre rosse" mi sembrava uno pieno di guai che andava a cercarsene altri. Già gli d' la caccia la polizia e in più si va a innamorare della prostituta. Faceva impressione la rapidit? con cui ci si innamorava nel West.

Ma è vero che Bonelli senior si è ispirato a John Wayne per creare Tex?

Mio padre non si è mai lasciato intruppare da chi diceva che John Wayne era fascista. Lui era alto 1,65, e avrebbe voluto essere 1,90 come John Wayne. Diceva che erano cresciuti insieme: John Wayne aveva fatto una gavetta lunghissima prima di diventare una star. Idem per lui, con una infinit? di romanzi e fumetti. Come si capisce da un segreto di bottega: Tex doveva chiamarsi Killer, perchè mio padre che masticava l'inglese amava l'idea di un giustiziere. Ma mia madre fece un salto sulla sedia: in chiesa già facevano sermoni contro il potere corruttore dei fumetti. Perciò niente Killer, ma Willer.

Un altro segreto?

Il disegnatore Aurelio Galleppini ha sempre detto di essersi ispirato a Gary Cooper, ma lo diceva piano per non farsi sentire da mio padre. Non mi ha mai convinto. Gary Cooper era più un omino che un omone: trenta chili buoni meno di John Wayne. Nessun dubbio invece sul fatto che per le rocce americane si sia servito delle montagne della sua Sardegna.

Perchè hanno avuto tanto successo i western°

Erano esotici, e raccontavano un mondo semplice, in cui si capiva dove era il bene e dov'era il male. L'età' è stata quella degli anni Cinquanta. Nella mia lista ne ho solo tre precedenti: "Cielo giallo" e "Fiume rosso" del 1948 e "L'amante indiana" del 1949.

Che cos'è la sua lista?

Uno scaffale di libreria, chiuso con i vetri e sottochiave, in cui conservo i video che mi rivedo almeno una volta al mese. Su 200, almeno un terzo sono western.

Qualche esempio?

"Winchester 73", con James Stewart, la storia di un fucile che passa di mano in mano, e pensare che io non amo le armi. "Tamburi lontani" con Gary Cooper, perchè ci sono i Seminoles, una tribù molto particolare, colta e vestita con sete pregiate, molto poco selvaggia e perciò poco amata da Hollywood. A me piacciono anche gli Apache, e in particolare "Nessuna pietà per Ulzana", con Burt Lancaster.

Non ha ancora citato John Ford...

Vero, ma a costo di sembrare un eretico devo dire che non lo amo molto. Un po' troppo sentimentale, per i miei gusti. Nella mia lista c'è solo un suo film, "Sentieri selvaggi", che salvo per via della natura, perchè si svolge nell'arco delle quattro stagioni.

Una cosa che non sopporta nei western°

I finalini dei telefilm con la risata generale. E i siparietti umoristici. Non è un caso che Tex non ride mai, n° sorride: al massimo ghigna. Quando sento troppe risate cambio canale. è anche un sintomo etnico: vuol dire che il film è spagnolo o italiano.

Non le è piaciuto il momento degli spaghetti western°

In casa editrice ci siamo perfino un po' arrabbiati. Facevamo una fatica boia ad aggiornarci, a documentarci, a tentare un'opera di informazione storica, e all'improvviso ci troviamo questo West fasullo sia nelle persone che negli ambienti. Ne salvo solo un paio, "Il buono, il brutto e il cattivo" e "Già la testa".

Ha mai litigato con suo padre a causa di un film?

Mille volte. Ricordo che "La pistola sepolta", film del 1956 con Glenn Ford, ci ha diviso inesorabilmente. è stato l'inizio dell'eroe dubbioso, sparo o non sparo. Mio padre era furibondo, si lamentava ad alta voce, cercando complicità fra il pubblico.

E sul ruolo delle donne?

L' andavamo d'accordo. La donna è bella, ma rallenta l'azione. Ho ancora nelle orecchie gli ululati di disappunto all'apparizione delle ragazze: si perdevano dieci minuti di possibili scazzottature. Quando nell'"Assedio delle sette frecce" quella sventola di Eleanor Parker cerca di convincere William Holden a non partire, i "fatti gli affari tuoi" si sprecavano. Se poi la donna diventa protagonista, come la bellissima Candice Bergen in "Soldato blu", si trasforma in una specie di grillo parlante, insopportabile.

Lei ha viaggiato molto: il West era come se lo aspettava?

Viaggio per controllare, e ammetto di essere un grande rompiscatole: seguo una mia personale geografia, di l' la tomba di Billy the Kid, di qua la battaglia di Custer. La prima volta che ho portato mio padre in America, ho capito che stava invecchiando quando davanti alla possibilità di deviazione di 50 miglia per vedere la Mesa verde che lui aveva descritto cento volte in Tex ha invece puntato diritto verso la birreria più vicina.

Perchè è finito il western°

Come tutte le cose di cui ci si abbuffa, c'è stata indigestione e la qualità è franata. Negli ultimi anni mi sono piaciuti solo un western e mezzo. "Balla coi lupi", che avrei scorciato di una mezz'ora, e "Gli implacabili", perchè Clint Eastwood ha raccontato una storia solita in maniera diversa.

E come mai invece Tex resiste da 55 anni?

Perchè abbiamo lettori stagionati e nostalgici, delusi dal cinema. Ma sono severissimi: non ci permettono il minimo cambiamento del personaggio.

Se lei avesse potuto diventare un cowboy del cinema, chi sarebbe stato?

Charlton Heston, per guardare tutti dall'alto in basso, oppure Gregory Peck quando è vecchio e meno damerino, o ancora Burt Lancaster, ma a patto che rida meno.

Non si stufa mai di rivedere sempre gli stessi film della sua lista?

? uno splendido effetto karaoke, ci sono dialoghi che conosco a memoria.

Me ne recita uno?

Il mio cavallo di battaglia è "Quel treno per Yuma", quando Glenn Ford entra nel bar e, sebbene sia inseguito, fa la corte alla ragazza. "Sei un po' magrolina" le dice, e lei pulendo un bicchiere abbassa gli occhi: "S?". "A me non importa che le donne siano magre purch? abbiano gli occhi marroni? fa allora lui. E lei: "Ma i miei sono verdi". E allora lui la guarda fisso come chi ha già capito tutto, e dice: "Verdi, sono anche meglio".

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Non le è piaciuto il momento degli spaghetti western°

In casa editrice ci siamo perfino un po' arrabbiati. Facevamo una fatica boia ad aggiornarci, a documentarci, a tentare un'opera di informazione storica, e all'improvviso ci troviamo questo West fasullo sia nelle persone che negli ambienti.

Mi viene proprio da ridere quando sento queste affermazioni proprio dall'autore di Tex che per la prima volta e piu' di tutti ha messo nelle sue storie del ranger i vari cliche' e gli ambienti dei western italiani. Vedi "El Muerto" e "Caccia all'uomo".


Mah...

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Anche il fatto che Sergio Bonelli affermi di non poter soffrire i siparietti umoristici ( aggiungendo che Tex "al massimo ghigna" ) mi pare un pochino singolare ( Carson comincia a funzionare da "spalla comico - combattente" fin da "L'oro del Colorado", che è di GLB e del 1977; anche ne ""I ribelli del Canada", di poco posteriore, Sergio Bonelli non rinuncia del tutto all'elemento umoristico incarnato in Soublette) , per quanto il Tex nolittiano sia una delle versioni più tese e iraconde del nostro eroe.

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INTERVISTA A FABIO CIVITELLI


di Antonio Galasso e Franco Spiritelli, apparsa sulla rivista Fumo di China, numero 24, del 1994.



Cominciamo con i tuoi dati anagrafici ed i tuoi studi.

Sono nato a Lucignano ( AR ) il nove aprile 1955. Ho fatto il Liceo Scientifico e la cosa curiosa è che durante l'ultimo anno di scuola preparai l'esame della maturit? mentre già disegnavo Lady Lust. Ricordo che lavorai fino ad un mese prima dell'esame e ripresi dopo averlo sostenuto. Non so perchè frequentai un liceo normale, credo fosse perchè i miei genitori non avevano molta fiducia nel liceo artistico ed anche perchè ad Arezzo non ce n°erano e avrei dovuto andare a Firenze. Però non credo di aver perso molto d'importante ( per fare questo mestiere, è ovvio ) perchè in seguito mi è capitato di vedere ragazzi che avevano seguito questi studi, che avevano ricevuto un'impostazione molto lontana da quella che serve ad un disegnatore e che facevano molta più fatica di quel che facevo io.

E studi nel settore artistico ?

Non ne ho fatti, sono un autodidatta. Ma per fortuna avevo un insegnante di disegno di vedute larghe, per cui portavo addirittura il lavoro a scuola. In seguito venne una professoressa diversa che non sapendo dei miei interessi mi disse: è Ma perchè disegni con uno stile così brutto è Cosè da fumetto è ? e io a spiegarle che io volevo fare fumetti. Accetto la cosa, però i voti divennero più bassi... perchè non ero accademico. Io ho sempre voluto fare fumetti, anche quando dipingevo ( sempre in bianco e nero ) però mi accorgevo che il dipingere per me era un po' una forzatura.

Tu eri un lettore di fumetti ?

Si, leggevo già Tex, e anche Capitan Miki e Il Grande Blek. Facevo ancora le elementari.

Ti ricordi qualche storia che ti aveva particolarmente colpito ?

Ricordo che compravo i fumetti saltuariamente, poi si scambiavano tra amici... Ricordo particolarmente che riuscii a farmi inviare il numero uno di Tex, ?La mano rossa? e che quando mi arriv? mi sembr? di aver ricevuto l'enciclopedia britannica. Ci volle un sacco per leggerlo tutto e mi è rimasto particolarmente impresso. Un po' più grande, già alle medie, li lessi quasi tutti, fin quasi al numero cento e poi ci trasferimmo ad Arezzo e li persi. Cosè non li ho voluti più rileggere, perchè ne ho un gran bel ricordo e temo, a rileggerli adesso, che lo farei in modo troppo professionale. Di Blek e Miki ricordo soprattutto l'ambiente, Blek mi piaceva soprattutto per le foreste.

Preferisci Blek o Miki?

Blek. I cowboy giovani non mi sono mai piaciuti eccessivamente, nemmeno il Piccolo Ranger. Preferivo Blek perchè era più forte, massiccio...

Come e quando hai iniziato a disegnare ?

Ho iniziato da bambino, sui tre o quattro anni, i miei mi davano la matita per tenermi buono. Mio padre faceva il camionista e aveva anche un'officina col garage di fianco a casa. E io disegnavo i camion tutto il giorno, erano l'unica cosa che sapevo fare. Un giorno mi regalarono una pistola giocattolo e cominciai a disegnare pistole. Quando cominciai a leggere fumetti la smisi coi camion e passai al western: cavalli e pistole. Già alle elementari commentavo tutto quel che facevo con delle vignette e questa passione mi è rimasta.

Come iniziasti la professione ?

Trovai in edicola una rivista, ?Contro?, in cui in un trafiletto c'era scritto che cercavano disegnatori e di inviare prove. Io facevo delle cose da principiante, tremende e non avevo nessuna base tecnica, non conoscevo nessun disegnatore... Non so cosa ci trovasse di buono l'editore, che poi era Graziano Origa, che ebbe la pazienza per molti mesi di farmi le correzioni ai disegni.


( fine prima parte )

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INTERVISTA A CIVITELLI

( vedi anche post precedente )



E tu portavi i disegni a Milano ?

No, no, avveniva tutto per posta. Una vera scuola per corrispondenza. Si prese questo impegno di seguirmi e poi, incredibilmente, tra il '73 e il '74, mi mand' la prima sceneggiatura di "Lady Lust". Ne rimasi anche un po' sconcertato perchè ancora non sapevo da che parte farmi, però era un'occasione troppo bella.

Insomma un vero apprendistato.

Fatto da parte sua con molta pazienza. Io non seguivo certo il fatto produttivo, ero ancora un ragazzo di provincia. Per alcuni anni non andai nemmeno a Milano, tutti i contatti avvenivano per posta. Per fortuna era il momento in cui stavano esplodendo i tascabili e quindi c'era posto anche per gente come me. Ma la grande soddisfazione di vedere la storia stampata fu un po' mitigata dal fatto che Origa mi rimand' una copia della storia con sopra le correzioni fatte con la penna rossa. Ma furono molto, molto utili.

A chi ti eri rifatto per disegnare queste cose ?

I miei riferimenti base erano John Buscema, ed Alex Raymond. Vedi certi visi che vengono da "Silver Surfer"... Il problema era che Buscema non faceva quasi mai gente vestita normalmente, erano tutti in calzamaglia e quindi era un disastro per disegnare i vestiti. Di Lady Lust disegnai, mi sembra, cinque o sei episodi, però ne uscirono solo tre, anche se mi furono pagati tutti. Origa era molto corretto, infatti io ho lavorato sempre con lui finch? non sono arrivato alla Bonelli. Già nel terzo numero, vedi, cominciavo a scioglermi un po'. D'altro canto il mio impegno di quegli anni era soprattutto di lavorare molto, e poi avevo solo diciannove anni...

Ti è mancato l'apprendistato presso qualcuno già esperto ?

Certamente. Le mie conoscenze tecniche all'epoca erano decisamente povere e i miei primi anni di lavoro li ho spesi per recuperare queste mancanze dovute soprattutto all'esperienza da autodidatta. Se devo dirti la verità incomincio solo negli ultimi anni a capire quello che voglio fare, perchè fino a poco tempo fa il mio problema principale era riuscire a risolvere problemi tecnici.

In un'intervista hai detto che scopristi la necessit? di prendere come riferimento il lavoro di un professionista: quali furono i tuoi ?

Per la verità fu sempre Origa che, vedendo le cose da principiante che facevo, mi spinse a scegliere come modello un autore noto. Io quindi lavoravo con davanti il Raymond di "Gordon" e "Rip Kirby" e soprattutto John Buscema e il suo "Silver Surfer". Quelli sono stati i miei modelli, di cui amavo la struttura anatomica solida, bella. E per certi versi ho guardato anche il Tex dei primi anni, quello di Galleppini, che mi piaceva molto. Vi trovavo una scioltezza che gli americani non avevano. In seguito con l'esplosione dei super eroi mi piacque anche Jack Kirby, di cui percepivo la diversit?, ma di cui mi colp? molto la dinamicit? ed il tipo di inchiostrazione "duro", faceva le persone come rocce e ci fu un periodo che inchiostravo rifacendomici. La cosa mi fu utile perchè ci fu il periodo di "Supergulp" in cui volevano fare storie di personaggi marvelliani in Italia e la cosa mi torn° buona. Sempre tramite Origa feci due storie "alla Kirby" e due "alla Romita" ( che sentivo più vicino e di cui ho studiato molto l'inchiostratura ).



Fine 2a parte - segue

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INTERVISTA A CIVITELLI - 3a PARTE



Ripercorriamo insieme il tuo curriculum: dopo Lady Lust cosa viene ?

Ho fatto delle storie autoconclusive per Lo Scheletro, I Sanguinari, I Notturni, , varie testate della Edifumetto.

Qui il disegno è già molto migliore, chiaro, le donne sono belle...

Mi ero un po' ripulito, grazie anche ai consigli di Origa. Ho fatto anche, lo ricordo, un paio di storie con King Kong. Una era il seguito ideale del film, "Il segreto di King Kong", e mi ricordo che mi documentai, guardai il film... e l'altra invece era una vicenda alternativa... E più o meno in questo periodo feci anche qualche episodio di Furia, per la Cenisio.

E dopo ?

Feci anche qualche numero di Karatex, che sfruttava il filone dei film di Bruce Lee, con espliciti richiami a Bud Spencer, anche lui di moda.

Era quasi firmato, infatti leggo "Civ/Studio Origa".

C'era già un certo lavoro, una certa documentazione. Disegnai io tutti gli episodi.

E poi ?

Un racconto per la collana "Super Eroica" ( Dardo ). Anche questo grazie ad Origa, che evidentemente cercava di allargare gli spazi. Poi pian piano si riusc? ad entrare alla Universo e mi dedicai solo a quello.

Ma prima c'è ancora qualcosa...

C'è "Supergulp" su cui disegnai L'Uomo Ragno ed I Fantastici Quattro. Per l'Uomo Ragno ero molto romitiano, come mi avevano chiesto, mentre per i F4 ero decisamente kirbyano.

Eri solo tu a farli ?

No, c'erano vari disegnatori, mi ricordo anche Faragazzi...

E poi il "Corrier Boy" e la Universo.

Per il Corrier Boy ho fatto poco, qualche libero. Per la Universo invece molte cose, soprattutto liberi, fino ad arrivare alla serie del Dr Salomon su testi di Silverio Pisu, che apparve su Bliz. Vi ero molto affezionato, avevo una certa libertà grafica, l'impaginazione la facevo io, usavo dei retini... mi scatenavo insomma. Per il viso del protagonista mi ero ispirato a Christopher Lee ed era riuscito con un effetto un po' particolare che mi piaceva. Fu un periodo positivo perchè riuscii a raggiungere un minimo di stile personale.

E ti firmavi con uno pseudonimo.

Pablo de Almaviva. Era un momento in cui andavano di moda gli spagnoli e gli argentini per cui Origa mi disse di farmi uno pseudonimo spagnoleggiante. In pratica fummo un po' la risposta della Universo agli argentini della Lancio.

Quanto impiegavi per realizzare una tavola allora ?

L'uscita era quindicinale ed erano episodi di una dozzina di pagine, quindi circa 25 tavole al mese. Per gli albetti a due vignette di Barbieri invece, ricordo che nel periodo di Zordon arrivai a fare due albi al mese ( cioè circa 180 tavole ), una cosa folle. Circa 8/9 tavole al giorno!

Quanto guadagnava allora un giovane autore per quel tipo di produzione ?

Io lavoravo per lo Studio, comunque a me arrivavano circa sei/settecentomila lire al mese.

Che all'epoca non era male...

Per niente.


( fine 3a parte ) segue...

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Sospendo momentaneamente l'intervista a Civitelli per rendere nota questa inedita intervista a Sergio Bonelli, apparsa su www.studentistatale. it , a cura di Beniamino Musto della redazione di Vulcano.




Se siete minimamente appassionati di fumetti, allora varcando la soglia del numero 38 di via Buonarroti, sede della Sergio Bonelli Editore, vi sentirete come un induista che sta per immergersi nelle sacre acque del Gange. In un solo momento tutto quel mondo che ti accompagna ancora oggi sin dall'infanzia si materializza. Subito, al primo sguardo rivolto al corridoio: le pareti sono interamente ricoperte da quadri o olio e da tavole dei Maestri del fumetto italiano e non, come Toppi, Pratt, Manara, Giardino. Tutti ovviamente dedicati ?a Sergio?. Il grande padre del fumetto italiano. ?Fatti pure un giro che adesso arrivo? mi dice, mentre oltre che dai capolavori alle pareti resto affascinato dai numerosi juke box piazzati qua e l'. Una delle tanti passioni di Bonelli, assieme a quella per gli Zulu o per il Brasile.

Signor Bonelli, qual è lo stato di salute del fumetto italiano?

La situazione generale non è particolarmente felice. C?? una lenta e costante flessione del mercato. I motivi sono tanti. Sarebbe una cosa lunga da analizzare. Posso dire che è una crisi di cui soffrono tutti, sia gli editori abbastanza grandi come me, sia quelli piccoli.

Però le cifre parlano chiaro: le sue testate vendono centinaia di migliaia di copie e la sua casa editrice riamane leader del mercato.

Questo è vero. Ma noi partivamo già da cifre alte. Mi spiego. Tex, che oggi vende 250 mila copie, è il leader assoluto. Però una decina di anni fa vendeva 500 mila copie. Questo vuol dire che ogni anno si è eroso circa il 10% di vendite, ma ciononostante viaggiamo ancora su numeri consistenti.

Se i lettori di Tex sono gli stessi degli anni quaranta, mi sembra anche fisiologico che ciò accada.

E? vero. Però questo problema riguarda anche altre nostre serie.

Quali sono le testate che vendono di più?

La classifica è questa: Tex, Dylan Dog, Nathan Never, Julia, Dampyr, Brendon, Magico Vento, Martin Myst?re, Zagor, Legs Weaver, Napoleone e Mister No. Legs e Mister No verranno però chiuse tra breve.

Vendono troppo poco?

Non vendono troppo poco in senso assoluto, ma per noi sè. Il limite di sopravvivenza per una nostra serie sono le 35 mila copie. Al di sotto delle quali noi siamo in perdita. Questo non vuol dire che la casa editrice non guadagna dei soldi, ma che quelle testate vengono tenute in vita da quelle che vendono molto, come Tex e Dylan Dog.

Eppure c'è stato un momento agli inizi degli anni ?90, quando Dylan Dog esplose come fenomeno culturale e di costume, in cui si pensava che il fumetto non avrebbe potuto che crescere.

S?, ma poi la cosa si è sgonfiata. Allora in molti credettero che quella del fumetto horror fosse una nuova moda, lanciata da Dylan Dog, che avrebbe funzionato con qualsiasi altro personaggio, mischiando un po' gli ingredienti. Le edicole furono inondate di testate, spesso di scarsa qualità. Poi tutti capirono che in realtà al pubblico interessava solo quel particolare fumetto, scritto in quella maniera da quell'autore: il Dylan Dog di Tiziano Sclavi.

Come mai avete ceduto ad altri editori alcuni vostri personaggi, come Johnatan Steele e Nick Raider?

Per noi erano in perdita. Nel senso che non raggiungevano la fatidiche 35 mila copie mensili. Gli editori più piccoli, invece, riescono a sopravvivere anche con 17 è 18 mila copie. Noi non ce la facciamo. Ragioniamo con numeri alti perchè abbiamo spese alte.

Ad esempio?

Il costo della carta, elevatissimo, è una di queste. Poi bisogna pagare i collaboratori. Che io voglio continuare a retribuire dignitosamente. Non trovo serio approfittare del fatto che alcuni sono giovani o esordienti, e sottopagarli. Devo pagarli il giusto, perchè so la fatica che fanno a realizzare un certo numero di tavole ogni mese. E perchè non hanno una tutela se si ammalano o si rompono un braccio, o se per un giorno non possono lavorare.

Attualmente quante persone, tra sceneggiatori e disegnatori, lavorano per la Sergio Bonelli Editore?

Ho più di duecento collaboratori sparsi per il mondo, tra Europa e Centro-Sud America.

I suoi personaggi hanno successo anche all'estero?

Diciamo di sè, anche se bisogna specificare che il mercato estero è praticamente inesistente. Fatta eccezione per il mondo franco-belga, che è un discorso a parte. Io credo che l'Italia sia l'ultima trincea del fumetto d'avventura.

In quali Paesi sono presenti?

Soprattutto in Brasile e in Turchia. Poi nella ex Yugoslavia, Scandinavia, Spagna, Francia, Olanda, Germania, Polonia, Repubblica Ceca e Stati Uniti. Ma, ripeto, all'estero i numeri sono bassissimi. Faccio un esempio. In Brasile Tex è il fumetto più venduto del paese, ma fa solo 20 mila copie. Ora, basta immaginare che da noi ne fa 250 mila, come ho già detto, e ci si può fare un'idea della situazione.

In una situazione che lei definisce di crisi ha però lanciato una nuova serie: Brad Barron.

Brad Barron vuole essere una ventata di ottimismo. E? anche una sorta di esperimento, nel senso che questa è la prima miniserie autoconclusiva che lanciamo. Usciranno in tutto 18 numeri, in cui verranno percorsi più generi narrativi. Ho voluto lasciare carta bianca a Tito Faraci, l'ideatore del personaggio, che attualmente viene considerato il miglior sceneggiatore italiano in circolazione.

Per una serie che apre altre che chiudono. Prima accennava a Mister No. Non le dispiace far terminare le avventure di un personaggio che lei stesso ha creato?

Un po' mi spiace, ma devo ammettere che da quando scrivevo io le storie di Mister No il personaggio è cambiato moltissimo, e ha perso quello spirito che lo animava quando l'avevo ideato negli anni ?70.

Cosa pensa delle iniziative legate al fumetto da parte dei grandi quotidiani? Mi riferisco in particolare ai ?classici del fumetto di Repubblica?. Hanno aumentato le vostre vendite?

No. L'iniziativa però è lodevole. Ha aiutato il fumetto a non essere perennemente considerato come roba per ragazzini o per eterni adolescenti. Ma devo ammettere che nessuna delle nostre testate coinvolte nella collana ha aumentato le vendite dopo l'uscita del volume con Repubblica.

Come vede il futuro del fumetto?

Lo vedo come un futuro di nicchia. Mi spiego. Oggi fare fumetti è diventato difficilissimo. Il mercato è cambiato radicalmente. Una volta il fumetto era uno dei pochi svaghi che i giovani potevano concedersi. Oggi non c'è nemmeno bisogno che elenchi quanto forme di divertimento ci sono. Poi c'è un'altra cosa. Anche i gusti del pubblico sono cambiati. Io posso dire di aver avuto i migliori sceneggiatori e disegnatori italiani e stranieri a lavorare per me. Eppure le mie testate perdono copie. Spesso mi viene da pensare che le aspettative che il lettore ha è superiore a quella che il fumetto può dare. E poi c'è un'altra cosa. La più importante se vogliamo parlare del futuro del fumetto.

Dica.

I fumetti in Italia costano troppo poco. E qui mi riallaccio al discorso che facevo prima. Non mi sembra giusto che 4 mie testate che vendono bene debbano mantenerne altre 10 che non vendono abbastanza. Ma se non vendono abbastanza per sopravvivere autonomamente è solo perchè i prezzi degli albi sono troppo bassi. Chiunque va a farsi un giro all'estero se ne rende conto. Le nostre stesse testate, in paesi come la Spagna o la Francia, costano il doppio, o anche di più, rispetto a qui (e si noti che loro non hanno spese di produzione, ma comprano solo i diritti da noi). Purtroppo abbiamo abituato il pubblico al fatto che i fumetti debbano costar poco o nulla. Insomma, tutto può aumentare, dalla pizza al gelato, e va bene così. Ma se aumenti il prezzo degli albi, poi i lettori insorgono. Se andiamo avanti di questo passo, però, non so quanto possa durare la giostra. Come ho già detto, non ho intenzione di sottopagare o far fare la fame ai miei disegnatori. Bisogna capire che se si vuole continuare a leggere le proprie avventure preferite, è necessario fare qualche piccolissimo sacrificio e pagare un albo qualche centesimo in più.

Un ragionamento che non fa una grinza. Secondo lei i lettori saranno capaci di recepirlo?

Lo spero. Anche perchè non vorrei che lo capissero il giorno in cui io mi stufer? e chiuder? baracca e burattini. E i miei disegnatori, senza lavoro, andranno tutti a fare i pizzaioli.

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Intervista a
SERGIO BONELLI
Di Dino Battaglia, dell'editoria italiana e d'altro...
a cura di Fabrizio Lo Bianco




Abbiamo intervistato Sergio Bonelli in occasione di un'importante mostra della scorsa primavera su Dino Battaglia a Bruxelles intitolata Sotto il sole nero della malinconia, di cui l'editore milanese è stato uno dei promotori. In questa chiacchierata abbiamo parlato dello stesso Battaglia, di editoria e di fumetto in genere.



Ci può parlare del connubio Bonelli Editore - Dino Battaglia?


In realtà più che parlare di Sergio Bonelli editore di Dino Battaglia amo parlare di Sergio Bonelli "con" Dino Battaglia. Quando l'ho conosciuto era il lontanissimo 1949, 1950 e la casa editrice era composta da due, tre persone. In quel momento è nata un'amicizia che si è protratta per anni ed è continuata anche quando Battaglia ha smesso di lavorare per la nostra piccola casa editrice e ha iniziato a collaborare con case editrici più importanti, inglesi come la Amalgamated Press, per il Vittorioso, per il Messaggero dei Ragazzi. Queste gli fornivano un tipo di lavoro più gratificante per lui, che soffriva, ed era un po' sprecato secondo me, a disegnare serie con sequenze ripetitive d'inseguimenti, d'azione. Per cui credo che le sue cose più importanti le abbia fatte per loro ma nonostante questo la nostra grande amicizia è continuata, fatta di consuetudini, di serate trascorse insieme, di piccoli viaggi .


Quale delle vostre nuove serie affiderebbe oggi a Battaglia?


Teoricamente, per quanto riguarda l'atmosfera gotica di cui era un maestro e uno dei più importanti interpreti a livello europeo, la tentazione sarebbe quella di proporgli Dampyr, una serie basata sui vampiri, un po' cupa che avrebbe bisogno del suo bianco e nero. Pensandoci bene ci sarebbe un'altra serie, Napoleone, che ha un aspetto molto poetico. Una serie che pur essendo il tipico giallo, con delle vicende poliziesche, ha un aspetto più delicato grazie ad alcuni personaggi molto particolari, surreali che Dino avrebbe reso in maniera perfetta.


Si dice che la Bonelli agli esordi fosse, ricorrendo a un termine talvolta abusato, l'etichetta "indipendente" degli anni '40: con quale atteggiamento guarda alle piccole case editrici di fumetto, in un periodo come questo di crisi del settore?


Guardando alla storia del Fumetto italiano, che magari pochi conoscono, in realtà negli anni del dopoguerra la maggior parte delle case editrici poteva essere considerata indipendente. I grandi colossi dell'editoria come Mondatori o Rizzoli snobbavano molto il medium Fumetto e così facendo hanno permesso la nascita di piccole case editrici come la nostra e tante altre, alcune ancora presenti in edicola, altre che purtroppo sono sparite. Il fenomeno della casa editrice indipendente e, come dico io volentieri, "superartigianale", è stato un fenomeno generale.

Noi siamo cresciuti molto, penso anche troppo, per una sorta di passione e di curiosità che mi ha spinto ad avere intorno a me un numero sempre maggiore di disegnatori. Tutto questo non per ragioni commerciali ma per quella passione che mi spingeva ad arruolare un bravissimo disegnatore che scoprivo in Inghilterra, un altro che vedevo in Spagna, un argentino che mi piaceva è e quindi oggi ci troviamo con dimensioni totalmente diverse da altri. Però la cosa non mi piace. Guardo con molta simpatia chi ha delle piccole dimensioni e ogni tanto affronta il mercato e ci prova. Il problema vero è che purtroppo oggi, per chi comincia con pochi mezzi, è molto più difficile. Intanto il mercato richiede un'organizzazione distributiva con molte più copie di quelle che occorrevano al tempo in cui abbiamo iniziato noi.

In Italia ci sono 35 mila edicole e se si vuole avere la sensazione di aver fatto un vero tentativo con una buona distribuzione occorre mettere in circolo 60, 70, 80 mila copie, con grandi spese. Mentre prima per un test credibile erano sufficienti 15 mila copie. Quindi guardo con simpatia chi oggi è come ero io 40, 50 anni fa e mi manca l'apporto di quei giovani editori che hanno incominciato e che poi hanno smesso.

Sento molto la responsabilità di rappresentare, purtroppo, l'ultima spiaggia per tutti quegli sceneggiatori e disegnatori che volessero intraprendere questa professione perchè con la scomparsa di tanti editori tanti che cercano lavoro fanno fatica a trovarlo. Io stesso, per quanto abbia tanti collaboratori, ma proprio tanti, tanti, non posso certo trasformarmi in un ente assistenziale. Questo è un senso di responsabilità molto grave che prima non sentivo perchè c'erano dei piccoli editori che facevano anche un po' da palestra per chi cominciava. Questa situazione di monopolio che si è in pratica creata adesso non è un privilegio ma anzi mi d' l'ansia di non poter dare lavoro a tutti quelli che me lo chiedono.


Ritiene che il fumetto possa ricoprire un ruolo rilevante nella cultura e nell'arte contemporanea?


Personalmente non ho mai pronunciato la parola Arte perchè è una definizione difficile. Mi è capitato di leggerla, questo sè. Mi accontento di poter pensare che il Fumetto è un'espressione d'alto artigianato che rappresenta spesso anche il frutto dell'incontro di più persone perchè non sempre il soggetto è fatto dalla stessa persona che fa i disegni. Sinceramente mi accontento di molto meno. è molto difficile stabilire cosa sia Arte e cosa non lo sia, e quindi esito a pronunciare questa parola. Mi accontento di stabilire che come altri media - cinema, teatro, canzone, qualunque mezzo d'espressione - può essere usato bene o male e dare risultati nobili o ignobili. La parola Arte non mi sento proprio di pronunciarla, e nessuno di noi che lavora in questo campo, in fondo, ha mai avuto queste pretese. Pu? anche diventarlo, però è una cosa che può anche essere discussa è che quando si avvicina troppo all'Arte o intende diventare Arte è facile che perda quelle caratteristiche di immediatezza che sono proprie del Fumetto in genere.

? una domanda che sicuramente richiederebbe un paio d'ore di conversazione seduti tranquillamente in poltrona è


Quale fumetto o quale autore non-Bonelli le sarebbe piaciuto editare?

Mi sarebbe piaciuto editare Torpedo, scritto da Abuli e disegnato dallo spagnolo Bernet, che è un amico e ha anche disegnato un Texone per noi. è una serie pubblicata sia in Spagna che in Francia, su un gangster violento ma ironico. E poi, mi sarebbe piaciuto editare, ma è solo colpa mia se non è successo, Corto Maltese perchè Hugo Pratt, in una nostra gita in macchina, l'aveva offerto in prima visione a me. Ma con Hugo avevo una tale amicizia che cercavamo di limitare al massimo i nostri rapporti di lavoro perchè stavamo molto bene andando a spasso, andando al cinema è mentre magari sul lavoro, non dico che avremmo potuto guastare tutto, ma magari ci sarebbe stato qualche momento un po' più nervoso.

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INTERVISTA A CIVITELLI - 4a PARTE



E finalmente arriviamo alla Bonelli.

Nell'estate del '79, tramite un aretino che dipingeva, ho conosciuto Fernando Fusco che era suo amico, e mi spinse ad andarlo a trovare, cosa che feci portando con me delle tavole del "Dottor Salomon". E Fusco mi spinse a presentarmi alla Bonelli, mi trovava adatto a fare Mister No, che all'epoca era l'unico personaggio moderno della casa editrice ed inoltre io avevo una grossa paura di affrontare il western. Mi presentai e mi ricevette proprio Sergio Bonelli, a cui mostrai il "Dottor Salomon". L'incontro fu curioso... io ero l' in soggezione... Lui sfogli? le pagine senza dire niente, poi usc? lasciandomi ad attendere. poco dopo arriv? Decio Canzio, a vedere a sua volta i disegni. Poi anche lui se ne and' e dopo un po' torn° Bonelli portandomi una sceneggiatura enorme, due o trecento pagine: "Questo è per te!". Io la presi e così cominciò il mio lavoro alla Bonelli. Per la cronanca la storia era di Castelli. Fui contento che non mi facessero fare delle prove, ma seppi che probabilmente era perchè Bonelli aveva già visto dei miei lavori.

Ti avevano dato una linea da seguire ?

Il modello che si era affermato era quello di Diso, che era anche quello che preferivo, anche se in realtà non sono mai riuscito a rifarmici tanto bene, io venivo dalla influenza americana e quindi non era facile adeguarmi.

Comunque l'effetto un po' "misto" era tutt'altro che sgradevole.

Ti ringrazio. Alla fine comunque il mio Mister No era probabilmente, per certe cose, più vicino a quello di Bignotti.

Dopo la storia di Castelli, c'è quella di Nizzi.

Si, che venne a trovarmi direttamente a casa e mi spieg? tutto... facemmo una lunghissima chiacchierata. Lui era alla sua prima storia per la Bonelli, io alla seconda... E nacque questa storia lunghissima sui cercatori d'oro. Poi ci perdemmo di vista perchè lui era passato a Tex e ci siamo ritrovati l'.

E poi Sclavi.

Quello che posso dire del mio rapporto di lavoro con lui è che mi faceva fare un sacco di cose particolari, che però erano proprio quelle che avrei voluto fare io. Aveva una visione cinematografica che mi interessava, poi io cominciavo a studiare il cinema, mi piaceva la fantascienza... insomma mi ci divertivo.

Credo che si veda dal risultato. Quale fu il modello per Ananga ?

Si vede bene che la struttura è di derivazione super eroica, mi guardai addirittura un'illustrazione di Frazetta, che mi ispir?. E comunque Ananga era molto Silver Surfer...

Però ci sono anche molte belle tavole sulla foresta...

E' stato il periodo in cui ho cominciato ad usare di più le fotografie, cioè ho cominciato a guardare meno i fumetti e più altre cose. Anche ora guardo meno i disegni di altri, uso più altri tipi di documentazione, e quello fu il momento di passaggio. A darmi lo stimolo fu anche Sclavi, che mi spingeva a guardare un certo film, una certa fotografia...

Credo che l'influenza cinematografica sia arrivata al massimo su "Alien", che era un vero festival della citazione...

Si, mi ci divertii moltissimo. Ricordo una "zoomata" di ben nove vignette che partiva dal personaggio lontano e si arrivava agli occhi! Comunque era il periodo in cui cominciai a scoprire i fotoromanzi, la fotografia, cominciai io stesso a fotografare: siccome la tecnica è uguale per tutti, le macchine sono le stesse ( qui non c'è la pennellata che distingue gli stili ), quel che fa la differenza è il cogliere un momento, una posa, anzich? altre. Ti aiuta ad affinare il modo di posizionare i soggetti. Quelle storie furono un momento di passaggio all'eta"matura".

Eravamo agli inizi degli anni '80 e poi facesti una storia per Orient Express.

Era il momento in cui tutti volevano fare fumetto "d'Autore", lavorare per le riviste d'elite. Mi contattarono Ferrandino e Bernardi per quella che doveva essere una serie. Ricordo anche che rimasi scioccato perchè finita la storia la mostrai a Ferrandino che mi fece rifare un sacco di vignette. Io l'avevo fatta con una certa libertà, interpretando certe cose e invece lui fu piuttosto pignolo. Scoprii che facevo fatica a lavorare in quel modo e non lo feci con grande passione. Feci un'altra storia che rest? poi sospesa e usci tempo dopo su Giungla, una rivista della Nerbini. Bernardi non era molto contento del risultato, e neanch'io. Mi dissero che non ero probabilmente adatto a fare questo tipo di storie ed io mi misi l'animo in pace. Anche perchè avevo cominciato a fare Tex e Bonelli mi disse che per fare quel lavoro dovevo dedicarmi solo a quello. D'altronde è logico: è un impegno gravoso che si dilaziona in tempi lunghi e ci sono problemi di scadenze. Inoltre era il periodo in cui era morto da poco Nicol' ed eravamo abbastanza pochi a disegnare... quindi l'esperienza fin° l', ma non la rimpiango molto.



fine 4a parte - segue

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Amici, ecco per vostra conoscenza:

Texone Patagonia: Interviste esclusive con gli autori Mauro BOSELLI & Pasquale FRISENDA, nel blog portoghese di Tex!

Con bozzetti a colori della copertina del Texone e altri studi dei personaggi per le tavole del Texone.

Versione italiana - http://texwiller. blog.com/2009/07/30/patag... lli-e-frisenda/

Versione portoghese - http://texwiller. blog.com/2009/07/30/patag... lli-e-frisenda/

Mauro Boselli: Assolutamente no. Tex vivr? sempre e non voglio immaginare la sua fine. Ma, se fosse un uomo reale, non lo vedrei comportarsi da ?sergente Kirk? o da Che Guevara al fianco dei nativi americani. Tex è capo dei Navajos e i Navajos tuttora hanno il loro territorio sovrano negli USA. Tex invecchierebbe e morirebbe sereno nella Riserva, dopo una vecchiaia trascorsa cacciando puma e cervi in Arizona.

Pasquale Frisenda: Intanto vi ringrazio per il giudizio espresso sulle tavole; cercare di ?far entrare? il lettore nell'atmosfera della storia, e fin dalla prima pagina, è da sempre la cosa su cui punto di più, dunque non mi potevi dire nulla di più gradito. Il lavoro fatto al fianco di Ivo Milazzo è stato molto prezioso per capire questi aspetti. Molte indicazioni per gli ambienti e per i personaggi sono arrivate da Mauro Boselli in sceneggiatura o da foto ad essa allegate, ma sono abituato a metterci molto di mio in questo senso, e spesso la ricerca dura fino alla conclusione del progetto. Per Tex ho guardato molti dei disegnatori che lo hanno portato ad essere il mito fumettistico che ?, a cominciare da Aurelio Galleppini, per poi passare a Ferdinando Fusco, Giovanni Ticci, Vincenzo Monti, Alfonso Font e Claudio Villa in particolare.

Aspetto che vi piace più queste interviste del blog portoghese di Tex!


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INTERVISTA A CIVITELLI

5a parte




E come sei arrivato a Tex ?

Io non ci avevo neanche mai pensato. Ma bisogna dire che ogni tanto mi facevano fare delle prove per altri personaggi, ne ho fatte per Ken Parker, ma poi la testata fu sospesa. e anche un paio di pagine di prova per Zagor, tutte esperienze che poi non hanno avuto seguito. Un giorno andai in redazione a portare parte di una storia che ancora non avevo finito e Bonelli mi disse: "Perchè non mi fai qualche prova di Tex?". Risposi che il western non l'avevo mai fatto e non lo sapevo fare, che forse il mio stile era poco adatto, ma lui insistette. Cosi feci due pagine in stile Ticci, e me le accettarono. Cosè appena finito Mister No mi passarono su Tex. Forse ero io che non mi ci ero mai visto, forse era l'approccio a un mito, comunque non ci avevo mai pensato. E poi non avevo nessun tipo di documentazione...

Come hai risolto il problema dei cavalli, che è lo scoglio principale per quasi tutti i disegnatori western ?

Ci sono due soluzioni possibili: o diventi matto, o copi Ticci. Io ho scelto di copiarlo e matto sono diventato in seguito, quando ho smesso. Comunque nella prima storia ho preso tutto da lui, e si vede. Ma era per motivi di sopravvivenza, storie e ambienti come quelli di Tex non si improvvisano. Poi piano piano ho cominciato a farmi una documentazione... A noi disegnatori di Tex Bonelli manda dei libri, anche americani, proprio per documentazione e ormai ho un certo archivio e ho risolto tanti problemi. Dopo la seconda storia ho cominciato a fare cose più mie. Nizzi mi incitava a "sporcarmi", cioè a tenere un disegno meno pulito. Io ci provai anche un po', feci "Gringos", una storia di Gian Luigi Bonelli, in cui c'era un furto di bestiame, e provai ad adeguarmi. Però mi accorsi che ero ad un bivio: o fare come mi chiedevano o cercare una strada autonoma, e così ho fatto. E probabilmente questo mi ha allontanato ancora di più dal western classico. Però in questo modo sono riuscito ad essere un po' più personale. Quello di non avere uno stile mio è stato un cruccio per parecchio tempo, poi mi sono accorto ( dopo vari anni ) che era venuto lo stesso. E per questo che dico ai giovani di non preoccuparsi troppo per lo stile, perchè continuando a lavorare arriver?.

Chi sono per te, Tex e compagni ?

Forse per la personalit? Tex assomiglia a John Wayne, però non è il mio modello grafico. Io mi sono rifatto a Ticci e Fusco, che mi hanno anche aiutato tecnicamente. Ricordo che una volta andai da Fusco e rimasi colpito nel vedere che faceva le righe col pennello e la riga. Ne rimasi scioccato e da allora non ho più usato il rapidograph.

Spiegaci un attimo: vuoi dire che fai le righe col pennello ed una riga ?

Ecco è così, si solleva leggermente il bordo della riga e vi si appoggia il pennello, senza toccare con l'inchiostro, e lo si fa scorrere. In questo modo si ottengono segni nitidi, ma si può graduare lo spessore ed avere una morbidezza che i pennarelli o il rapidograph non hanno. E poi è facile, no ?

Dopo averti visto farlo sembra di sè, ma scommetto che prima ci si piange sopra parecchio.

Però il risultato vale l'impegno. E questo me l'ha insegnato Fusco. E anche da Ticci ho imparato parecchio cose. Infatti ho preso la sua abitudine di fare una pagina a matita ( o due ) e poi inchiostrarla, mentre prima disegnavo una vignetta e la inchiostravo subito. E questo mi aiuta perchè un disegno di cui sono sicuro posso inchiostrarlo subito, altre cose di cui non sono sicuro le lascio maturare un po' e le riprendo dopo. Mi sono accorto che facevo degli errori, anche anatomici, perchè come tutti i giovani avevo fretta. Se invece riguardo il giorno dopo riesco a vedere gli errori più facilmente. E poi avevo un altro difetto: essendo destro tendo a deformare i visi verso l'angolo in alto a destra. Se disegno un primo piano, gli occhi non sono perfettamente allineati, ma quello destro è più alto. Cosè li correggo guardando la tavola in trasparenza dal retro. Ho lavorato per tanto tempo soprattutto a correggere la tecnica e qualche trucco l'ho imparato. Negli ultimi anni mi diverto molto di più a disegnare, anche se magari faccio più fatica. Una volta facevo 20/25 tavole al mese, ora ne faccio cinque in meno, però metto un sacco di particolari in più... L'anatomia comincia ad essere accettabile, la prospettiva l'ho capita e quindi comincio a fare le cose mie. Il che mi d' molta soddisfazione.


[ continua ]

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