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TWF - Tex Willer Forum

Leo

Ranchero
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Everything posted by Leo

  1. Non ho altro da aggiungere a quanto scritto sei anni fa (salvo che Borden non ha risposto alla mia domanda...). Il primo albo è il più bello dei tre, con la presentazione dei pigionanti della locanda che è semplicemente deliziosa. Delizioso è lo sceriffo di Heaven, delizioso il cruccio di Donna quando scopre che Kit e gli altri non sono giunti lì per trovarle, ma solo per adempiere al loro immancabile ruolo di uomini d'azione. Delizioso anche il personaggio di Jim Lane, le stragi della "Famiglia" al trading post e a Dogtown. Delizioso il manrovescio di Carson al Kid e il rimpianto di Lena mentre vede il "suo" Carson andar via. Delizioso, infine, il rappresentante commerciale che intuisce il rapporto che corre tra Carson e Lena, sentendo quest'ultima cantare quella canzone... Se dovessi descrivere questa storia con un aggettivo? Vi lascio indovinare.
  2. Ragazzi, mi sa che siamo andati troppo oltre le intenzioni dell'autore. Boselli non ha pensato ai drammi della Storia o alla fame nel mondo. Ha compiuto invece un'operazione furbetta: è un nuovo autore, ha scritto una bella storia, il protagonista buca lo schermo, ora sai che facciamo? Facciamolo morire, "facciamo dramma", come dice Diablero, così facciamo venire i lucciconi ai lettori che si commuovono e si sentono ancora più appagati dal bel pugno nello stomaco che gli assesto a fine storia. Il finale lacrimevole era un mainstream all'epoca, dice Diablero, per questo è troppo telefonato e stucchevole. Io invece dico che, al di là delle mode, della storia del fumetto e dell'esegesi dei finali nelle varie epoche, la scelta di Boselli è stata a mio parere azzeccata: la morte di Torrence crea pathos, commuove, in definitiva rende la storia in oggetto un po' più indimenticabile. Furbo il nuovo autore? Sì, e con questo?
  3. ma è diverso da quello che hai scritto tu. ne parliamo magari nell'apposito topic, ma per quanto mi riguarda non ora, rispetterò la mia rilettura cronologica.
  4. Naturalmente le circostanze sono molto diverse: ne Gli Invincibili Shane viene tradito da un amico, qui invece Torrence viene ucciso da un nemico. Però il discorso di Diablero sembrerebbe attagliarsi anche a questa storia e da qui nasce la mia domanda. Dalla risposta dipenderà anche la possibilità che io richieda un ban perpetuo per Diablero, questo sì. Tornando sul finale di Cercatori di Piste e sulle domande di Diablero: il finale è telefonato? sì. Non è un agguato serio? Per me questo è un aspetto irrilevante, l'importante non è come avvenga l'omicidio, ma che avvenga. Ci sono buoni motivi per l'assenza del lieto fine? La domanda non la capisco: quale può essere un buon motivo? E' una scelta dello sceneggiatore no? In tal caso, Borden voleva alzare il livello del pathos. Voleva, come dici tu, "dare dramma": può essere (per te) scontato, ma ciò non toglie che la scena sia comunque commovente, ciò che consente a Torrence di entrare maggiormente nel cuore dei lettori che se fosse rimasto in vita.
  5. La scena che cita Grande Tex anche secondo me non era riuscita. Ma la ricostruzione è inesatta: Parkman non era consapevole di star uccidendo vecchi e ragazzi (e questo io contestavo, che un ex militare come lui non si accorgesse di quanto stava facendo) e dopo se ne rammarica sinceramente. Comunque potrei ricordare male: la devo rileggere, è passato troppo tempo...
  6. quindi pensi la stessa cosa della morte di Shane?
  7. Finita la lettura di questo capolavoro, mi sono fermato un attimo a riflettere. Tra i capolavori riconosciuti di Borden, si citano sempre Il Passato di Carson, Cercatori di Piste, Gli Invincibili, Sulla Pista di Fort Apache e i Sette Assassini. Queste ultime due sono rispettivamente la settima e la ottava storia pubblicata sulla serie: su otto avventure, quindi, cinque sono considerati capolavori (con I Cercatori di Piste un pelino inferiore alle altre). Quando diciamo che Borden ha esordito in maniera esaltante con Il Passato di Carson, siamo forse ingenerosi, perché allargando lo sguardo a tutto il suo periodo di esordio si trovano molte opere eccellenti, si riscontra una concentrazione di grandi storie veramente anomala. Poi in seguito scriverà altri grandi storie (e oggi continua a scriverne, anche su TexWiller) ma l'addensamento di questo primo periodo resterà probabilmente insuperato. Quella del primo Boselli è stata davvero un'ulteriore età dell'oro texiana, e Sulla pista di Fort Apache è perfettamente nel solco di questa nuova era. La bellezza di questa storia sta, al solito, nella perfetta caratterizzazione dei personaggi di contorno, e concordo con @Poe che Boselli qui non ne trascura nessuno, neanche le comparse. Oltre ai magnifici Laredo e Liz, il cui rapporto è sicuramente un punto di forza della vicenda, ci sono il Sergente Quincannon, Antonia, lo stesso Mister Curtis: tutti personaggi secondari ma curati nel dettaglio, nei loro stati d'animo, nei loro modi di pensare. C'è Lobo, il cui dialogo con Laredo poco prima di morire è molto bello, c'è Chunz con la sua ambizione e la sua ferocia, e poi ovviamente c'è Parkman, la cui redenzione inizia già nel terzo albo di questa storia, di fronte al fallimento della sua opera e con la sua capacità di prendersene tutta la colpa, tutta la responsabilità. La coralità di questa storia non sta tanto nell'avere tanti personaggi, quanto nella gestione degli stessi, nell'accuratezza con cui Boselli li tratteggia: ogni loro singola parola ha un sapore, nulla è lasciato al caso, ognuno gioca la propria parte con tale naturalezza da dare la sensazione al lettore di trovarsi davvero di fronte a quelle persone e in quelle drammatiche circostanze. Il lettore si immerge, con questa storia, in un poderoso kolossal western, che riesce nel "miracolo" di trattare un tema abusato su Tex qual è quello delle guerre indiane con una freschezza e un'ariosità, con una "completezza" direi - nelle strategie di guerra, nell'esposizione della mentalità degli apache, nella componente d'avventura, appunto nella cura dei personaggi - che poche volte si è vista nella saga, regalando pagine destinate a restare tra le più significative della Storia del nostro personaggio. Bella anche la parte di Tex "cupido" che, con quel "deciditi, Laredo, il battello non può aspettare in eterno" incoraggia il rude scout a vincere la sua battaglia più difficile, vale a dire il suo dichiararsi alla bella Liz. Una menzione speciale va fatta per i disegni, perché qui la parte grafica è stata fondamentale nell'opera di trasporto del lettore tra le lande desolate e gli altipiani dell'Arizona. Un Ortiz semplicemente mostruoso, l'opera migliore del disegnatore spagnolo, se si eccettua quell'altro grande capolavoro che fu La Grande Rapina.
  8. So che è una seccatura grossa (è accaduto anche a me) ma, sbollita la rabbia, puoi sempre riscriverlo ;)
  9. Concordo su tutto, e in particolare su questo aspetto. Questa e quella di Colorado Belle sono le peggiori posse che abbiano mai cavalcato tra le pagine del ranger.
  10. È molto bella, è vero. Berardiana.
  11. Ho ordinato gli arretrati. Se non mi piaceranno, te ne chiederò il rimborso
  12. Bellissima lettura, confermo. Mi hai davvero convinto.
  13. Anche @Condor senza meta ha parlato di scena onirica, e di bella è molto bella, concordo con te. Mi piace anche la tua lettura sulla contrapposizione tra gli indiani stremati e alla fine, rappresentati infatti simbolicamente in un cimitero, e la civiltà che avanza, rappresentata dall'incedere possente e minaccioso del treno. Quando parlo di forzatura intendo che in poche pagine leggiamo due coincidenze provvidenziali (anzi tre, se pensiamo che questi indiani che salvano Castleman l'ingegnere addirittura li conosceva già ed erano parenti della sua ex moglie), ma è vero che il tutto potrebbe essere visto come appartenente ad una dimensione altra, a "un altro piano della realtà", come dici tu. Io non ho pensato a questo, perché gli indiani molto concretamente ammazzano il bandito Nez Percé e poi sono visti da Tex, ma una lettura "soprannaturale" in una storia che ha comunque una forte valenza simbolica ci può stare. Bella lettura Davvero ha diviso il pubblico? Non lo sapevo. In realtà penso di sapere perché non ho questa storia. All'epoca non compravo Tex tutti i mesi (ad esempio, molti Nizzi li saltavo) perché da studente doveva fare delle economie, e posso pensare che la trama sovrannaturale mi abbia tenuto lontano dalla storia del Morisco. E' andata sicuramente così, perché un'altra storia che non ho mai letto e di cui non ho nemmeno gli albi è quella di Nolitta sugli Uomini Giaguaro, guarda caso sempre con El Brujo di Pilares. E anche la prima del Morisco (n.101), non l'ho mai più riletta sempre per la stessa ragione. Le uniche storie del Morisco che conosco bene sono praticamente quelle del Fiore della Morte e quella di Hapikern. Comunque oggi stesso ordino gli arretrati a questo punto... non pensavo né sapevo che avesse addirittura diviso il pubblico, sono molto curioso.
  14. Concordo pienamente. Nelle sue primissime storie, Boselli ha trattato tutte le tematiche, dimostrando in tempi rapidissimi e sorprendenti la sua versatilità. E' come se avesse già preparato per tempo, prima ancora di sapere se sarebbe rimasto a scrivere su Tex, tutto un campionario di esordi, uno per ciascun genere. E per ora in ognuno ha centrato l'obiettivo.
  15. La vicenda è forzata per la scena del crepaccio e per le condizioni proibitive che Tex è costretto ad affrontare con un braccio rotto. Inoltre, in questa storia, purtroppo, si vede la mano dell'autore che "spinge" la vicenda, aiutando i buoni a vincere. Parlo in particolare dell'intervento provvidenziale degli indiani Nez-Percé senza il quale l'ingegnere verrebbe ucciso e del cavallo di Tex che torna al momento giusto portando in regalo l'insperato fucile. Le coincidenze sono più accettabili nella realtà che nelle opere di finzione, perché in queste ultime sanno sempre di forzatura, di "aiuto" da parte di un invisibile deus ex machina che dà una spinta alla vicenda togliendole credibilità. Non c'è dubbio, insomma, che tra il superomismo di Tex e l'aiuto "divino" la storia perda parecchi punti. Però è comunque una bellissima storia, davvero. La parte del disastro ferroviario è adrenalinica e tiene col fiato sospeso, e tra l'altro l'autore era stato già bravo a presentare i vari personaggi presenti nel treno di cui si segue il destino durante il disastro: il giovane con la ragazza, il vecchio nel vagone animale, ovviamente Castleman e il fido Shad. Tra questi ultimi c'è anche un discreto ma bello dialogo sul figlio della guardia del corpo. Insomma, in poche pagine Borden aveva già apparecchiato una tavola imbandita, le cui pietanze sono a un certo punto gettate rovinosamente qua e là dalla catastrofe. Comincia a questo punto una delle avventure più difficili per il nostro ranger, e quando a un certo punto un Tex delirante e madido di sudore fa per uscire dalla grotta non credevo ai miei occhi: Nolitta, esci dal corpo di Borden!, mi è venuto da pensare. Ma in realtà Tex ha un febbrone, circostanza che rende la scena credibile e che anzi aggiunge pepe all'intera vicenda, posto che poche volte il nostro si era trovato in una situazione così complicata, aggravata peraltro dal contesto meteorologico che è una sorta di protagonista aggiunto della vicenda, con tutto quel bianco e il silenzio di morte evocato dalle parole dei banditi che pare quasi di sentirlo dalle nostre comode poltrone. Un vero e proprio inferno (bello il pensiero del povero Shad) nel quale è costretto in un'ansiosa attesa anche il povero Carson, il cui cammeo è veramente ben fatto. La sequenza finale, in cui Carson contempla il disastro del treno mentre uno dei suoi occasionali compagni dice che i passeggeri saranno tutti morti, è particolarmente riuscita, così come credibile e "tenera" è la discesa del Vecchio Cammello roso dall'ansia sul pendio imbiancato. Ancora una volta, a riprova della mia tesi che le storie innovative venivano affidate a Marcello, il disegnatore ligure illustra una storia con comprimari importanti, con un loro passato doloroso. Con questa storia siamo pienamente nel filone del Tex 2.0, e nonostante i difetti iniziali da me citati, essa ci sta benissimo e non sfigura. Fino ad ora nessun passo falso per il nuovo autore. Ora, nella mia rilettura, dovrei andare dalle parti di Pilares, con Il Ritorno del Morisco, ma non mi ritrovo gli albi. E non li trovo perché non li ho mai avuti: è uno dei buchi della mia collezione, la prima storia di Juan Raza non ce l'ho e non l'ho mai letta. In attesa di recuperarla, dovrò fare un salto e recarmi "sulla pista di Fort Apache"
  16. Non so con quanta consapevolezza o se dietro ci fosse un disegno (può rispondere Borden se lo volesse), ma a Letteri vennero affidate tutte le storie di spunto classico e più tradizionale. Non solo le tre da te citate, ma anche La lunga pista e A sangue freddo, due storie senza alcuna venatura horror e attingenti largamente dalla lezione glbonelliana, oltre all'avventura di Juan Raza, che è una sorta di misto, perché mette in scena un personaggio "boselliano" in una storia che però ricordo priva di quelle componenti intime caratterizzanti le storie fatte disegnare a Marcello.
  17. Mi autoquoto perché ancora una volta durante la lettura ho avuto la sensazione di leggere Batman e Joker, non Tex. Il Maestro richiama molto il cattivo che qualche anno prima era stato interpretato da Jack Nicholson nel film di Tim Burton: è un essere deforme, un terrorista, ha il gusto del grottesco (i pupazzetti e altre amenità). Questo tipo di storie inoltre richiede sempre una certa sospensione di incredulità, e questa in particolare la richiede in tutta la lunga sequenza finale, sin da quando Tex, con una chiaroveggenza improbabile, intercetta il nemico nei sotterranei presso il caveau della banca, per continuare con il Maestro che, pur non potendo immaginare a mio parere di poter essere scoperto da Tex, si imbottisce di esplosivo mettendo a repentaglio la sua stessa vita per un'eventualità (quella di essere scoperto da Tex, appunto) molto remota. Per non parlare del lanciatore di coltelli che resta due ore in acqua per poi immobilizzare in un baleno entrambe le mani di Liddel o dello stesso winchester di Tex perfettamente funzionante dopo qualche ora nel fiume. Nel mio primo messaggio parlai di finale infelice; oggi sono invece più accomodante: è proprio questo tipo di avventure che ha in sé un taglio non del tutto verosimile, e viste in questa ottica tutte le scelte narrative possono andar bene. Non saranno mai le mie storie preferite, come ho chiosato anche nel mio commento sulla più recente storia ambientata a New York. Nell'ottica della valutazione delle performance del nuovo autore (allora Boselli lo era), non si può che essere soddisfatti dell'avventura proposta. Al netto dei gusti personali, questa avventura è comunque avvincente e ha l'indubbio pregio di appassionare il lettore. C'è qualche spettacolarizzazione di troppo, alcune cose sono tirate per i capelli, ma ripeto che è proprio il tipo di storia che lo richiede: il suo fine è divertire, senza avere l'ambizione di assurgere al rango di capolavoro. E questo lo fa ottimamente: diverte, con situazioni umoristiche (molto carina la scena dell'arresto di un influente notabile della città, sospettato di essere Squeezy), con bei personaggi (sopra tutti Ben Ladykiller, che ricorda non solo l'omone de Il Miglio Verde ma anche il protagonista di Uomini e Topi e in questo senso chiedo a @borden se c'è qualche legame o se ci aveva mai pensato), e con la "liason" sentimentale tra Carson e Oaklehy. Al netto della brutta figura sulle anatre, che ho fatto fatica a digerire, il rapporto che si instaura tra il vecchio Cammello e la ragazza fornisce diverse occasioni a Carson per mettersi in mostra e di stare sugli scudi, ciò che ovviamente mi fa piacere. In merito al legame tra i due, @ymalpas in un suo precedente post dice che da parte della ragazza c'è per Carson molta simpatia e affetto, e non c'è dubbio che sia così. Tuttavia, nella scena del ristorante, Annie fa dei complimenti a Carson che io non derubricherei a semplice galanteria (invertita, in questo caso) di una giovane fanciulla a un attempato signore: le sue parole e i suoi sguardi tradiscono a mio parere una certa fascinazione di lei per l'anziano ranger, né è un caso che a cena inviti il solo Kit, omettendo di invitare anche Tex. Riprova di quanto dico è che Carson, che in fatto di donne non è uno stupido, si accorge di questa "attrazione", tanto che finisce per essere irretito anche lui: la scena finale, in cui decide di fuggire pur di non salutare Annie, palesa quel quid in più che è scattato nella testa di Carson, quid che è potuto scattare solo perché magari il vecchio ranger non esclude che ci sia uno spiraglio di apertura anche dall'altra parte. Certo, Annie è una fanciulla del West, non si perita di uscire col primo venuto dai capelli biondi e gli occhi azzurri, ma a me la sensazione che tra la giovane pistolera e il vecchio reprobo sia scattato o potesse scattare qualcosa rimane, e a mio parere non è solo una sensazione soggettiva, ma un messaggio più o meno esplicito che Borden ha lanciato. Nella mia rilettura delle boselliane, mi aspetterebbero ora Gli Invicinbili, ma ovviamente la salto. Non ho bisogno di rileggerla né potrei scrivere qualcosa di nuovo. Dico solo che, dopo sole cinque storie, vedevo nel nuovo autore la salvezza e il futuro di Tex. È andata così.
  18. Perché, rispetto a prima, non ha più nulla da perdere. Gli resta solo la vendetta. Il finale non è contraddittorio. Contraddittorio con cosa? Con la vittoria di Torrence di qualche pagina prima? Non necessariamente nelle vicende umane ci sono messaggi da cogliere o situazioni univoche, spesso c'è invece il caso. Torrence ottiene giustizia, ma poi perde la vita per il desiderio di vendetta del suo antagonista. È un finale classico, e non è estraneo il desiderio di Borden di commuovere il lettore, che all fine resta col groppo in gola. Ma è una scelta narrativa, far accadere qualcosa di plausibile, anzi forse di troppo prevedibile, ma non certo di contraddittorio. Nella vita non c'è un destino prestabilito (siccome il cattivo Craig è stato punito, i protagonisti vissero felici e contenti): queste sono le favole. La vita è il caos, il caso, e questo ha raccontato Borden. È una scelta come un'altra, senza alcuna contraddizione. Lynch Gordon, il cattivo di Terrore a Silver Bell, è un malvagio tout court. Non conosciamo il suo passato, sappiamo solo che è un gran bastardo. Il capobanda di Colorado Belle, o Latigo, o Blackbird, sono gente spietata. Anche di loro non sappiamo nulla, sappiamo solo che non hanno cuore. Mickey Finn per me è un personaggio nero, ma il passato che il lettore può vedere dipinge su di esso delle venature di grigio: il ragazzo poteva avere un destino diverso, se avesse avuto un'infanzia diversa, se non fosse stato un reietto per due mondi. FAR VEDERE certe cose, contribuisce sì a caratterizzare il cattivo, ma anche a spiegarne le azioni, o il suo destino: sono sfumature di grigio, volutamente tratteggiate dall'autore su un personaggio che resta nero.
  19. Se mi conosci e mi hai letto con attenzione in passato, sai che da me hai poco da temere, ti ho sempre letto con occhi troppo faziosi Però mi cimentero' con piacere in questa lettura, e se le mie percezioni saranno cambiate rispetto al passato le riporterò fedelmente
  20. Commento molto bello. Boselli è innamorato del senso del Tempo, e la sua fascinazione per questo tema l'ha travasata tutta nel suo Tex, introducendo un elemento di pathos del tutto assente negli autori passati.
  21. Malsana perché magari qualche storia non mi piacerà più come in passato e farò incacchiare Borden con qualche commento🤣 Oggi ho letto Terrore a Silver Bell e mi è piaciuta molto. Diciamo che probabilmente l'eventualità di cui sopra è abbastanza remota dai
  22. Dopo due storie appartenenti al filone che potremmo definire "innovativo" (grandi comprimari, flashbacks, finali amari), filone affidato per anni a Carlo Marcello, ecco l'esordio di un altro filone che pure si può riconoscere nella prima produzione boselliana, quello che rispolvera certe atmosfere glbonelliane, filone attribuito invece a Letteri. È come se l'autore meneghino volesse caratterizzare i suoi due Tex attraverso il tratto del disegnatore: il Tex 2.0 affidato al disegnatore ligure, il Tex tradizionale al decano romano. In tal caso, l'ispirazione al classico bonelliano Il fiore della morte è abbastanza evidente: anche qui c'è un alieno, ma con un'inversione della specie: quello glbonelliano all'apparenza era un fiore nonostante si trattasse in realtà di un organismo animale mentre il parassita boselliano è un vegetale che si cela (in maniera orrenda e sconcertante) nel corpo umano. Quale che sia la natura dell'ospite indesiderato venuto dallo spazio ad infestare il West, esso è il protagonista di una storia che, pur non brillando per originalità, è comunque densa di eventi e appassionante, puro intrattenimento horror che ogni tanto sulle pagine del ranger non guasta. Per la prima volta leggiamo il famoso "raaahhh" che poi diventerà una costante delle pagine che in futuro Boselli scriverà per il personaggio di cui è padre letterario, mettendo in scena esseri in fin dei conti non così dissimili da quei vampiri cui dedicherà larga parte della sua vita futura. Vera co-protagonista della storia è anche la cittadinanza di Silver Bell, di cui si mette in evidenza dapprima la codardia in occasione della rapina di Link Johnson (bel cattivo davvero!), poi la fatuità che li spinge a una "gita di piacere" per la caccia ad un bandito che credono ormai fuori gioco, per finire con il panico delle ultime, concitate sequenze in città, in cui tentano di linciare un povero indiano che da anni vive in paese, mostrando il lato razzista e la furia cieca della massa fuori controllo in preda ad un orgasmo di emozioni. Insomma, storia promossa a pieni voti!
  23. Non so perché il messaggio è partito due volte, io l'ho mandato una volta sola, giuro. Mi è venuta un'idea malsana: come lo scorso anno passai la primavera in compagnia del "centinaio d'oro" bonelliano, così questa primavera potrei fare una rilettura completa delle storie boselliane, molte delle quali non le rileggo da anni. Vedremo se il tempo sarà stato impietoso nella mia percezione delle storie o se le stesse mantengono ai miei occhi la freschezza che avevano quando uscirono. Cercatori di piste - ma lo sapevo già, avendola riletta più volte nel corso degli anni - è ancora fresca fresca, come fosse appena uscita...
  24. Ai primordi della sua carriera texiana, Boselli sforna spesso storie come questa, con degli elementi messi apposta, quasi una scorciatoia, per fare breccia nel cuore del lettore: crea comprimari forti e ben caratterizzati, ai quali il lettore si affeziona e trepida per la loro sorte, spesso questi comprimari sono grigi, nel senso che non sono né buoni né cattivi, oppure sono buoni ma stanno dalla parte del torto giuridicamente parlando (Torrence, Shane e gli Irlandesi) o sono cattivi ma compiono gesti nobili (Corbett, Ray Clemmons) oppure, ancora, sono cattivi traviati da un vissuto difficile (Mickey Finn). Nel processo di empatia che Boselli allestisce per fare "innamorare" i lettori dei suoi personaggi, non lesina mai particolari importanti sul loro passato, con flashback significativi: vale per Mickey Finn, ovviamente per Clemmons (tutta la sua storia è un flasback), per Shane più di tutti, e non trascura questo elemento anche solo per personaggi minori (si pensi al prete de I Sette Assassini), talché si può dire che l'altro protagonista sempre presente nelle storie del primo Borden è il PASSATO. Flashback, ricordi, suggestioni, rendono il passato sempre decisivo per l'azione del presente, lo rendono sempre PRESENTE appunto, una dimensione atemporale che grava perennemente sui destini dei personaggi. È la lezione di Faulkner: "il Passato non muore mai. Anzi, non è nemmeno passato". Insomma, Boselli va sul sicuro in queste sue prime apparizioni, utilizzando sempre un medesimo schema (a proposito di schemi ripetitivi) atto a rapire il lettore e a commuoverlo. Potrebbero parere questi espedienti a buon mercato, se dietro non ci fossero in realtà delle sceneggiature maiuscole, davvero poderose. I personaggi sono credibili e il loro vissuto non è messo lì tanto per generare la lacrima facile: ci sono sempre situazioni credibili e appassionanti, addirittura il passato di Shane è storicamente accaduto al vero capo degli Invincibili irlandesi. Boselli porta così su Tex non solo dei personaggi, ma quasi delle persone "in carne e ossa", e li rende protagonisti di situazioni appassionanti, con un corredo di dialoghi molto diversi da quello del suo predecessore (meno scoppiettanti) ma spesso più profondi, drammatici, intimi. Ricordo che, ormai stanco (e lo sarei stato sempre di più col tempo) di un Nizzi sfibrato, guardavo con ansia il tamburino di ogni nuova storia nella speranza che il nome dell'autore cominciasse con la B, e quando ciò accadeva potevo star certo che avrei letto una cosa diversa, più bella, più appagante. Cercatori di Piste rientra nello schema che ho per grandi linee tratteggiato sopra: grandi comprimari, personaggi grigi, un passato che incombe su ciò che si è nel presente, un finale amaro e commovente. Ma oltre a questo, c'è molto di più: dialoghi, avventura e western a profusione, per quello che fin da subito si potrebbe ribattezzare il Tex 2.0, un nuovo modo (ma senza tradire il personaggio) di narrare le vicende del ranger che ha accompagnato il nostro alla fine del secolo scorso e lo ha traghettato felicemente nel terzo millennio. Insomma, Cercatori di Piste, riletta per l'ennesima volta, ha colpito ancora... Ai primordi della sua carriera texiana, Boselli sforna spesso storie come questa, con degli elementi messi apposta, quasi una scorciatoia, per fare breccia nel cuore del lettore: crea comprimari forti e ben caratterizzati, ai quali il lettore si affeziona e trepida per la loro sorte, spesso questi comprimari sono grigi, nel senso che non sono né buoni né cattivi, oppure sono buoni ma stanno dalla parte del torto giuridicamente parlando (Torrence, Shane e gli Irlandesi) o sono cattivi ma compiono gesti nobili (Corbett, Ray Clemmons) oppure, ancora, sono cattivi traviati da un vissuto difficile (Mickey Finn). Nel processo di empatia che Boselli allestisce per fare "innamorare" i lettori dei suoi personaggi, non lesina mai particolari importanti sul loro passato, con flashback significativi: vale per Mickey Finn, ovviamente per Clemmons (tutta la sua storia è un flasback), per Shane più di tutti, e non trascura questo elemento anche solo per personaggi minori (si pensi al prete de I Sette Assassini), talché si può dire che l'altro protagonista sempre presente nelle storie del primo Borden è il PASSATO. Flashback, ricordi, suggestioni, rendono il passato sempre decisivo per l'azione del presente, lo rendono sempre PRESENTE appunto, una dimensione atemporale che grava perennemente sui destini dei personaggi. È la lezione di Faulkner: "il Passato non muore mai. Anzi, non è nemmeno passato". Insomma, Boselli va sul sicuro in queste sue prime apparizioni, utilizzando sempre un medesimo schema (a proposito di schemi ripetitivi) atto a rapire il lettore e a commuoverlo. Potrebbero parere questi espedienti a buon mercato, se dietro non ci fossero in realtà delle sceneggiature maiuscole, davvero poderose. I personaggi sono credibili e il loro vissuto non è messo lì tanto per generare la lacrima facile: ci sono sempre situazioni credibili e appassionanti, addirittura il passato di Shane è storicamente accaduto al vero capo degli Invincibili irlandesi. Boselli porta così su Tex non solo dei personaggi, ma quasi delle persone "in carne e ossa", e li rende protagonisti di situazioni appassionanti, con un corredo di dialoghi molto diversi da quello del suo predecessore (meno scoppiettanti) ma spesso più profondi, drammatici, intimi. Ricordo che, ormai stanco (e lo sarei stato sempre di più col tempo) di un Nizzi sfibrato, guardavo con ansia il tamburino di ogni nuova storia nella speranza che il nome dell'autore cominciasse con la B, e quando ciò accadeva potevo star certo che avrei letto una cosa diversa, più bella, più appagante. Cercatori di Piste rientra nello schema che ho per grandi linee tratteggiato sopra: grandi comprimari, personaggi grigi, un passato che incombe su ciò che si è nel presente, un finale amaro e commovente. Ma oltre a questo, c'è molto di più: dialoghi, avventura e western a profusione, per quello che fin da subito si potrebbe ribattezzare il Tex 2.0, un nuovo modo (ma senza tradire il personaggio) di narrare le vicende del ranger che ha accompagnato il nostro alla fine del secolo scorso e lo ha traghettato felicemente nel terzo millennio. Insomma, Cercatori di Piste, riletta per l'ennesima volta, ha colpito ancora...
  25. Non direi questo. Forse è vero che riusciva a ripartire meglio i momenti di gloria tra i vari pards, inclusi Kit Willer e soprattutto Tiger, che GLB metteva spesso sugli scudi. Mentre Nizzi ha voluto sempre molto bene a Carson, mantenendo solo lui e facendo fuori gli altri. La differenza forse sta tutta qui: GLB dava spazio a tutti i pards, Nizzi invece tutti e quattro non li sapeva gestire. È uno scherzo del destino che: - proprio Nizzi abbia scritto le storie campali di Kit Willer e Tiger (due capolavori) nonostante palesemente non li amasse in modo particolare; - proprio Nizzi, del cui amore verso Carson non c'è da dubitare, stesse invece affossando il Vecchio Cammello, rimbambendolo oltre misura, rendendolo l'utile idiota buono a spiegare al lettore (evidentemente considerato idiota anch'egli dall'autore) cose che il lettore poteva intuire da sé, e che invece vedeva bellamente spiegate a quello svampito di Carson.
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