Finora le due storie con Kit Carson coprotagonista insieme a Maria Pilar e Kate sono state convincenti nel tratteggiare - e far piacere - un non ancora vecchio cammello, in grado di reggere la scena in maniera esemplare. Molto più di quanto non sia accaduto per gli altri pard. Merito delle sceneggiature, quasi liberate da certi vincoli del canone tradizionale e non solo per questioni di età del personaggio, ma proprio per il maggiore spazio che gli viene concesso. L'autonomia e l'indipendenza da Tex vengono sfruttate nella proposta di un fuoriclasse che non è un supereroe, se mi si passa il confronto. Le due storie poi, hanno diversi pregi: dall'originalità in situazioni a rischio deja vu alla proposizione di figure che se anche secondarie di volta in volta assumono uno spessore che non le fa passare - gioco di parole - per figuranti. In questo caso, è abile e apprezzata la scena di spostare l'attenzione da un esponente all'altro dei rispettivi ruoli: i due investigatori, i sudisti, i sadici nordisti, gli improvvisati giustizieri. A me è piaciuto, al punto di giudicarlo miglior prodotto texiano dell'anno. E se di Tex c'era solo il nome nella testata, in tutto il mondo che gira intorno, Carson è l'elemento più interessante. Al punto da farmi auspicare una correzione di rotta anche sulla regolare: da nonno arzillo a zio arguto. Anche perché con il tempo mi pare che il ruolo, lo spessore e l'importanza di Kit Willer siano sempre meno importanti. Non lo si può far scomparire, non lo si può far sposare (con il rischio di un Tex vicino alla nonnitudine), non ci possono attendere ruoli più complessi del riempitivo, resterà sempre il figlio di Tex. Bravo maresciallo, ma eternamente sottufficiale. Mentre Carson era maggiore dei Rangers e qualcuno forse lo ricorda anche in divisa ("Per la barba di Giosafatte! Non vedevo l'ora di togliermi quei vestiti da tacchino!").