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[121/124] Sulle Piste Del Nord

Voto alla storia  

44 members have voted

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Poiché non avevo un ricordo troppo fresco di questa storia, sono andato a rileggerla dopo tempo immemore nei giorni scorsi, e devo confessare di aver provato un grosso rammarico nel non averla inserita tra le mie dieci storie preferite del secondo centinaio. Il mio giudizio probabilmente sarebbe rimasto lo stesso in ogni caso, talmente ampia è la gamma di scelta tra quei citati cento numeri, comunque mi sono reso conto di essermi trovato di fronte ad una signora storia, a mio giudizio la prima avventura strutturata nei dettagli ambientata in Canada.

 

Oltre all'ottima valorizzazione di Jim Brandon, all'epoca ancora capitano, ho trovato che GLB abbia caratterizzato in maniera quasi impeccabile tutti i principali antagonisti, dal mercante Bonnet al suo braccio destro Jordan, oltre ovviamente, ed anzi soprattutto, al loro degno compare Ho-Kuan, stregone da quattro soldi ventriloquo ma gran furbacchione, tessitori di un'oscura trama che, oggettivamente, sarebbe stata di assai difficile risoluzione se Brandon non avesse convocato i quattro pards in Canada, ben consapevole che avrebbero condotto le indagini a modo loro. Assai spassosi, a tal proposito, i siparietti tra un Tex più spudoratamente bugiardo che mai ed il comandante della Mounted Police di Winnipeg, individuo di indubbia integrità ma sin troppo ligio nell'applicazione letterale delle leggi e dei regolamenti.

 

Per quanto invece riguarda i Nostri, concordo nel considerare il Tex visto in azione in questa avventura come forse uno dei migliori di sempre: temerario, risoluto oltre i limiti della spudoratezza, con la risposta sempre pronta, autentico emblema della Giustizia che sa andare al di là della mera applicazione della legge, anche a costo di non andare troppo per il sottile. Un po' in ombra il Vecchio Cammello, pur dimostrandosi sempre di massima affidabilità, decisamente più rilevanti i ruoli degli altri due pards. Kit, dopo essersi fatto ingenuamente catturare dai Foxes, si riscatta più che ampiamente nel momento della fuga dal campo dei ribelli insieme a Tiger Jack, capace di mettere a frutto tutta la sua lunga esperienza per introdursi nel campo e di dimostrare un'audacia fuori dal comune nel liberare il giovane pard. Molto positiva, a mio parere, anche la caratterizzazione di un Jim Brandon nella veste fittizia di trapper, libero dale limitazioni che l'uniforme rossa di norma gli impone di norma, e più che degno alleato di Tex insieme ai tre mounties che lo seguono. Finale forse un po' affrettato, specie in confronto alle altre fasi che lo precedono, ma in fin dei conti la disposizione dell'accampamento e le caratteristiche del luogo, soprattutto la distruzione dell'arco di roccia (un peccato mortale dal punto di vista naturalistico ed ambientale, ma una mossa fondamentale per il conseguimento il successo della missione), credo finiscano con il favorire non poco il lavoro di Tex e compagni.

 

Unico mio rammarico, la mancata presenza di Gros-Jean: certo, gestire un altro comprimario di quel calibro avrebbe potuto comportare qualche difficoltà, ma i siparietti comici sarebbero stati assicurati. Buomissima prova anche di Ticci: tratto ben lontano da quello cui è giunto e ci ha successivamente abituati negli anni della maturità, ma comunque pulito e suggestivo.

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<span style="color:red;">47 minuti fa</span>, juanraza85 dice:

e devo confessare di aver provato un grosso rammarico nel non averla inserita tra le mie dieci storie preferite del secondo centinaio. Il mio giudizio probabilmente sarebbe rimasto lo stesso in ogni caso, talmente ampia è la gamma di scelta tra quei citati cento numeri, comunque mi sono reso conto di essermi trovato di fronte ad una signora storia

Storia bellissima, da potersi inserire tra le prime venti/venticinque  dell'intera saga.

Ed è per questo che non è facile stilare in fretta una classifica, specialmente nei primi due centinai, per questo dopo il primo centinaio mi son fermato a riposare.:D

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Una delle storie bonelliane più belle. Non manca nulla:

 

- l'ironia: basti leggere i dialoghi con il colonnello a Winnipeg: Tex definisce ingenuo il colonnello (bella figura, peraltro!) perché crede di poter risolvere tutto con i regolamenti. Però, dice a Carson, ha dato carta bianca a Tex a patto che non maltrattasse troppo Bonnet. Carson gli chiede: "e lui ci ha creduto?"; "naturalmente", risponde Tex. E Carson, di rimando: "Il che dimostra che è un ingenuo sul serio". :D  Ma questo è solo un esempio dei tanti dialoghi ironici presenti in questa storia.

 

- il pathos: da quando Kit viene rapito, la storia si impregna di tensione. Ho apprezzato molto che, di fronte alla preoccupazione di Tex, sia Carson a dire: "Quando avremo trovato il meticcio, sarò io a farlo parlare". Questa è la parte che solitamente riserva per sé Tex, mentre stavolta è Carson ad essere maggiormente rabbioso, legittimamente preoccupato per il suo figlioccio. E' Carson a sfogarsi, con Tex che si mantiene lucido e concentrato, nonostante il prossimo avverarsi della predizione dello sciamano navajo che, già prima della partenza per il Canada, aveva predetto che Kit sarebbe stato appeso ad una croce.

 

- l'azione: un mix esplosivo di azione e dialoghi, con la prima componente diffusa a dosi massicce e con scelte narrative molto efficaci: tutta la scena della liberazione di Kit e la sequenza successiva sull'arco di pietra con la dinamite è da applausi.

 

- la filosofia. Di Tex e del suo creatore. Si guardi al confronto tra Tex e il comandante del forte. Tex chiama i regolamenti, le leggi, idiozie per non voler dire peggio. Di fronte alle preoccupazioni legalitarie del capitano dei mounties, Tex espone chiaramente cosa pensa di tutto ciò, facendo un discorso "giustizialista" che immagino rappresenti anche il pensiero del suo creatore, uomo spiccio che andava subito al sodo, la cui avversione verso i prepotenti era buona parte del combustibile per scrivere il Tex, personaggio col quale andò sempre più identificandosi per sua stessa ammissione.

 

- la gestione dei quattro pards: oltre a Tex, in primis Tiger, a cui GLB dimostrava in questo periodo di volere molto bene. Dopo Gilas, dove il navajo faceva le veci di Tex in sua assenza (a spese del mio povero Carson), anche qui Tiger fa un figurone: è lui ad accorgersi degli uomini che li tenevano d'occhio, all'inizio della storia. A lui è affidata buona parte della strategia in alcune situazioni. Lui insegue, anche se senza successo, i rapitori di Kit ed è sempre lui che riesce, più tardi, a liberarlo.

 

- gli antagonisti: sono tanti, tutti ben tratteggiati, con menzione particolare per un personaggio difficilmente dimenticabile come Ho-Kuan, per la descrizione del quale rimando al bel ritratto fattone da Ymalpas all'inizio del presente topic.

 

- i disegni, semplicemente meravigliosi. Nelle fattezze dei pards non è ancora il mio Ticci preferito, ma nei paesaggi, negli ambienti, nel dinamismo dell'azione, è già insuperabile.

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Bastano poche parole per recensire questa avventura: è scritta magnificamente e altrettanto splendidamente illustrata.

 

Ho avuto, però, la ventura di leggerla pochissimo tempo dopo aver assaporato un'altra lunga e splendida storia, questa volta di Boselli, ambientata nel freddo nord, vale a dire Nei territori del Nordovest.

Questa fortunata coincidenza mi ha naturalmente portato a fare un raffronto tra il Tex (fumetto e personaggio) di Bonelli e quello di Boselli, che qui condivido con voi.

 

A scanso di qualunque equivoco, premetto che: 1) ritengo che il Tex di Boselli sia il vero Tex, ovviamente visto con gli occhi di Boselli; 2) non penso che il Tex di Bonelli potesse andare a finire in mani migliori di quelle di Boselli, autore che apprezzo tantissimo e che sta svolgendo un eccellente lavoro come curatore.

 

Ciò premesso, la cosa che balza agli occhi è che Bonelli preferiva, per i personaggi che di volta in volta animavano le sue storie, le tinte psicologiche piatte. Non è una critica (absit iniuria verbis!), né mancano le eccezioni; ma si tratta della constatazione di una precisa scelta narrativa svolta di regola dall'Autore, al fine - io credo - di rendere le avventure più facilmente leggibili, tenuto conto che la platea dei lettori era, negli anni '50/'70, molto diversa da quella attuale.

A Boselli, invece, piace dipingere personalità complesse, in cui il bene e il male si impastano inesorabilmente, così come avviene nella vita reale.

 

Ancora, il Tex di Bonelli è spavaldo, a volte arrogante, sempre dotato di un humor pungente. Quello di Boselli, invece, accentua la sua caratteristica di uomo affidabile e serio.

 

Infine, le sceneggiature di entrambi gli autori sono molto ritmate, ma seguono linee di sviluppo diverse. Le storie di Bonelli seguono con sicurezza una linea narrativa unica, quelle di Boselli si dividono in trame e sottotrame, che poi si risolvono tutte insieme nel finale.

 

Qual è la conclusione di tali mie osservazioni? Nessuna, e in particolare non voglio immaginare nessuna (stupida) comparazione qualitativa tra la produzione artistica di due Autori che così tanto apprezzo.

 

Solo, gongolo a pensare quanto sia bello avere una miniera così vasta di avventure con le quali trascorrere piacevoli momenti di relax. 

 

 

  • +1 1

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<span style="color:red;">7 ore fa</span>, F80T dice:

Bastano poche parole per recensire questa avventura: è scritta magnificamente e altrettanto splendidamente illustrata.

 

Ho avuto, però, la ventura di leggerla pochissimo tempo dopo aver assaporato un'altra lunga e splendida storia, questa volta di Boselli, ambientata nel freddo nord, vale a dire Nei territori del Nordovest.

Questa fortunata coincidenza mi ha naturalmente portato a fare un raffronto tra il Tex (fumetto e personaggio) di Bonelli e quello di Boselli, che qui condivido con voi.

 

A scanso di qualunque equivoco, premetto che: 1) ritengo che il Tex di Boselli sia il vero Tex, ovviamente visto con gli occhi di Boselli; 2) non penso che il Tex di Bonelli potesse andare a finire in mani migliori di quelle di Boselli, autore che apprezzo tantissimo e che sta svolgendo un eccellente lavoro come curatore.

 

Ciò premesso, la cosa che balza agli occhi è che Bonelli preferiva, per i personaggi che di volta in volta animavano le sue storie, le tinte psicologiche piatte. Non è una critica (absit iniuria verbis!), né mancano le eccezioni; ma si tratta della constatazione di una precisa scelta narrativa svolta di regola dall'Autore, al fine - io credo - di rendere le avventure più facilmente leggibili, tenuto conto che la platea dei lettori era, negli anni '50/'70, molto diversa da quella attuale.

A Boselli, invece, piace dipingere personalità complesse, in cui il bene e il male si impastano inesorabilmente, così come avviene nella vita reale.

 

Ancora, il Tex di Bonelli è spavaldo, a volte arrogante, sempre dotato di un humor pungente. Quello di Boselli, invece, accentua la sua caratteristica di uomo affidabile e serio.

 

Infine, le sceneggiature di entrambi gli autori sono molto ritmate, ma seguono linee di sviluppo diverse. Le storie di Bonelli seguono con sicurezza una linea narrativa unica, quelle di Boselli si dividono in trame e sottotrame, che poi si risolvono tutte insieme nel finale.

 

Qual è la conclusione di tali mie osservazioni? Nessuna, e in particolare non voglio immaginare nessuna (stupida) comparazione qualitativa tra la produzione artistica di due Autori che così tanto apprezzo.

 

Solo, gongolo a pensare quanto sia bello avere una miniera così vasta di avventure con le quali trascorrere piacevoli momenti di relax. 

 

 

 

Due storie entrambe bellissime e molto diverse tra di loro: una tipicamente bonelliana e l'altra tipicamente boselliana. Due autori molto diversi, come dici tu, uno che presenta un Tex al fulmicotone in un mondo con i contorni netti e l'altro che propone un Tex meno esplosivo in un mondo con molte più sfumature. Due modi differenti di scrivere Tex, alternativi ma soddisfacenti (e molto) entrambi: una comparazione qualitativa, come dici tu, sarebbe stupida; le differenze di stile sono invece evidenti, tanto che io non do torto a chi parla del Tex di Boselli come di un Tex 2.0: la diversità è molto evidente (molto più che del Tex di Nizzi, ad esempio); la cosa importante è la fedeltà al personaggio, pur non rinunciando a scrivere con la propria cifra: sta qui il merito di Boselli, qui probabilmente la chiave che ha consentito all'attuale curatore di rinvigorire Tex e di arrestare una perdita di lettori che altrimenti sarebbe stata molto più consistente.

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