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Showing content with the highest reputation on 09/23/2025 in all areas
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Ormai, dopo una lunga sfilza di recensioni, verrebbe naturale pensare che esprimere i propri giudizi su una storia di Tex non sia poi così complicato. Un'attenta lettura, l'occhio a qualche particolare, tenere a mente quei punti che hanno convinto o meno, le valutazioni sui disegnatori (che poi, ripetendosi la loro opera sulla saga soprattutto nel periodo d'oro, sono sempre le stesse) e il gioco è fatto. Nulla di più falso! E Nolitta ce lo dimostra in ogni sua storia! Nel terzo centinaio il lettore viene davvero disorientato visto i repentini cambi di registro fra una storia e l'altra. Se da un verso Bonelli, seppur in fase calante, mantiene il suo stile ideale per le storie del ranger (esclusi quei soggetti "innovativi" come "I due rivali" suggeritogli dall'esterno), il figlio Sergio si sbizzarrisce in una serie di exploit molto inconsueti e che fanno letteralmente a pugni con la conclamata texianità della serie. Prima di attirarmi i rimproveri e gli insulti degli amanti di Nolitta, premetto che non tutte le sue storie sono ciofeche (tante volte l'ho ripetuto in altre sedi qui sul Forum) tuttavia per un amante del classico Tex Bonelliano, ogni sua prova è un autentico pugno nello stomaco. "Sasquatch" è la sceneggiatura più nolittiana (zagoriana oserei aggiungere!) apparsa sulla saga di Aquila della Notte. Sempre alla ricerca di spunti nuovi per rivitalizzare quella serie che evidentemente riteneva impantanata nella routine della ripetitività, l'editore-autore, costretto ad affiancare lo stanco padre per garantire il numero di uscite richiesto dal mercato in fine anni 70, tira fuori soggetti, a tratti interessanti, ma nettamente distanti dall'universo del protagonista. La storia in questione narra della figura dello "Yeti" e ce lo mostra come un gigante buono, che sa leggere nel cuore degli uomini (vedi la scena in cui libera Tex legato al palo come miglior tradizione nolittiana che si rispetti ) e col potere di guaritore, visto che gli indiani Klamath affidano a lui i casi disperati di malati. Dopo l'incipit tirato per le lunghe, che serve all'autore per giustificare la presenza di Tex alla guida della carovana di studiosi, diretta al nord a caccia di ossa preistoriche, l'episodio entra nel vivo (si fa per dire visto l'estenuante lentezza narrativa di Sergio) che praticamente riempe un albo "La Foresta dei Totem" senza far accadere nella di così significativo per lo sviluppo della trama. Trama che di per se è comunque abbastanza povera, visto che tratta della furia dei Klamath, contro gli studiosi che vogliono catturare Sasquatch e Tex che prova (botte in testa e legatine a palo connesse) a impedirlo. Bisogna dare atto a Nolitta che riesce benissimo a creare l'atmosfera e la figura dello Yeti buono colpisce il lettore, ma finito l'episodio mi chiedo: ho letto davvero una storia di Tex? Il protagonista poi è a tratti irriconoscibile, vuoi per la totale mancanza di ironia e spavalderia solita, qui invece ci viene presentato come un presunto eroe musone, chiacchierone all'eccesso e molto spesso "antipatico" nel suo porsi arrogante. Tralasciando il totale disinteresse per il ritardo ingiustificato dello sceriffo all'inizio, che dipenderà dall'evasione del bandito affidato alla sua custodia, ma preso dalla chiacchierata in saloon Tex, si perderà il tutto e rischierà di finire impiombato dallo stesso delinquente. Inguardabile la scena in cui il ranger, esasperato dalle frasi di sfida del bandito, lo picchia mentre è legato (eresia texiana e sfido chiunque a dir di no!) ma capita anche che Tex spari alle spalle in una sequenza e per Nolitta non è un caso unico purtroppo, e si faccia cogliere completamente impreparato dalla trappola dei due scalcinati carrettieri nella scena dell'assalto dell'orsa (quella si descritta bene). E' sempre la solita storia, Nolitta è davvero molto divisivo sulla serie, visto che tutti i punti che il sottoscritto ha menzionato come negativi, magari ad altri utenti non disturbano, o addirittura vengono apprezzati. Ci sta, ovviamente, i gusti sono soggettivi, tuttavia reputo del tutto fuori canoni texiani il suo protagonista e al netto anche di buone prove (dovute all'innegabili doti di narratore di Sergio), il suo Tex non mi è mai piaciuto. Storia lunga ma realizzata in maniera impeccabile da Nicolò, sempre molto in palla e sul pezzo. L'eleganza del suo tratto ha pochi eguali sulla saga, le fattezze del suo Tex belle come quelle di un attore. Quanto era alta la qualità grafica sulla saga in quei periodi! Certo che, durante la lettura, mi ha dato una grossa impressione di contrasto vedere agire il consueto Tex dell'autore fiorentino, familiare dopo tanti episodi all'attivo, comportandosi in maniera molto differente dal solito, in una storia che definire zagoriana è riduttivo. Sembra che Tex agisca posseduto dall'anima dello spirito con la scure. Perdonatemi, ma anche stavolta, visto le difficoltà citate a inizio commento, assegnerò il 6 politico alla storia. Il mio voto finale è 61 point
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Cristo si è fermato a Eboli letto dopo un viaggio a Matera è un libro stupendo. Ma tutti quei testi di impegno civile che ti obbligavano a leggere da bambino (e che tu leggevi di malavoglia, o non leggevi proprio e copiavi il riassunto) letti da adulti - che è il momento giusto per leggerli: da bambino fammi leggere London o Stevenson o Kipling - sono straordinari, da Carlo Levi a Primo Levi, da Emilio Lussu a Mario Rigoni Stern. Il sergente nella neve, snobbato da bambino, è un capolavoro della letteratura mondiale e i racconti di Rigoni Stern rivaleggiano con quelli di Hemingway.1 point
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Il capitolo in cui Fra Cristoforo va al castello di Don Rodrigo (mi pare sia il quinto) è talmente senza tempo che a rileggerlo oggi e a riflettere sulla sua attualità è quasi sconfortante.1 point
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Sui promessi Sposi, l'opinione con cui mi trovo più d'accordo è quella di Alberto Moravia (quoto dal riassunto di studenti.it per semplicità ma ho il saggio originale nel Meridiano dedicato a Moravia), un opera scritta benissimo ma "Alberto Moravia in un saggio dedicato a Manzoni, descrive I Promessi Sposi come una letteratura di propaganda che mira a rendere il cattolicesimo l’ideologia dominante, parla infatti di “realismo cattolico” paragonabile al "realismo sovietico". e "Manzoni sarebbe troppo preoccupato di far coincidere l’andamento del racconto con le premesse ideologiche da cui muove" (in effetti, nella foga di "fare la morale", il Manzoni dà un finale in cui tutto va a posto da solo senza che nessun protagonista faccia nulla, che se invece di guardarlo come un romanzo "che deve insegnare" lo guardassimo come un romanzo "che deve intrattenere" sarebbe un finale ben deludente) E quindi si spiega l'assunzione a testo che deve "indottrinare le masse" nelle scuole del regno: da una parte, è vero, è un esempio di ottima scrittura, dall'altra le educa a non ribellarsi mai, a non protestare mai, ma semplicemente di attendere che la Divina Provvidenza intervenga (magari tramite gente come l'Innominato, uno che ne ha fatte di cotte e di crude, come tutti i potenti del resto, ma basta attendere che si redima, non bisogna avere fretta...) Personalmente, il mio rapporto con il testo è stato l'opposto cronologicamente di quello di Sacco di carbone: io ero tanto in "astinenza di roba da leggere" in una casa dove i primi libri entrati erano quelli che portavo io, che mi leggevo tutto, e persino I LIBRI DI SCUOLA, LI LEGGEVO D'ESTATE PRIMA DELLE LEZIONI. Non per "fare il secchione" (i miei professori mi hanno sempre abbassato i voti perché dicevano che ero un pessimo esempio, avevo ottimo voti anche se nessuno mi aveva mai visto studiare), ma proprio perché mi mancava letteralmente roba da leggere, e anche il nuovo Tex dopo averlo letto 30 volte stancava un po... Quindi, se mi leggevo tutto il sussidiario e il libro di matematica, figurati se non mi divoravo subito i promessi sposi! Me lo sono letto, e mi era piaciuto (anche se ovviamente Salgari era meglio, almeno sapeva fare i finali... ) ma poi l'ho dovuto "studiare a scuola"... A scuola, la professoressa ultra-cattolica (al limite dell'integralismo) ha sottolineato con forza "la morale di fondo" dell'opera (con cui lei ovviamente concordava) e che a me, a quell'età, era completamente sfuggita, e mi ha insegnato ad odiare quel romanzo... Oggi, dopo tanti anni, ho "perdonato" Manzoni, e riconosco che i Promessi Sposi è scritto da dio... ma comunque, è propaganda più che letteratura.1 point
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Dipende. La meraviglia, ce la mettevi solo tu? Cioè, l'opera era in realtà mediocre, derivativa, banale, e solo la tua ingenuità e poca esperienza te lo hanno fatto sembrare un capolavoro? Allora rileggerlo in un certo senso "rovina" il ricordo dell'opera. Ma visto che era un falso ricordo... è tanto un male? I TUOI ricordi personali rimangono, non vengono "rovinati", cosa ti ha dato quel libro, semplicemente non attribuisci più al libro meriti che non aveva. Ma se il libro era davvero valido... rileggerlo con maggiore esperienza consente di leggerlo MEGLIO, capire cose che la prima volta ti erano sfuggite. Per fare il classico esempio "texiano"... io ho sempre adorato le storie di GL Bonelli, sin da bambino. Ma rileggendole adesso... mi rendo conto di quanti dettagli mi erano sfuggiti. Quindi la rilettura è spesso una LETTURA, perché la prima volta non aveva davvero "letto" l'opera. Idem con tanti altri autori validi, da Martina a Barks a D'Antonio. Quindi, in generale direi che rileggere (anche se purtroppo ormai non se ne ha il tempo, schiacciati dalle novità) è sempre una cosa positiva, e in realtà non "rovina" i ricordi, ma li contestualizza.1 point
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Esatto! La prima parte, fino allo sbarco sull'isola, ancora adesso, da adulto, ti tiene incollato alla pagina, la seconda no. Ma da da bambino, magari nei Classici Mursia, il libro te lo leggevi tutto in in pomeriggio. Adesso, negli Oscar Classici, con note a piè di pagina, ti ci vuole una settimana o più. Non ti prende più allo stesso modo...1 point
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È una bellissima verità. Io ricordo l'emozione di una delle scene iniziali, col pirata zoppo che si avvicinava alla taverna cantando "15 uomini sulla cassa del morto...". L'ho letto che facevo le elementari, e l'ho riletto nel 2021 per raccontarlo a un nipotino: ebbene, la prima parte l'ho trovata strepitosa come quando la lessi la prima volta. La seconda parte invece l'ho trovata meno forte, ma era quella stessa parte che non ricordavo per niente bene, segno che neanche da bambino mi restò molto impressa. Ma la falsa amicizia di Long John Silver ti posso assicurare che mi ha appassionato nel 2021 esattamente come nel 19871 point
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Concordo con entrambi i pensieri di Diablero e Magic Wind che mi hanno preceduto. Personalmente, come penso in tanti di noi, ho cominciato a leggere libri con Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, La Freccia Nera, e poi Salgari, con I pirati della Malesia, il Corsaro nero, e ancora ricordo un Gatto con gli stivali, o lo splendido Mago di Oz di Baum. Ho fatto questa breve dissertazione sui titoli da me letti da bambino, che come si vede non sono poi tanti preferendo io all'epoca i fumetti, perché solo con essi posso capire come sia cambiata la mia percezione di lettore, posto che gli altri libri li ho letti già da adulto e le rare volte che mi è capitato di rileggerli non ho avvertito alcuna differenza sostanziale, tranne che con uno di cui dirò dopo. Ebbene, i libri scritti con qualità restano bei libri anche dopo, quando letti da adulto. Puoi apprezzare ulteriori particolari, puoi essere più sgamato su alcune situazioni tipiche o ricorrenti, come il maggiordomo nei thriller, ma sostanzialmente il giudizio non dovrebbe cambiare e se ne dovrebbe restare soddisfatti a prescindere dall'età e dalla fase della vita in cui si è. Questo mi è capitato con tutti i libri sopra citati, con l'eccezione di Salgari, che da adulto invece non ho apprezzato. Certo, ho riletto solo Le tigri di Mompracem, che credo sia il libro più naif, essendo il primo, ma lo ricordavo come una storia avvincente che, da ragazzino e a letto col morbillo, mi aveva semplicemente estasiato. E invece vi ho trovato solo situazioni avventurose a profusione messe lì una dopo l'altra per movimentare la vicenda, meri pretesti in fin dei conti neanche ben giustificati, e preso così il romanzo può avere anche i suoi momenti avvincenti, ma solo a patto che si entri in una disposizione d'animo fortemente fanciullesca. Tempo fa, in un altro forum, a corredo di un mio giudizio negativo su questo libro, scrissi: "Ma si può giudicare davvero questo romanzo per il suo valore intrinseco, quando con esso prendono vita i personaggi di Sandokan e Yanez, della Perla di Labuan e dei Pirati della Malesia? Quando entrano, prepotentemente e per sempre, nell'immaginario collettivo dei ragazzi di tutti i tempi le isole di Mompracem e di Labuan, il Borneo e il terribile mare in cui imperversano i Pirati più famosi di sempre? Qui bisogna distinguere tra opera letteraria e mito, e se la prima lascia molto a desiderare, il secondo, con gli artigli della Tigre, si è talmente radicato nella fantasia di tutti da decretare la grandezza dell'opera che lo ospita a prescindere dal valore specifico della stessa. La verità è che l'arrembaggio dei tigrotti di Mompracem, alla conquista di un pubblico mondiale, è perfettamente riuscito. E così tutti noi possiamo urlare, tornando quei ragazzini che fummo, avanti tigri di Mompracem!" Questo per dire che effettivamente alcuni libri possono essere letti solo a determinate età, perché poi dopo, quando hai perso il senso di incanto e di meraviglia di cui parla Magic Wind, quando hai smesso di credere a Babbo Natale insomma, non puoi più apprezzarli davvero, se non per quello che rappresentano. Quella complicata avventura che è la crescita, quindi, se da un lato compromette per sempre quella beata ingenuità che poteva farci apprezzare opere pensate per la fase della vita che corrisponde all'infanzia, dall'altro ci rende - a volte - più consapevoli, più recettivi, più sottili credo. E così mi è capitato che, con Cent'anni di solitudine, letto mi pare a 17 anni mi parve un'accozzaglia di vicende messe lì, anche se raccontate con uno stile ipnotico e ammaliante; poi, letto 7 anni fa, filtrando quella vicenda zeppa di Aureliani e Arcadi io ci abbia finalmente scorto il senso che voleva darne lo scrittore: l'epicita' di Ursula, la miseria morale di Arcadio padre e figlio, l'immensa solitudine di Aureliano, malattia spaventosa di quello che è forse il principale protagonista del romanzo. Ci ho visto in controluce certe esperienze politiche dell'America Latina, la storia di quella terra così travagliata, tutti elementi che il me diciassettenne non poteva apprezzare. Non era a un ragazzino imberbe che stava parlando Garcia Marquez. La favola che stava raccontando, perché lo stile quello è, era destinata necessariamente a un lettore più maturo. Quindi è la maggiore esperienza, ma è anche il bagaglio culturale e i sensi più accorti, che inevitabilmente ti portano ad essere un lettore sempre più esigente, sempre più consapevole e accorto. Sempre diverso, come siamo diversi in tutte le nostre declinazioni, di lettori, di lavoratori, di figli, di amici, a seconda dell'età in cui ci troviamo. L'ideale alla fine sarebbe essere un lettore sempre, in tutte le fasi della vita. Un lettore come detto inevitabilmente diverso tempo per tempo e che a seconda dell'eta' prova emozioni diverse, ingenue o ponderate, arricchendosi però sempre di quelle voci del passato, del lascito dei tanti autori che attendono di essere letti e che la loro voce si rinnovi, anche a distanza di anni o secoli, nelle orecchie mentali di un nuovo lettore. E quello che mi immalinconisce di più è che non solo i lettori sono sempre meno, ma sono tremendamente pochi i lettori bambini, che probabilmente non diverranno mai lettori nemmeno nel prosieguo della loro vita, e che si perderanno meraviglie ben maggiori di quella, pur grande, della magia di un Babbo Natale nella Notte santa. Ed è un vero peccato.1 point
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Perché si ha più esperienza, semplicemente. La prima volta in vita tua che leggi una storia dove l'assassino è il maggiordomo, pensi "che idea strabiliante e originale! Questo autore ha una immaginazione formidabile, è il più bravo del mondo! In Cappuccetto Rosso il lupo non è il maggiordomo!" Non hai semplicemente termini di paragone. Tutto è nuovo, tutto è originale. Solo dopo ti rendi conto che ci sono storie simili, che alcune sono copiate, altre utilizzano sempre gli stessi clichè, e in generale, anche quando non ti accorgi di scopiazzature, non fai il confronto solo con Cappuccetto Rosso, Tiramolla e i Teletubbies, ma con la massa di roba che hai letto fino a quel momento (e contemporaneamente diventa sempre più improbabile che esclami "sicuramente questo autore è il più bravo del mondo" Ti formi, insomma, una coscienza critica e una consapevolezza. È la corrispondenza, a livello "critico", della consapevolezza che ti fai diventando adulto, diventa più difficile gabbarti con inganni ingenui tipo "quello non è papà con la barba finta, è Babbo Natale" (a parte quando vengono dai politici in TV, ma lì entra in ballo il tifo e il fatto che la comunicazione politica riduce tutto a un livello infantile ed elementare)1 point
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Nelle storie di Tex si legge di numerosi e numerosi amici e comprimari che affiancano Tex e i suoi pards nelle loro imprese. Quasi tutti di questi comprimari non riappaiono mai (ci sono anche casi minori in cui addirittura ci lasciano le penne) perchè non hanno interesse o carisma per continuare a interessare. Infatti si tratta spesso di personaggi che si limitano ad aiutare e a volte nono sono molot in gamba. Quando Boselli ha cominciato a scrivere su Tex, abbiamo avuto un numero ancora maggiore di comprimari e ancora più in gamba e dotati. Si tratta di personaggi che riescono abilmente a gestire la situazione e battersela quasi alla pari con Tex (alla pari come lui non c'è nessuno, lo sappiamo già). In queste storie spesso questi comprimari vengono sacrificati più facilmente, sia che siano antagonisti o protagonisti. Parlando di Bronco Lane, direi che nella mia opinione era uno che poteva davvero affermarsi nella storia di Tex. Come avete già detto il suo rapporto con Kit Willer ricalcava un po' quello tra Tex e Carson. Un personaggio abile, sempre fedele, e anche un po' furfantello e per di più giovane. Forse pretendevo troppo ma ho l'impressione che Bronco Lane avrebbe anche potuto progredire come uomo d'azione ed essere chissà innalzato come comprimario d'eccellenza. Un gran peccato la scelta di farlo morire perchè priva il fumetto di un nuovo interessante personaggio. Verso la fine si vede come Kit Willer sia ancora triste per la sua morte; il problema però è che di storie ce ne saranno ancora e quindi il povero Bronco Lane scomparir? nella memoria, scomparir? come gli altri comprimari. Davvero un gran peccato. Poi ancora l'antagonista della storia, lo sceriffo Hugh Langdon, un altro personaggio di spessore anche se in maniera minore rispetto a Bronco Lane. Spietato, incapace di considerare i possibili errori che fa (chissà quanti ne avrà impiccato nella sua carriera) eppure al servizio della legge. Non è che si tratta di un comune furfante ma di uno sceriffo e uno sceriffo di quelli testardi. E' in gamba, conosce il suo mestiere ed è ben deciso di fare la legge. E appunto qui che si frega perchè non ha la stessa razionalit? di Tex, è troppo preso dalla sua mania di fare legge. La sua rovina si compie nella città di cui non mi ricordo il nome in cui ormai fuori dalla legge (anche se porta ancora la sua stella) si batte in un ultima battaglia contro i pards. Nemmeno qui mostra di essere del tutto in grado di imparare del tutto da ciò che fa. A cominciare dal dare l'ordine di prendere vivi i pards sebbene conosca bene con che razza di gente ha a che fare; alla faccia di tutte le precauzioni e vigilanza che fa. Un altro problema per lui è che i suoi uomini non valgono niente specie in confronto a Tex e agli altri. Nonostante anche le slealt? nel duello con Tex (gli uomini che volevano sparare al Ranger, tipico dei furfanti della sua specie) Langdon va incontro al suo destino. La fine ideale per lui secopndo Tex è la fine per impiccagione. Stavolta però Tex non riesce del tutto a fare quello che voleva: Langdon in un ultimo atto disperato spara ancora costrigendo Tex a ucciderlo; stavolta Tex non riesce a mandare all'umiliante e terrorizzante fine della forca, il suo avversario come invece era accaduto a Bones e Pollard in "Intrigo nel Klondike". Langdon in un certo senso riesce a fargliela perchè "esce di scena come voleva lui". Storia da 9, peccato per la scomparsa di due personaggi come Langdon e Bronco. Forse non sarabbero stati adatti per essere riutilizzati ma mi dispiace comunque vederli sparire. Stessa storia per Wade Catlett ma di lui parlo un'altra volta.1 point
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Speriamo nessuno spieghi ad Airoldi che così è possibile far scontrare Mefisto anche con Dylan Dog...0 points