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TWF - Tex Willer Forum

Leo

Ranchero
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Everything posted by Leo

  1. E già che ci sono, ne approfitto per dire che DISSENTO anch'io con la mia stessa affermazione del 2012... Ah, vedo che avevo già dissentito
  2. Non escludo che possa aver influito anche questo meccanismo. Tuttavia, tra le storie che mi ero rifiutato di acquistare c'era ad esempio Le colline del Vento, che veniva dopo una storia di Boselli (vado a memoria, spero di non sbagliare) che mi aveva entusiasmato. Quando vidi che la successiva era di Nizzi sbottai, perché ero affamato di Boselli. Leggendo però Le colline del vento dopo tanti anni, l'ho trovata una storia bella in sé stessa, e non credo che abbia influito il fatto che in qualche modo mi fossi disintossicato da Nizzi. Questo è un aspetto che tu mi hai aiutato a mettere a fuoco. Tuttavia, io non credo che Nizzi lo facesse apposta. Era semplicemente il suo modo di scrivere, il modo in cui le storie gli venivano in testa. Oltre a quello di Glb, Nizzi ha conosciuto anche il Tex di Nolitta: chissà che, inconsciamente, non abbia finito per fondere i due characters (perché i Tex di padre e figlio sono proprio due personaggi diversi). E questo suo modo di scrivere, per quanto non del tutto nel canone texiano (che evidentemente Nizzi era incapace di replicare), poiché riusciva a produrre comunque buone o ottime storie e un Tex comunque riconoscibile, per quanto a volte un po' più fallibile e meno ispirato di quello di Glb (ma non era una regola), è stato apprezzato dai lettori dell'epoca (parlo sempre del Nizzi pre-crisi). Chi, poi, come me, ha conosciuto per primo il Tex di Nizzi, non ha vissuto quello stacco che altri, come te per ragioni anagrafiche, avete sofferto. Tuttavia, anche in questo caso, non so se non aver vissuto la cosa in presa diretta abbia davvero cambiato la mia percezione in questo senso. Io le storie di Glb poi le ho lette, e credo di poter giudicare le differenze, anche se a posteriori. Semplicemente, le vedo (anche grazie ai tuoi post), le peso, e ci do probabilmente meno importanza di quanta ne dai tu. Soprattutto gliene do molta poca se le storie mi piacciono. E torniamo nel campo del soggettivo, del gusto, della percezione, del peso. Elementi che tu tranci via col bisturi, perché la tua è l'analisi asettica e perfetta dello scienziato. Dello studioso. In questo senso, spesso non hai torto. In altri, però, credo che la tua intransigenza non sia sempre giustificata
  3. Non l'ho fatto per due ragioni: 1) non è il topic giusto 2) ne abbiamo parlato, proprio io e te, a iosa, di quella storia. Penso di averne parlato con Diablero e con te più che con chiunque altro. E siamo talmente teste dure che non troviamo una sintesi. Mi sono ripromesso di non parlare mai più di quella storia qua dentro, voglio serbarne un ricordo immacolato e non deturpato da voi criticoni che volete distruggermela, cattivi!
  4. Ok, se astio si usa solo nei confronti delle persone, non è il termine corretto, d'accordo, anche se rende l'idea. Poiché il tuo non era un post dai toni simpatici verso Piombo Caldo, pensavo avessi voluto consentirti un puntiglio verso di lui. Anche se era solo a fini didattici, non mi è sembrato simpatico. Ma adesso che mi hai manifestato le tue intenzioni, non dubito che fossero quelle Credo che un po' tutte le opere di genere possano essere viste come una sorta di puzzle di altre opere di genere. Spesso si trae ispirazione per raccontare, magari con situazioni simili, una storia diversa. Una storia bella, in questo caso, per i miei gusti. Il grande paese non lo ricordo, provai a leggerne il libro, anni fa, ma non mi prese. Dovrò riprovarci.
  5. Vuol dire che parli con rancore di un'opera che ritieni sia stata lesiva di un personaggio che ami molto, e di un autore che è stato a tuo dire ingeneroso anche con il creatore di Tex. In questo senso Piombo Caldo ha usato la parola "astio". Forse non è quella giusta, ma è solo per rendere idea. Per dire che tu non tolleri l'opera di quell'autore e ne parli, in maniera del tutto legittima anche se a volte sgradevole (per me) male. È solo per rendere l'idea, Diablo, non per farti chissà quale accusa. "Odi" l'opera di Nizzi per mille ragioni, da te più e più volte spiegato. Nessuno sta dicendo che non devi parlarne male
  6. Per me spesso non lo coglie. E anche quando spiega dettagliamente il suo punto di vista, postando le vignette, e aggiungendo di sentirsi scemo a dover spiegare certe cose a gente adulta (poi però Letizia censura Piombo Caldo ,come se questa affermazione non sia di suo un tantinello antipatica e provocatoria), a me spesso non convince comunque. Lui si sentirà scemo a doverlo spiegare, io quindi dovrei sentirmi scemo perche non riesco a cogliere? Perche non vedo le magagne che lui si ostina a pretendere sacrosante in Fuga da Anderville? O in Sangue sul Colorado? La verità è che, anche quando Diablero ha la pretesa di oggettività (cioè quasi sempre), semplicemente non ce l'ha. Centinaia di discussioni stanno lì a testimoniarlo, topic su topic di flames, in cui altri gli rintuzzano le critiche, hanno opinioni diverse e le argomentano. Perché è difficile essere oggettivi, scientifici, in un campo come questo, che vive di emozioni, di sensazioni, che va oltre le lettere scritte nero su bianco nei baloon, oltre i tecnicismi delle sceneggiature. Diablero ha una capacità di analisi, e di scrittura, non comuni. I suoi post sono sempre interessanti, spesso illuminanti. Ti aiuta ad analizzare, a cogliere dei punti. La sua narrazione sul Nizzi che volutamente rovina Tex perché lo tiene sullo stomaco è anche suggestiva; se la si prende come iperbole di un certo suo sentiment verso l'opera nizziana è intrigante (io non concordo, ma a tante cose non avevo mai pensato prima che lui me le rendesse chiare, da questo punto di vista avere un utente come lui è estremamente stimolante). Ma lo stile è provocatorio, astioso nei confronti di Nizzi autore, e converrete spero tutti che è antipatica alle volte tutta quella sicumera e pretesa di oggettività. Credo che possa convenirne anche lo stesso @Diablero. E anche se lui lo crede, no, @Mister P, non coglie sempre il punto. A parer mio, ovvio
  7. A proposito di refusi, io francamente trovo profondamente sbagliato, scusami @Letizia ma te lo devo proprio dire, correggere altri utenti su errori ortografici. Io non conosco Piombo Caldo, non so se ha potuto studiare, non conosco la sua storia. Non mi sognerei mai di correggere qualcuno su un social. Poi magari Piombo è un professore di italiano, e quello è solo un errore del T9, ma la sostanza non cambia. Così come concordo che quello di Diablero sia astio, non ci sono altre parole. E' un astio verso un'opera, dal suo punto di vista motivato, per tutto quanto Diablero ritiene che Nizzi abbia fatto su Tex. Non c'è nulla di offensivo. Offensivi, alle volte, sono certi modi. Ma non quelli di Piombo Caldo
  8. Non c'è un numero spartiacque, ma si può dire che c'e una caduta progressiva a partire dal numero 400: in questo periodo, Nizzi soffre di una crisi di idee che lo porta a non scrivere neanche piu una riga (nel 1991, ha scritto Carlo Monni sopra). Dal 400 in poi si alterneranno storie non più brillanti con ancora buone (e in certi casi ottime, come per il texone di questo topic) sceneggiature. Nella fascia 400-500 troviamo infatti, pur in uno scadimento generale della qualità delle sue sceneggiature, ancora delle storie importanti: L'uomo senza passato, ad esempio, scritta con Villa anche nelle vesti di soggettista, è molto bella; i texoni La Valle del terrore, L'uomo di Atlanta, L'ultima Frontiera, Sangue sul Colorado, L'ultimo Ribelle, Il cavaliere solitario, meritano tutti di essere letti (sono anzi a mio parere tra le storie più belle di questa collana), nella serie regolare si mettono in luce storie come Gli Uomini che uccisero Lincoln, Il Presagio, Le colline dei Sioux, la storia sul generale Custer (che io non apprezzo particolarmente, ma so che a molti è piaciuta), la Maschera dell'orrore. Queste storie, o almeno parte di esse, io le ho recuperate anni dopo che sono uscite in edicola. Questo perché in quel periodo evitavo le storie di Nizzi: mi sapevano di vecchio, di stanco, perché in quel periodo oltre ad esse uscivano anche le storie di Boselli, che erano tutte animate da un afflato epico. Non era facile, per me, entusiasta delle vicende ad alto tasso di pathos e lirismo di Boselli, tornare al tran tran nizziano. Pensavo che ormai l'autore di Fiumalbo avesse fatto il suo tempo. Mi sbagliavo appunto, perché ancora di zampate sapeva darne; solo che io, ottenebrato da una sorta di idiosincrasia nei suoi confronti, non le sapevo più riconoscere. Per fortuna le ho recuperate in seguito. Purtroppo però ho recuperato anche la fascia post 500, in cui il nostro ha fatto registrare un crollo verticale. La stanchezza era tale che, a volte, nemmeno il mestiere riusciva più a sopperire e ad evitare l'uscita in edicola di storie piatte e insulse. A metà della fascia 500, Nizzi ha una lieve ripresa, ma solo grazie al fatto che ai soggetti si fa aiutare da un ghost writer mai accreditato (bella cosa, per uno che si è lamentato per anni del fatto che la SBE non gli faceva firmare le storie!); soggetti tutto sommato accettabili, che lo aiutano anche nella scrittura di sceneggiature un po' più briose rispetto alle ultime, scialbe performance. Ma è una breve stagione, che prelude all'ingloriosa fine, ben simboleggiata da Oltre il fiume (nn. 596-597), la cui sceneggiatura è forse la peggiore mai apparsa su tutta la saga. C'è poi una quarta fase (dopo la prima, ottima, che dura fino al 400; la seconda, buona/discreta, tra 400 e 500; la terza, a dir poco mediocre ma con punte pessime, post 500), quella consentita da Boselli che riarruola un ormai ottuagenario Nizzi qualche anno fa. Sorprendentemente, il vecchio autore non se la cava poi così male, anche se alcune sue storie sono inaccettabili: si pensi alla tanto vituperata (a ragione) scena delle mutande sul battello più volte richiamata da Diablero. Tuttavia, soprattutto sui Maxi Nizzi si toglie ancora qualche soddisfazione: la verve nella scrittura di queste ultime storie credo che si possa spiegare con una rinnovata capacità dell'autore di tornare a divertirsi a scrivere Tex, forse perché non più ossessionato dalle scadenze cui era sottoposto nella fase "attiva" della sua carriera. Questo suo divertimento si è tradotto nel divertimento di tanti lettori, che hanno apprezzato (molti altri hanno invece considerato questo ritorno una iattura, ma di fatto Boselli, richiamandolo, ha esplicitamente ammesso che in giro non c'è tanta gente che sappia scrivere Tex, e Nizzi è, lo è ancora, tra questi). E non perché siano lettori sempliciotti. O forse sì, ma è poco importante. Ciò che importa è che si siano divertiti.
  9. In realtà prende tempo con lo Sceriffo, gli chiede di poter verificare se le donne siano in salvo. Magari da lì in poi potrebbe inventarsi qualcosa, chi lo sa? ma la scelta narrativa è diversa: interviene il vecchio McLean, un personaggio a mio parere significativo, riuscito. Il suo ingresso in scena non è limitato a cavare le castagne dal fuoco a Tex, ma è finalizzato a preparare il drammatico e sorprendente finale, in cui il vecchio (che simboleggia una certa visione della vita) vince sul nuovo, ma al prezzo tremendo di uccidere una parte di sé. Magari, senza quest'intervento, Tex si sarebbe inventato qualcosa, chissà; ma non ce n'è stato bisogno, grazie a uno snodo narrativo accettabile (a mio parere, non solo accettabile, ma molto bello). Il Tex di Nizzi non è mai stato quello di GLB. Quello del creatore era anarchico, incontrollabile, un vulcano costantemente in eruzione. Quello di Nizzi è stato sempre più pacato, più legalitario. Nizzi non è riuscito, nemmeno nei suoi anni migliori, a rendere al meglio questo tipo di caratteristiche di Tex. Come probabilmente non c'è riuscito nessuno dopo di lui. Il Tex di GLB è semplicemente inimitabile. Il campo in cui Nizzi ha forse eguagliato il maestro, o comunque è stato quello ad andarci più vicino, è in effetti quello dei dialoghi brillanti. L'ironia, la brillantezza, l'umorismo delle sceneggiature nizziane - del primo Nizzi - sono a mio parere tra le peculiarità più felici dell'autore modenese. C'è, dentro questi dialoghi, il cameratismo di un gruppo di amici, c'è la complicità tra di loro ma anche con il lettore, cui sembra quasi che Tex e pards strizzino l'occhio in un momento di comune divertimento; c'è una certa visione "leggera" della vita. Ma questo non significa che le storie siano solo bistecche e patatine. Queste sono solo un "tormentone", peraltro già esistente, che non è una mera scopiazzatura di GLB, ma è invece felicemente innestato in un contesto che funziona, che diverte il lettore, per il quale quel tavolo sotto cui stendere le gambe e sopra il quale gustarsi una bella birra e una bistecca alta tre dita è un momento di tregua dell'avventura, un momento di leggerezza di cui approfittare per "chiacchierare" un po' con i suoi amici del West. Le bistecche e le patatine di Nizzi erano - e lo sono ancora adesso, a rileggerle - davvero gustose, saporite, e la sua birra era dissetante. Lo sono state finché Nizzi si è divertito a scrivere Tex. Poi non si è divertito più. Io credo che il problema del tardo Nizzi non fossero questi momenti, quanto il fatto che oltre a questi non c'era più nulla. Non c'era entusiasmo, non c'era passione, c'era il burnout, sempre più evidente nelle sue sceneggiature fiacche, noiose, alcune al limite del presentabile. La SBE avrebbe dovuto prendere dei provvedimenti, ma colpevolmente non lo fece, inducendo al burnout texiano anche molti lettori, cui il nome di Nizzi sul tamburino faceva ormai venire l'orticaria (me incluso, molte sue storie le ho recuperate solo dopo essermi iscritto al forum). Nizzi è un uomo probabilmente rustico, di paese. Quando dice che i suoi lettori cercano in Tex "un bagno caldo" non li sta offendendo, anzi lo dice con simpatia. Quella stessa simpatia che poi ha saputo tante volte infondere nelle pagine delle sue storie, non solo di Tex. Io ho letto alcuni suoi romanzi, dei gialli ambientati in paese, gustosi e piacevoli, il cui punto di forza sta proprio nell'ambientazione in piccoli paesi di provincia, popolati da gente semplice, rustica, di una semplicità che non è un difetto ma una qualità, sinonimo di schiettezza, valori sani e umili, sincerità. Questo vuol dire Nizzi quando chiama "semplici" i lettori, e queste a ben pensarci sono anche le caratteristiche di tanti suoi personaggi anche in Tex: lo sceriffo non eroico ma persona perbene, il vecchietto simpatico, l'anziano lavoratore che ha faticato una vita in miniera o a zappare la terra, il buon frate un po' tocco. "Semplice" per Nizzi è un pregio. Ma questa sua visione di semplicità è stata anche, a lungo andare, un limite. Che è venuto fuori però solo quando non ce l'ha fatta più. Prima, Nizzi non ha scritto storie semplici per sempliciotti. Le sue storie potevano essere gialle, con La locanda dei fantasmi ha introdotto l'elemento psico-noir, molto suggestivo, c'erano le storie di congiure (I Cospiratori, Attentato a Santa Fe, Gli uomini che uccisero Lincoln), c'erano le storie commedia (La Congiura, un vero spasso, La leggenda della vecchia missione, indimenticabile), le storie drammatiche (Anderville, l'Uomo senza passato, Fiamme sull'Arizona, Le Colline del Vento, Furia Rossa), storie robustamente western (La grande Rapina), storie fantasy (Nelle paludi della Louisiana), storie del Grande Nord, ecc. Storie varie, ricche, ben costruite, avvincenti, scritte sempre per quel pubblico che lui considera semplice, ma che rispetta e che vuole far divertire. E' solo dopo, quando è arrivato al burnout, che ha confuso la semplicità dei lettori con la dabbenaggine: ma qui a mio parere è più una versione di comodo che si è auto-costruita, perché semplicemente Nizzi a un certo punto non sa più cosa scrivere, non si diverte più, e giustifica le sue storie sempre più insulse trincerandosi dietro la presunta semplicità del lettore. E qui, in questa fase, viene fuori impietosamente il carattere dell'uomo, che litiga con Sergio Bonelli, che - più tardi ancora - viene richiamato da Boselli ma nei confronti del quale si comporta in maniera a dir poco ingenerosa, che si lascia andare a giudizi sulla Bonelli che fanno capire più cose di lui che li esprime che non della Bonelli che ne è vittima. E' qui che Nizzi manca di rispetto. Al suo vecchio editore. A chi lo ha arricchito. A chi lo ha richiamato. Al lettore. Ma, prima di tutti, a sé stesso.
  10. Magari nemmeno io sono più d'accordo con me stesso sono passati troppi anni e di questa storia non ricordo proprio nulla
  11. A me questa storia di Nizzi piacque molto, come tutte le sue della guerra civile (anche l'altro Texone, L'uomo di Atlanta, è molto bello, per non parlare di Anderville, ovviamente). Ma sui disegni è semplicemente aberrante ciò che è stato fatto, contravvenendo lo spirito di questa pubblicazione e offendendo un grande artista quale Wilson è. Peraltro senza nemmeno motivazioni valide, perché le tavole postate sopra da Magic Wind (che ringrazio perché non le avevo mai viste) dimostrano che non c'era davvero nulla che non andasse nella caratterizzazione di Tex. Molto più eretici i Tex di Breccia e Kubert, ad esempio (il primo l'ho trovato insopportabile, con quel naso adunco a me indigesto), ma mai avrei voluto che venissero sostituiti con un'operazione di taglia e cuci di pessimo gusto. La Bonelli alle volte era davvero inscusabile...
  12. Per me è una delle sue minori più belle. Il Bos ha una produzione variegata, e sono diversi i "format" in cui eccelle: le sue triple sono arcinote e possiamo anche tralasciarne i nomi (tanto sono note), ma tra le sue doppie ci sono delle vere e proprie meraviglie, come questa del presente topic, come Colorado Belle, Missouri, La lunga pista, L'ultima diligenza, i Giustizieri di Vegas, Il Fuggiasco, e altre che starò dimenticando. Questa poi è una storia in blanda continuity per via del personaggio di Bronco, gran bel character, che ci fa riandare con la memoria a quei Sette Assassini che è una delle storie boselliane più belle.
  13. Il soggetto è veramente il minimo sindacale, è sempre la stessa storia, come ho scritto anch'io il pilota automatico che utilizza Nizzi fa innescare un meccanismo analogo anche nel lettore, che legge "a mente spenta". Ora, un lettore più esigente (quale sono stato anch'io per tanto tempo) dovrebbe solo bocciare questa storia, l'ennesima trama abusata e di nullo interesse. La cosa assurda è che la sceneggiatura, briosa e frizzante, funziona. O forse è il nostro cervello che non funziona più, abituato ormai a tanta mediocrità? Dovremmo fare causa alla SBE per averci lobomotizzati a tal punto che ci accontentiamo di queste loro misere proposte? Non so, so solo che mi ci sono divertito, mi dovrò rassegnare a un declino cognitivo evidente...
  14. Ma infatti ero ironico, Letizia!! non hai letto quello che ho scritto tra parentesi dopo aver usato la parola "nizziani"? Qui è facile essere scambiati per nizziani quando difendi una storia di Nizzi... se proprio devo darmi una patente, allora quella è da boselliano, ma preferisco fondamentalmente quella di texiano Non mi sei attenta, non mi sei
  15. Buonissima, l'idrolitina. Noi nizziani (tanto ormai s'è capito che qua si deve necessariamente affibbiare un epiteto ai lettori che non disdegnano Nizzi) siamo di bocca buona, grana grossa, cara Letizia, grana grossa.
  16. Non solo quelli, che pure mi sono piaciuti. Vedere battibeccare i due come ai vecchi tempi è per me un piacere, e credo che anche Nizzi si sia divertito nel riproporre le consuete, gustose pantomime tra i due pards (a onor del vero, nell'ultima parte della storia forse eccede un po'). Ma anche il resto l'ho trovato svelto, dinamico, tosto al punto giusto, complici anche i disegni di Torti che trovo molto efficaci. Se devo giudicare l'operato dell'ultimo Nizzi, non posso che concordare con la proposta di Diablero su una collana Nixi-Tex. Ciascuno legge ciò che gli piace senza nemmeno il timore di inoltrarsi in polemiche infinite sul forum: stiamo di fatto leggendo cose diverse, assecondando i nostri gusti. Così io posso continuare a pensare che i dialoghi proposti da Nizzi siano davvero frizzanti, non semplici battibecchi tra comari né acqua gasata con la CO2
  17. Nizzi scrive una trama fatta sostanzialmente di azione, con atti di guerriglia ai danni di nemici poco all'altezza e con un finale sbrigativo e "faraciano". Nulla di nuovo sotto il sole, sempre la solita minestra per i suoi lettori da "bagno caldo". Leggi in relax, senza impegno, nessuna sorpresa, poco interesse. Ma tutto sommato è una buona lettura. Perché c'è ritmo, ci sono dialoghi frizzanti, c'è fluidità di narrazione. C'è tutto il mestiere di un autore che sa scrivere Tex e che continua a saperlo scrivere, magari anche divertendosi, nonostante e forse anche grazie alla sua età. Perché è meglio questo Nizzi che scrive senza particolari vincoli, da vecchio leone che ogni tanto si diverte a dare una zampata, con una leggerezza che in questo caso si traduce nel brio di questa sua buona sceneggiatura, che quello che non si vergognava di proporre Cane Giallo e i Fratelli Donegan, quando era bollito ma non voleva, perniciosamente, mollare.
  18. La grande rapina lo considero il mio Texone preferito. Una storia stupenda, una grande prova d'autore di entrambi gli autori. Oggi me lo sono ritrovato tra le mani, non ho potuto per ragioni di tempo leggerne che una minima parte, ma ricordo l'entusiasmo che in me hanno prodotto le varie letture nel corso di questi oltre trent'anni. Mi innamorai di Ortiz, un amore che non è mai venuto meno anche in futuro, nonostante le ultime prove non fossero all'altezza del periodo iniziale. Nizzi ispiratissimo, autore credo di un vero e proprio capolavoro della saga. Era ancora il suo periodo migliore, e credo che questa sua storia, un western sporco e cattivo come poche altre avventure del nostro, sia da annoverare tra le sue vette più alte. Magnifico.
  19. E purtroppo è uno dei punti di partenza della storia. Un'altra cosa su questa storia: il soggetto è ottimo. La sceneggiatura è più che buona, ma si velocizza molto nel finale. Boucher scompare di scena troppo rapidamente, quando sembrava avere i crismi per essere invece un cattivo di altro spessore. Credo che l'accelerazione delle ultime scene, che ha impedito uno sviluppo più arioso e magari epico, sia la solita costrizione dei due albi, quando magari, con qualche pagina in più, poteva darsi maggior robustezza alla fase finale.
  20. La storia è buona, anche grazie alle sottotrame che la alimentano e all'ottimo personaggio di Lagarde. CONTIENE SPOILER Mi resta però un tarlo: già il giorno dopo l'arrivo al Forte di Tex e Carson con Big Frank come prigioniero, c'è un avvocato pronto a difendere quest'ultimo e degli scagnozzi pronti a farlo fuori una volta che sarà scarcerato. Ma come ha fatto, in quelle sperdute latitudini, Pierre Boucher a sapere che Big Frank era stato preso prigioniero? Già il giorno dopo, soprattutto. E subito convincersi ad ammazzarlo. Da qui parte poi l'avventura, con Tex che convince Frank ad affidarsi a loro per non essere fatto fuori dai suoi ex sodali. Sta in piedi? Secondo appunto: Carson che si fa fregare. Non aggiungo altro. Lagarde è un personaggio riuscito. La debilitazione per lo stress patito nei giorni in cui, nell'inverno più glaciale, tutti i suoi compagni sono morti si aggiunge alla probabile prostrazione mentale che già il tenente doveva avere per la morte della fidanzata. Il suo amico Larry e la sua Angelica tornano a consigliarlo, lo rendono paradossalmente più lucido proprio in quei momenti di nebbia in cui parla da solo. Ci sta che Nadine se ne innamori e che comprenda il dramma interiore e la malattia di quello sfortunato. I disegni sono più caricaturali del solito, alcune vignette francamente rese male, con personaggi storti e scalcagnati. Discontinua la resa dei personaggi, da Nadine, a volte bella ragazza e altre volte poco gradevole, a Big Frank e ai pards. Solo su Boucher c'è continuità, perché brutto e truce lo è sempre, anche nelle vignette migliori. Come simili disegni, con le loro sproporzioni e con i loro aspetti sgraziati, possano entusiasmarmi e narrare con così tanta efficacia una storia nordica come questa, è una contraddizione che non mi spiego, un mistero della fede. Poco male, non lo svelo, me li godo e basta. È comunque un espediente classico, usato in mille situazioni da Glb, Nizzi e Boselli. In effetti sono troppo lontani da casa, ma le spiegazioni potrebbero essere tante, e di solito, anche in passato, non ci sono state date. Forse stavolta Ruju poteva inventarsi qualcosa, dato che il Canada è in effetti un tantino lontano, però io credo che spiegazioni su quest'aspetto possano pure essere tralasciate.
  21. Molto molto belli entrambi i disegni, non solo i personaggi (grazie per il "mio" Carson) ma anche per gli sfondi, realizzati in maniera perfetta. Ci vuole mano e talento anche solo per copiare, complimenti Bob
  22. In effetti no. Nizzi, soprattutto il Nizzi dei primi tempi, che secondo me ha sempre avuto più problemi sui soggetti che sulle sceneggiature, si "rifugiava" spesso in situazioni e personaggi ripresi da Glb, con alterne fortune. Nel caso di Zhenda, la retcon è del tutto gratuita e non giustificata nemmeno dalla qualita della storia.
  23. La storia è interamente di Boselli. L'ho intervistato anni fa su questa avventura e gli ho fatto presente che lo sparo al ragazzino in processione era una scena inconsueta per la sua carica di violenza. Lui mi rispose che il ragazzino era solo stato ferito (ma in realtà dalla vignetta non si evince questo, glielo dissi anche) e che comunque la scena (che per me come ho già detto è bellissima) andava contestualizzata. In quell'intervista gli chiesi pure cosa ne pensasse dei terroristi politici alla Shane (che in patria aveva ucciso poliziotti e uomini politici) e lui mi rispose che anche Michael Collins e Mazzini adottavano metodi terroristici, ma sono stati eroi per la libertà delle rispettive patrie.
  24. Il mucchio selvaggio non c'è solo nella scena finale, ma anche nella sequenza, drammatica e bellissima, della processione di sangue. Sono omaggi ma al contempo sono scene perfettamente incastonate nella storia, non sterili rimandi ma momenti centrali delle vicende narrate. E' una sceneggiatura ricca di rimandi: coglie elementi dalla Storia, dalla letteratura, dal cinema e li mescola in una vicenda raccontata in maniera semplicemente entusiasmante. Pensate che gli Invincibili sono esistiti davvero, davvero hanno assaltato il cellulare e davvero hanno ucciso un poliziotto. È tratta dalla Storia anche la successiva fuga verso la ferrovia nonché l'assassinio politico, narrato poche pagine dopo, di Lord Cavendish, a seguito del quale Boselli fa fuggire Shane verso l'America. Per l'assassinio del poliziotto, inoltre, furono condannati a morte - pare - alcuni uomini che forse non avevano commesso il fatto, mentre il principale colpevole riuscì a fuggire. Mi è sempre piaciuto pensare che quegli uomini fossero tanti Danny Moran, che magari avranno maledetto, in punto di morte, il loro Shane, colui che nella realtà li ha abbandonati. Mi piace pensare che Boselli abbia attinto anche da questa circostanza per tratteggiare il personaggio di Danny, traditore per un senso di rivalsa nei confronti di Shane ma in definitiva vittima della sua codardia. Per me questa resta la storia più bella della saga. Dopo Il Passato di Carson.
  25. Il peggiore credo sia invece Mercanti di schiavi. Assurdi i livelli a cui era arrivato l'autore e con lui il nostro personaggio.
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