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  1. Mi considero fortunato per una serie di motivi il primo dei quali è stato sicuramente quello di essere cresciuto in una famiglia dove si leggeva (e si legge ancora) molto. Fin dalla più tenera età sono stato invitato a mettere mano ai classici che troneggiano ancora nella vasta biblioteca di casa. Nella mia infanzia mi si fece scoprire gradualmente i racconti di mamma oca di Perrault e l'incantato mondo fiabesco de Le mille e una notte, i Grimm e gli Andersen, il Pinocchio di Collodi, poi l'esotico Salgari. E GLB. A vent'anni leggevo invece Voltaire e Malraux, Saint-Exupery e Francoise Sagan. Leggere Stevenson e Verne, Twain e Jack London da adolescente è stato un privilegio. Nelle mie classi ogni volta che mi approccio al tema della lettura, pochi sono quelli che leggono, pochissimi conoscono i classici, parlo anche di nomi grossi come Charles Dickens, dominano le letture di fantasy improbabili di cui mi sfuggono i titoli. Il resto non esiste. Mi sento fortunato per tutta questa serie di motivi e non sono poco. Perchè per avere la percezione di una lettura bisogna avere un passato da lettore, con delle solide fondamenta. Poi è tutta una questione di apertura mentale e capacità di accostarsi a un testo partendo dal presupposto di quello che ti può dare e non da ciò che si pretende invece come lettore dallo stesso. Cosi molti testi, ottocenteschi o settecenteschi, da molti considerati inavvicinabili o illegibili, vuoi per le lungaggini, vuoi per le intrusioni dell'autore, per lo stile datato e antiquato, possono meritare invece la lettura se presi e letti partendo con lo spirito giusto. Ogni età ha avuto i suoi modi di espressione. Nel settecento dominava il romanzo epistolare, Le amicizie pericolose di un Laclos per esempio, una successione di lettere che due o tre personaggi si scambiavano tra loro fino all'epilogo invece dei classici capitoli, ed era questa la fruizione che si aveva di questi romanzi che conobbero allora una certa voga e che sarebbe improponibile stilisticamente nei romanzi di oggi. E in questi romanzi si raccontavano le storie di persone note e il piacere per il lettore settecentesco era di scoprire quale nota personalità si celasse nella finzione del romanzo dietro quel personaggio il cui nome era velato, come con uno pseudonimo. Leggere un romanzo significava entrare in un gioco volto a dare un'identità a persone in vista della società di quel tempo di cui erano decantate le poche virtù e i vizi più inconfessabili. Per il lettore che si appresta a leggere oggi quei libri il gioco del riconoscimento ovviamente non esiste più o si limita appena a una nota a piè pagina, nelle edizioni critiche. Non solo cambia la fruizione nell'arco della vita, ma bisogna anche tenere conto che cambiano assai i modi della percezione che si ha di un testo da un'epica all'altra. Da ragazzino leggevo Zagor, i numeri allora in edicola erano Piccoli Assassini, il ritorno del Vampiro di Castelli, il Signore Nero di Sclavi. Sognavo a occhi aperti. Per oltre vent'anni non ho più comprato i suoi albi. Quelle letture che mi facevano sognare da bambino a quarant'anni mi sono sembrate banali se non puerili, anche se non lo sono in verità. Semplicemente sbagliavo allora l'approccio e ho avuto poi tempo per ricredermi. Jules Verne che mi appassionava da bambino con Il giro del mondo in 80 giorni l'ho ripreso in mano l'anno scorso con un classico che ancora non avevo letto, ovvero I figli del capitano Grant, uno dei suoi titoli più famosi, ed è vero che paga molto, almeno presso un pubblico assai più smaliziato rispetto a una volta, ma l'ho iniziato e finito senza troppi affanni. Di Salgari e del primo volume dedicato a Sandokan mi chiedo quanto una rilettura possa togliergli in quanto a immediatezza, ma non conserva intatto tutto il suo fascino di classico intramontabile? Certi testi guadagnano a essere ripresi in mano, altri meno, altri ancora perdono, poco o molto. Ma molto dipende da cosa ci aspettiamo dalla lettura. Robinson Crusoe letto nei libri incantevoli adattati per l'infanzia e letto nell'originale inglese all'università, ma lo stesso vale anche per Swift o Thackeray, risultano davvero ostici, e non parlo del peso delle letture obbligate. E qui ritorno al problema che nella lettura molto conta per l'appunto l'approccio che si ha al testo. Dovrei rileggere La città del sole di Campanella che è il libro che più ho odiato. Ma all'università ho avuto modo di leggere con vivo piacere Orwell o Golding. Insomma dipende. Sta di fatto che i programmi degli atenei post riforma non contemplano nemmeno più queste letture. Oppure una cosa è leggersi il canzoniere di Petrarca o l'Orlando furioso per intero, una cosa è avvicinarsi a questi testi con delle dispense che selezionano qualche sonetto o qualche brano tratto da quelle opere. L'università non forma più come un tempo. E avvicinarsi a un testo con una coscienza critica vuol dire molto, anche in termini di apprezzamento. La percezione di un testo nell'arco di una vita è anche un fatto di estensione della propria cultura personale. Per me per esempio il belga Steeman di L'assassino abita al numero 21, che è indubbiamente una gradevole lettura, un giallo apparentemente insolubile, paga nel suo finale del procedimento reso alla moda da un altro romanzo cinque anni prima, ovvero Assassinio nell'Orient Express, che molto ne sminuisce l'interesse e la portata. Insomma, per ricapitolare tutto, non é solo un fatto di crescita anagrafica che modifica il piacere della lettura da un età all'altra, ma bisogna ammettere molte più variabili. E considerare soprattutto la lettura come un fatto personale che dipende strettamente da noi stessi.
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