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TWF - Tex Willer Forum

Leo

Ranchero
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Everything posted by Leo

  1. Ultimata la rilettura delle storie boselliane degli albi che vanno dal 400 al 500, vorrei qui proporre una sintesi di quanto letto finora. La suddivisione in centinaia è ovviamente arbitraria, ma non più di quanto non lo siano molte date convenzionali della Storia, e si presta quindi ad essere utilizzata per un primo “bilancio” delle mie letture di questi giorni. Probabilmente non dirò, in questo mio intervento, nulla di nuovo rispetto a quanto detto finora negli oltre 2.000 messaggi che ho postato nel forum, a commento delle varie storie o nei confronti tra gli autori. Tuttavia, mi piace qui postare un commento a caldo, come consuntivo della rilettura sistematica che ho avviato in questa primavera 2021, che mi sta portando a riscoprire storie che non leggevo da tempo o, come nel caso del Morisco, che non avevo mai letto. Spesso si è definito quello di Boselli come il Tex 2.0: alcuni lo hanno fatto con accezione negativa, altri ritenendo invece che quella boselliana sia stata una ventata di freschezza in una testata a serio rischio di asfissia. Naturalmente, io appartengo alla seconda fazione, avendo sempre ritenuto che gli elementi di novità apportati da Boselli su Tex abbiano salvato il personaggio principe della SBE da morte pressoché certa. L’intervento di Nizzi aveva infatti sì consentito a Tex di navigare a vele spiegate per molti anni dopo l’abbandono del creatore del ranger, ma anche quella “barca” stava arenandosi nella pervicace ripetitività di alcuni schemi e situazioni che, a distanza di quasi 50 anni dalla creazione del personaggio, avevano generato un po’ di stanchezza, nei lettori come nello stesso autore principale che, non volendo o sapendo staccarsi da certe sue rotte consuete, non riusciva più a reggere il timone e a dare all’imbarcazione una rotta salda e sicura. L’intervento di Boselli è stato per “sottrazione” e per “addizione”: ha cioè limitato Tex, sottratto allo stesso un certo numero di pagine, per lasciare spazio non agli antagonisti (ché questo aveva saputo farlo anche Nizzi, nel fulgore della sua carriera) ma ai comprimari, ai co-protagonisti. Tex, Carson e gli altri due pards non possono morire, quindi scrivere storie innovative, che non fossero la consueta sequela di avventure dall’esito scontato, passava giocoforza dalla creazione di nuovi personaggi, il cui destino fosse invece sempre in bilico. Occorreva quindi creare un universo di co-protagonisti per le cui sorti si potesse trepidare, dando loro il giusto spazio ma senza mettere in ombra Tex. Gioco molto pericoloso, la cui riuscita poteva dipendere dalla fermezza del polso di colui che si accingeva a una simile impresa e da una perfetta conoscenza tecnica della macchina che si voleva assemblare: caratteristiche che Mauro Boselli ha dimostrato di possedere appieno, divenendo il creatore del Tex 2.0 e, più in generale, il salvatore di Tex. Nuovi personaggi, quindi, su cui riversare l’alea delle avventure. Ma, affinché tali nuovi personaggi facessero breccia nel cuore del lettore, affinché quest’ultimo li percepisse come meritevoli di empatia e di interesse, occorreva che gli stessi fossero ben tratteggiati, che li si conoscesse, che ci fossero gli elementi per amarli. E qui nasce l’idea del passato: questi personaggi non li vediamo solo nel tempo “presente”, funzionali alla storia che li ospita, ma ne conosciamo il vissuto, le vicende, le sofferenze che li hanno infine portati nelle pagine del mensile. Guardiamola, questa messe di comprimari, tanti quanti non ce n’erano forse stati nelle pagine del ranger fino a quel momento: Ray Clemmons e Lena Parker, il Sergente Torrence e Mickey Finn, naturalmente Shane e i soldati dell’Oca Selvaggia, l’Ingegner Castleman, Gothlay e la sua famiglia, il figlio del comanchero Juan Raza, il grande Glenn Corbett. Con loro irrompe il passato, attraverso la tecnica del flashback, il cui utilizzo è dosato in maniera sapiente, posto che le pagine da dedicarci non possono per forza di cose essere molte e devono quindi essere dirette, rapide, devono centrare immediatamente l’obiettivo. Così, con poche ma sempre intense vignette, veniamo a conoscenza della storia dei personaggi, o meglio di un evento decisivo della loro vita, che ha avuto conseguenze e che ancora incombe sul destino degli stessi. Il lettore quindi è portato dapprima ad “affezionarsi” al character di cui ha appena conosciuto un evento traumatico o decisivo del passato, per poi seguirne le vicende con quell’interesse e quella curiosità che fatalmente non potevano essere più presenti nelle storie dal consueto schema “buoni e cattivi”, che vedeva irrimediabilmente la vittoria dei primi. Non sempre c’è il passato dietro la costruzione di tali personaggi, ma anche nei casi in cui non c'è l’uso che degli stessi ne fa Boselli li rende comunque indimenticabili, per caratteristiche o comportamenti: come scordare lo sceriffo Merrick? O il vecchio Bean, che aggredisce il figlio anche in punto di morte? Come non amare Liz, Laredo e Parkman? Come non avere incubi ricorrenti su Jack Thunder? Boselli, peraltro, non ricostruisce solo il passato dei suoi personaggi, creati per la storia del momento; si incunea invece anche nel passato dei pards, o dei comprimari storici, andandoci a raccontare quello di Carson nella sua storia più celebre, e più tardi anche quelli di Montales, Jim Brandon, El Morisco. E’ un’anticipazione dell’operazione in più larga scala che avrebbe compiuto anni dopo per lo stesso Tex, dando vita alle avventure del giovane Tex Willer. In tutto questo, il merito più grande dell’autore meneghino è forse proprio quello di non essersi giocato Tex. Nei meandri della vita dei nuovi personaggi, tra ribelli irlandesi e cacciatori di piste, tra galeotti e freaks assassini, il rischio di lasciare troppo in ombra il personaggio principale era concreto. Eppure, Boselli è riuscito, con un efficace lavoro di bilancino, a non oscurare mai Tex né a mettere in discussione il suo contributo all’esito della storia, che risulta sempre decisivo. Il lavoro per sottrazione, quindi, lungi dall’aver ridotto Tex a mero comprimario, ne ha invece esaltato ulteriormente le caratteristiche di decisore e risolutore, tanto più importante quanto più la storia si presentava intricata e complessa e animata da personaggi all’altezza. E il fatto poi che questi personaggi siano spesso grigi, oltre ad alimentare ulteriormente l’interesse del lettore, che non sa come, alla prova dei fatti, questi uomini si porteranno, esalta anche la figura di Tex buon giudice di uomini, pronto ad affidarsi a loro in circostanze disperate ma sempre con una certa consapevolezza di fondo. Il Tex 2.0 non è figlio solo di Boselli ma, come spesso accade, di tutto il "substrato" che Boselli ha acquisito nel corso della sua carriera di lettore e di scrittore. In Boselli non c’è solo Gian Luigi Bonelli, ci sono anche D’Antonio e Berardi, oltre ad altri contributi che non sono in grado, ahimè, di individuare. Non ci sono solo gli anni cinquanta e sessanta avventurosi del vecchio Tex, ci sono anche gli anni settanta e ottanta di Ken Parker. Boselli ha attinto a piene mani dalla lezione dello scrittore genovese: in Ken Parker, il personaggio principale spesso era solo un pretesto per raccontare storie della frontiera, dell’Ovest, in seguito anche dell’Est industriale e cittadino (Sciopero e I Ragazzi di Donovan, ad esempio). Racconta storie, Berardi, di gente sconosciuta, di archetipi (i pionieri, gli operai, i cowboy, gli indiani, i soldati, i giornalisti della Frontiera, gli schiavi), affiancandoli a Ken, che fa da filo conduttore di una grande, cruda e poetica insieme, storia del West. E cosa fa Boselli, se non raccontare storie di personaggi ignoti, innestando in esse poi Tex? Cosa non era piaciuto, a Sergio Bonelli, di Oklahoma? Forse lo spazio lasciato alla famiglia che partecipa alla Grande Corsa? Alla storia d’amore della figlia con l’indiano? Alle vicende col gioco d’azzardo del ragazzo? Alle aspirazioni del vecchio giornalista? All’orgoglio dello sciancato lanciatore di coltelli? Forse sì, forse è questo che non gli era piaciuto. Non ha capito, Sergio Bonelli, che invece ci voleva forse proprio questo, per non giocarsi Tex, doveva tener presente che di acqua ne era passata sotto i ponti e che i lettori diventavano più esigenti, mediamente più colti, e che la concorrenza degli altri media si faceva sempre più serrata e spietata. Ci voleva un salto di qualità, per evitare il salto dello squalo. Ingaggiando Boselli, Sergio Bonelli non si rese conto che quest’ultimo era una sorta di cavallo di Troia, che con lui stava facendo entrare in pianta stabile in Tex anche Berardi, D'Antonio, oltre che naturalmente lo stesso Boselli, non mero emulo dei suoi predecessori, ma scrittore comunque originale. Originale perché, intanto, ha saputo fondere Berardi con GLB, cosa tutt’altro che semplice, proponendo un Tex in linea con i tempi ma del tutto fedele al personaggio concepito e sviluppato dal vecchio nel corso del tempo; poi, rispetto a Berardi, che ha intenti e un modo di scrivere “veristi” (nel senso che vuole raccontare il vero, con una certa attenzione all’ambiente che racconta e ai suoi meccanismi), Boselli è più ancorato alla letteratura avventurosa, un po’ perché è il personaggio Tex che lo esige, e un po’, credo, per i suoi gusti personali. Ciò consente a Boselli di essere meno vincolato di Berardi, e mentre quest’ultimo tende a mantenersi asciutto nella sua narrazione, Boselli si consente maggiore pathos e una scrittura più epica. In sintesi, nel centinaio in questione Boselli si impone con la sua cifra, con gli elementi caratteristici della sua scrittura, perfettamente incastonati nel mondo texiano, sia che si tratti di storie western che di avventure di tipo magico-orrorifico (El Morisco o Silver Bell), raccogliendo nel migliore dei modi la pesantissima eredità di GLB (e di Nizzi) e consentendone l’evoluzione verso un nuovo modo di scrivere Tex, fresco, moderno e in definitiva salvifico: il Tex 2.0. Fatto, per la gran parte, di autentici capolavori.
  2. Con questa storia, Boselli chiude nel migliore dei modi il centinaio che lo ha visto esordire su Tex. C'è davvero tutto il West, in questa avventura: galeotti ai lavori forzati, coloni in fuga, soldati buoni e cattivi, indiani in rivolta. Egoismi e generosità, vigliaccherie ed eroismi, condanne e redenzioni, morte e sopravvivenza. C'è quel senso di angosciosa attesa, che qualcuno ha paragonato al clima de Il Deserto dei Tartari, e poi quella tensione latente, doppia perché generata sia dalla minaccia pellerossa che dagli uomini vestiti a strisce. Questa è in effetti soprattutto una storia di atmosfera, ed è quasi inspiegabile l'interesse avido con cui essa si fa leggere: in definitiva, sin dalle prime pagine sappiamo che Glenn Corbett è un buono, Tex va al suo funerale, e allora perché dubitiamo fino all'ultimo, perché siamo intrigati dal vedere come si comporterà il bandito, quando già sappiamo come la storia finirà? Non è forse, questo, un segno dell'eccezionale bravura dello sceneggiatore che, pur avendoci rivelato la fine anzitempo, ci fa immergere con tale efficacia nella vicenda da renderci immemori delle pagine iniziali, perché troppo presi da quello che accade durante la lettura? Notevoli diversi dei personaggi che animano questa avventura, ma ovviamente qui si deve parlare di Glenn Corbett, di cui ciò che mi piace di più è che resta un gran bastardo lungo tutta la durata dell'avventura. Provoca Beresford sul feeling della moglie con Carradine, assiste all'uccisione del ragazzo indiano da parte di Madsen senza battere ciglio, fugge con lo stesso Madsen provocandone volontariamente la morte: Corbett è un cattivo fatto e finito, una carogna a tutto tondo. E una carogna in gamba, anche: c'è infatti una cosa che non ricordavo ma che è abbastanza clamorosa: Corbett batte Tex! Durante una colluttazione, infatti, Tex ha la peggio, e se Corbett non lo sbudella è solo perché "preferisce risolvere la faccenda a cazzotti". Cos'è, questa? Eresia dell'autore? mancanza di rispetto del personaggio? No, assolutamente: non dobbiamo dimenticare che il Tex di questa storia è giovane, mentre Glenn è un vecchio lupo, esperto di guerriglia e poderoso fisicamente: ci sta che con una ginocchiata si liberi del nostro, e ci sta che il nostro, per una volta, sia vulnerabile. Ma Corbett lo grazia, immagino perché, come lui stesso dice prima, "anche a lui piace il ranger". Già, Corbett oltre che un gran bastardo è un combattente e un uomo duro, e in Tex riconosce un suo omologo buono, il rovescio di quella medaglia di cui egli rappresenta la faccia cattiva. Rispetta l'uomo che è Tex che, nonostante sia uno sbirro, non può non piacergli. Bellissima a mio parere è la scena decisiva di questa avventura: Glenn da solo, ferito dai Comanche, che sta per guadare il Rio Grande, sta per conquistare l'agognata libertà, e ripensa all'amico Kirby Doyle (altra bella figura), a Tex che lo starà maledicendo, a quel ragazzino coraggioso, Jamie..."avrei potuto morire con loro, invece di crepare da solo nella prateria, come un coyote...": in un momento di vulnerabilità pensa al suo destino e a quello dei compagni lasciati laggiù, a Fort Quitman, condannati dagli eventi. Poi, senza alcuna spiegazione, senza alcun contorsionismo psicologico, solo i fatti, nudi e crudi: Glenn che sta per oltrepassare il Rio Grande, e subito dopo sempre Glenn in compagnia dei soldati che ha allertato: cosa è successo? Boselli non indugia sulle ragioni di questa "conversione": semplicemente, Corbett è e resta sempre un bastardo, ma anche uno come lui non se la sente di abbandonare gli amici. E tra questi non c'è il solo Kirby, ma c'è anche Tex: Tex, che si è guadagnato il rispetto e l'ammirazione di Corbett, e a quelle latitudini e in quelle circostanze il rispetto e l'ammirazione valgono più dell'affetto, sono i componenti essenziali dell'amicizia virile tra due uomini della Frontiera. E infatti, a simbolo di quell'amicizia, alla fine di questa straordinaria avventura non ci sono solo sorrisi mesti e ricordi agiografici; ci sono invece due coltellacci bowie, con cui Glenn e il suo compare Doyle sbudellavano i nemici durante la guerriglia, perché questo è Glenn, senza edulcorazioni o addolcimenti: un coltellaccio da affondare nella pancia di qualcuno, magari con un sorriso.
  3. Beh, gli Innocenti non avevano alcun valore, men che meno l'amicizia. Tutto ciò che li teneva insieme era l'avidità... l'amicizia che Ray prova per Carson è un'altra cosa, e mentre venticinque anni prima, a sangue freddo, decide di recidere quel legame, pur con qualche rimpianto, ora interviene a caldo, nel mezzo dell'azione, da uomo d'azione quale egli è. Inoltre ha 25 anni in più sul groppone e probabilmente un po' di saggezza in più. Bellissima lettura, mi piace anche il parallelo tra i due finali. Ne Il Passato, c'è una ragazza (Donna) che si apre alla vita, in Colorado Belle invece Alice non c'è più, vittima di uno dei delitti più odiosi che possano esistere. Quello scheletro in fondo al pozzo, e quell'anima ancora incosciente del proprio destino che vaga impaurita nella città fantasma stringe il cuore in una morsa. Non è solo la storia più pessimista di Boselli, è forse anche la sua più triste. Molti suoi finali sono amari (Torrence, Shane, Clemmons, Corbett, Bronco Lane, ecc.) ma la pena che suscitano quei miseri resti in fondo a quello squallido pozzo senz'acqua, quel piccolo agnellino sacrificale in mezzo a tutti quei lupi maligni, per me rappresentano a tutt'oggi una delle pagine più intense scritte in Tex.
  4. Quando Waco e company trucidano i passeggeri della diligenza, Clemmons, accorso con Carson sul luogo del misfatto, stringe i pugni dalla rabbia, dicendo a denti stretti che "quei bastardi stavolta hanno passato il segno". Più tardi, organizza il convoglio dei minatori dandolo in pasto alle belve sue complici. In seguito, gioca "al suo gioco" condannando all'impiccagione i suoi vecchi sodali. Infine, manda a morire Carson, suo amico. Cosa è Clemmons, se non un carognone fatto e finito? È un personaggio profondamente nero. Passano 25 anni: rivede Carson con vero piacere, si vede che, a suo modo, gli vuole bene. A Bannock, a un certo punto le carte arridono di nuovo al vecchio sceriffo: ha con sé l'oro e Donna. Può fuggire, lasciando nelle peste i suoi pards del momento, ed invece che ti fa? Rischia la propria vita, e la perde, in nome dell'amicizia. E smacchia un po' il nero della sua anima nera: non torna bianco, come potrebbe, ma grigio si. Magari grigio scuro, ma pur sempre grigio, e non è solo per pietà nei confronti di un uomo morente che, come ha ben notato Barbanera, Tex, grande giudice di uomini, gli si rivolge chiamandolo "sceriffo": a Bannock, venticinque anni dopo, muore lo Sceriffo Clemmons, un uomo molto diverso da quel capo dei banditi che, un quarto di secolo prima, aveva lasciato macerie nella boom town. È questa ambiguità la bellezza di Clemmons, personaggio profondamente nero che muore grigio. E quella frase: "in fondo, sono contento che sia andata così, che non sia stato tu, amico..." mi fa ancora venire i brividi: l'ultimo suo pensiero è per Carson, che sarebbe stato costretto ad arrestarlo, o ad ammazzarlo, se le cose fossero andate diversamente. E lui è contento. Che demonio, quel Borden!
  5. Vero. L'avevo dimenticato, devo rileggere quella storia, prima o poi. Grazie per l'apprezzamento.
  6. Li leggerò, sperando siano nella selezione dei racconti che ho.
  7. Eh appunto appunto... di recente ho acquistato una raccolta di racconti di Sheridan le fanu, sperando siano all'altezza di Carmilla, che è un racconto notevole davvero...
  8. Sì, l'iscrizione è molto classica, ma nonostante tutto è sempre efficace. Ma Carmilla la conosci no? Di Cornwell non ho letto molto altro neanch'io, ma Excalibur è una rivisitazione della leggenda arturiana a mio parere molto bella, sicuramente originale e con l'attenzione a mantenersi verosimile: per intenderci, non è un fantasy ma una storia pressoché realistica di come dovevano più o meno andare le cose nella Britannia post romana. Su quel treno per yuma, in effetti io ho visto solo il remake...
  9. Puoi ben tirarlo, caro pard 😆
  10. Sbagliai, all'epoca, a non acquistare questa storia. Letta finalmente oggi per la prima volta, mi ha molto divertito. Come altre volte con altri comprimari storici, anche qui Boselli fruga nel passato di uno di loro, quel Morisco che fece la sua prima apparizione in Tex nel fatidico numero 101, generato peraltro dalla medesima matita che ha disegnato la storia in argomento. Sono passati decenni, ma nell'ideale passaggio del testimone, quasi a sfida dei poteri del tempo, la staffetta è significativamente incarnata da quel Letteri che all'epoca illustrò la storia di GLB e che "oggi" invece ha dato vita all'avventura concepita da Boselli. La storia, come dicevo, è appassionante. In Tex non è un'intrusa la componente horrorifica o inverosimile, ma qui c'è tanto di più: c'è la civiltà egizia, l'archeologia, il rimando, affascinante, ad Atlantide quale civiltà generatrice delle successive degli egizi, degli inca, dei maya. C'è poi la conturbante nazionalista fanatica Nephret, vecchia fiamma del Morisco, c'è un'iscrizione inquietante su un sarcofago (elemento abbastanza classico, che tuttavia a me personalmente ha ricordato le iscrizioni sulla "Tomba di Sarah" e su quella di Vespertilia, oltre che su quella di Carmilla, le protagoniste di racconti di vampiri letti anni fa che ho molto apprezzato), c'è l'elemento del sacrificio umano (che invece mi ha fatto tornare alla mente quello architettato dal druido Merlino per far tornare sulla terra gli dei nel romanzo Excalibur di Bernard Cornwell, letto molti anni fa e che mi entusiasmò: chiedo a @bordense conosce i suddetti racconti - Carmilla credo proprio di sì - e il romanzo e se li ha apprezzati e se in qualche modo li ha mai usati, non necessariamente in questa storia, come fonte di ispirazione). E non basta! C'è infatti poi il bel personaggio di Juan Raza: è forse destino che questa storia mi faccia fare continui rimandi (d'altronde Eco diceva che tutti i libri dialogano tra di loro, e qui io estendo il concetto e ci aggiungo oltre ai libri anche i film e, appunto, i fumetti), ma Juan non può non ricordare il fuorilegge di Quel treno per Yuma, un vero bastardo che però si affeziona al ragazzo tanto da salvarlo: anche qui, Boselli costruisce molto bene il rapporto che viene a instaurarsi tra i ragazzini e il bandito, con quest'ultimo che dice di fare la scena ma che in realtà, suo malgrado, si lega alle vittime tanto da tornare sui suoi passi per salvarle. Molto bella, a questo proposito, la scena in cui rimugina nel saloon, bevendo tequila e chiedendosi cosa fare. E per ricordare al lettore che Raza è pur sempre il bastardo che abbiamo visto finora, Boselli ce lo mostra assassinare un avventore del bar, in un duello solo apparentemente ad armi pari, posto che il figlio del Comanchero è un fulmine con la pistola. Insomma, questa storia ha tutti i crismi per restare memorabile, ma fa di più: pone Tex davvero in difficoltà: è bellissimo vederlo soccombere ai vortici del fiume, ed è altrettanto intenso vedere Carson reagire da par suo: "Tex non aspetterebbe...e io per lui scenderei anche all'inferno", e più tardi: "piuttosto che stare qui inattivo, preferisco condividere la sorte del mio pard". E' un Carson molto provato ma che si mantiene lucido, in assenza del suo scatenato pard prende le redini della situazione e si muove da quel grand' uomo d'azione che in effetti è. Insomma, tutto molto bello fino al finale. Non che questo non sia riuscito, anzi è molto avvincente. Ma non mi spiego, se non per pure esigenze di sceneggiatura, per quale ragione Octave sia stato rapito (facendolo credere morto), per poi drogarlo: era forse necessaria la presenza di un consanguineo dei ragazzi perché il sacrificio umano avesse successo? Questo non lo si dice da nessuna parte, e mi resta la fastidiosa sensazione che l'archeologo sia lì solo per risolvere la situazione. A parte questo, però, la storia fila che è un piacere, appartiene a quel filone per cui da tempo non voglio più farmi troppe domande, abbandonandomi solo al puro divertimento. E mi sono divertito!
  11. All'epoca, ero un giovane universitario che per sbarcare il lunario (acquistare i libri per lo studio e mettere benzina all'auto per l'uscita del sabato sera) lavorava nella bottega di papà, cosa che mi consentiva di "campare" ma non di mettere da parte grosse cifre. Così, spesso sacrificavo i Tex, che sceglievo con cura tutti i mesi a seconda dell'autore e della trama che si intuiva dal titolo. Spesso saltavo i Nizzi, a meno che la sfogliata che facevo in edicola non mi intrigasse, perché trovavo le sue storie un poco stanche (molte le ho recuperate in seguito e le ho molto apprezzate, tra l'altro), mentre il nome "Boselli" era per me come il miele per le mosche: non me ne facevo scappare uno (e con ragione, visto che questa rilettura conferma che polvere sulle pagine scritte da te vent'anni fa non se ne è posata affatto). Perché mi è scappata questa? Penso per El Morisco : soprattutto all'epoca, ero convintamente contrario alle storie magiche o soprannaturali che avessero come protagonista El Morisco (da qualche anno, sono un po' cambiato e ho ammorbidito la mia posizione verso questo genere di avventure, anche grazie alle tue storie su Silver Belle e Hapikern), e quindi credo di aver lasciato in edicola senza rimpianti la storia in questione. L'altro giorno, però, mi sono arrivati gli albi de La nuova ristampa richiesti al vostro servizio arretrati, quindi potrò colmare la lacuna molto presto...
  12. Il texone di Mitch lo ricordo bene... su Boselli, la cura e l'inventiva non sono mancate mai. Anche in quelle che io reputo storie poco riuscite, tendo sempre a riconoscere che, se peccato c'è (perché può sempre essere che sia io a non saper giudicare), pecca per generosità, per voglia di fare. Generosa è un aggettivo che ho spesso attribuito alla scrittura di Boselli, perché lui nelle sue storie vuole sempre dare qualcosa di più, non si limita mai al compitino del professionista, non tira via come purtroppo ha fatto scientemente Nizzi nella fase calante della sua parabola. Ci mette sempre qualcosa, c'è sempre la voglia di RACCONTARE, non di arrivare in fondo alle 110 pagine con situazioni o battute trite e ritrite... è un bardo dei giorni nostri, e lo è nell'anima, che peraltro nutre con un numero impressionante di letture, che uno pensa dove trovi il tempo di leggere tutti quei libri e di scrivere e curare poi Tex e Dampyr. Va bene che non siamo tutti uguali, ma neanche è bello sentirsi così tanto "figli di un dio minore"...
  13. La professionalità è fuori discussione, ma io credo che in Boselli la componente più importante sia l'amore. Non si scrive come fa lui senza il fuoco sacro della passione, che non è per il solo Tex, ma per un lavoro aguzzino che ama visceralmente. Non si spiegherebbe altrimenti la qualità, la quantità, la varietà, la continuità di questo signore qua. Io credo che in questa fase lui non abbia sbagliato un colpo. Terra di confine era una storia di "alleggerimento", ma è venuta fuori molto bene, ottima come storia media. Sangue nel deserto è a mio parere un esplicito omaggio al suo mentore e vista in tale ottica è semplicemente perfetta... Qui sono meno d'accordo. Pur non spesso, come è fisiologico ed umano anche Boselli a mio parere è incappato in qualche infortunio, anche sulla regolare. Qui come al solito entriamo nel soggettivo, ciò che a me non è piaciuto altri lo hanno trovato buono, quindi non possiamo dire che Boselli ha scritto questo o quell'albo brutto. Ma alcune cose io le ho sicuramente detestate, ho trovato in alcuni casi una scrittura barocca e non riuscita. Ne parlerò quando e se arriverò a quelle storie (abbastanza tarde, in realtà), in questa mia rilettura. Grazie per gli auguri
  14. Leggere Boselli tutto di fila e poi commentarlo qui rischia di diventare un esercizio stucchevole. Le parole sono sempre le stesse, troppo miele. Con Matador, riesce a dare vita a un'avventura dai tratti inediti, facendo inoltrare il lettore nell'affascinante mondo della Corrida. Tutta la prima parte, dalla presentazione del Matador che fa conquiste anche quando dorme e a cui tremano le mani nel rollarsi una sigaretta, all'accurato e graficamente eccezionale rito della vestizione, dall'emozionante sfida nell'arena ai commenti dei nostri sugli spalti, è una storia che di Tex ha poco o nulla... sembra di sentire Nizzi, quando dice: "fateci caso, nelle sue storie il protagonista è sempre qualcun altro", con intenzioni di biasimo. Ed in effetti qui il protagonista inizialmente è Rafael Guerrero, nella fase finale lo è il Calavera: ma a chi può davvero importare, di fronte ad uno spettacolo del genere? Non si tratta, caro Nizzi, di notare che il protagonista è un altro, si tratta di calare i nostri in una vicenda che giri bene, che sia originale, che sia appagante nella lettura. Quanto più sono grandi i comprimari e gli antagonisti (e qui i Montoya, soprattutto il vecchio, sono grandi davvero), tanto più il contributo risolutore di Tex risalta e ne è impreziosito, e se oltre a Tex protagonista è anche il vecchio Cammello, allora davvero non si può chiedere di più: Carson è qui protagonista in solitaria, e questa storia è l'ennesimo tassello di quello splendido lavoro di rivalutazione del pard anziano operato da Boselli sin dal suo esordio. Matador è un fumetto da antologia, per la freschezza della sceneggiatura, per la straordinaria cura dei disegni: un prodotto complessivo di eccezionale qualità. Devo chiudere di nuovo con i complimenti, purtroppo... uff..
  15. Qui ti porta proprio lì, nei monti superstizione... un grande, davvero.
  16. Ricordo quell'estate... mi era così tanto piaciuta La miniera del fantasma, che non vedevo l'ora che uscisse il numero successivo, con quell'ago del diavolo così suggestivo che si stagliava nel superbo cielo arancione pubblicizzato in quarta di copertina... per consolarmi, rilessi questo primo albo almeno altre due volte, tanta era la voglia di essere lì, ai piedi dei Monti Superstizione, con Gothlay e suo figlio e la sua moglie indiana. Anni più tardi, lessi un'altra storia sulla miniera del tedesco, su Blueberry a firma di Charlier. Molto bella anche quella storia, ma questa di Boselli a mio parere le è nettamente superiore. Giganteggia, Boselli, nei paragoni con gli autori nostrani e con quelli esteri. In questa mia rilettura, ho trovato che non ha ancora sbagliato un colpo (mi manca però la storia del Morisco, mai letta...). Complimenti, ancora!
  17. Su Galep non lo ricordavo, mentre sulla storia lo so che è stata scritta e disegnata molto tempo prima, ma il fatto che sia uscita in quei mesi è appunto una bellissima coincidenza, che ti fa pensare. Nella mia rilettura boselliana, ieri ho avuto davvero la sensazione di rileggere GLB, grazie a questo straordinario omaggio che Boselli ha dedicato al suo mentore. Circa Kirby è in effetti un' altra bellissima coincidenza, sembra quasi che questi due artisti del disegno siano accomunati da una sorta di "parentela" che li ha portati insieme nel mondo ad adempiere alla loro missione per poi, insieme come sono venuti, farli congedare dopo aver contribuito alla creazione di, appunto, qualcosa di magico.
  18. Vero. Singolare coincidenza, che mi convince sempre di più che in Tex ci sia qualcosa di "magico"... pensiamoci: è un fumetto nato per sbaglio e sul quale i suoi stessi creatori non puntavano. Si è imposto con la prepotenza tipica del suo essere e ha convinto tutti, a suon di "sganassoni", che c'era bisogno di lui, di un giustiziere senza macchia, ha strappato la stella dal petto di Occhio cupo, come qui fa con lo sceriffo Dobson, e si è arrogato la carica di eroe invincibile. I suoi creatori, che solo col tempo hanno capito le potenzialità del loro personaggio, si sono visti costretti dalla loro stessa creatura a dedicarsi completamente a lui, senza potersi ribellare o protestare, perché loro pure erano ormai finiti sotto il giogo del ranger, che viveva ormai di vita propria. E che in Tex alberghi una qualche forma di magia non lo si vede solo da come lui, burattino, è riuscito a divenire abbastanza in fretta gran burattinaio, ma anche dalle modalità del commiato dei suoi padri che, dopo aver sacrificato la loro intera vita a Tex, se ne sono alfine andati in circostanze a dir poco poetiche. Galep che si congeda nello stesso mese in cui Tex, in viaggio verso il tramonto, si gira sul cavallo a salutarlo, e tramite lui Galep poi saluta tutti noi lettori. GLB che, negli stessi mesi della sua fine terrena, si impossessa della mente di Boselli, non a caso suo discepolo prediletto (anche se magari a Boselli non lo ha detto mai), e scrive il suo saluto, portando in edicola una storia che di boselliano non ha nulla, che è puro Glb, puro Tex degli anni d oro. È o non è magia, questa?
  19. Carson, come ha mantenuto la segretezza con tex sul suo essere ranger così non ha detto nulla a Marshall del suo incontro con Tex. Altrimenti Marshall gli avrebbe fatto il cazziatone visto che Tex è un ricercato da catturare
  20. Giusto, non ci avevo pensato. È vero però che Tex ha conosciuto molti rangers in quanto tali, proprio grazie a Boselli... ma insomma, non ho intenzione di sottilizzare, la scena da te postata è un ulteriore elemento favorevole a un incontro, quindi se si incontrassero sarei contento e non la vedrei una cosa non plausibile. Certo, si sottrarrebbe molto, in termini di "romanticismo", all'ultima vignetta della pagina da te postata. Fino ad oggi, ho sempre pensato a quella come il momento dell'incontro cruciale della saga, in cui il giovane Tex incontra il protagonista della testata.
  21. Sarebbe una chiusura circolare ma, per parafrasare il titolo di una fiction che non ho ancora visto, "spero de mori' prima"...
  22. L'ipotesi non è mia, ma di Ymalpas. In particolare, Sandro ha spiegato perché ritenga che la famosa scena dell'incontro contenuta ne La mano rossa non sia incompatibile con un incontro avvenuto in precedenza. Io sono d'accordo con lui, non sta scritto da nessuna parte che i due non si fossero mai incontrati prima, Tex in quella scena dice soltanto che non immaginava che Carson fosse un ranger (e questo, come dici tu, è forse la nota più dolente, perche è strano che Tex non conosca Carson di fama come ranger). Detto questo, io non credo che Borden oserà tanto, ma se li facesse incontrare in TexWiller in un momento antecedente a quello raccontato da Glb nel numero uno, a me non dispiacerebbe affatto. Su Clemmons: no, non è la feccia, è anche peggio secondo me, è il buono che tradisce. La sofferenza nel tradire è indubbia: tra le scene più belle del Passato, ci sono sia quella in cui Ray è rattristato mentre condanna a morte Carson, sia l'altra in cui, pur essendo minacciato da Carson con la pistola venticinque anni dopo, è comunque SINCERAMENTE felice di rivederlo. Finezze di quel geniaccio del curatore Comunque per quest' anno io la mia rilettura annuale de Il passato di Carson l'ho già fatta (la faccio ogni anno, quale mio personale omaggio 😅) e sto leggendo altro di Boselli. Solo che ora questa storia di TexWiller mi sta spingendo nuovamente a tornare a Bannock: penso che la cosa a questo punto mi stia sfuggendo di mano e stia diventando patologica.
  23. Attento, Juan, questo punto è stato chiarito diverse volte da Borden, anche qui. Lena dà la vangata a Carson non per impedirgli di riacciuffare Clemmons, ma perché ha paura per Carson, che è ferito e potrebbe restare ucciso da uno scontro con l'ex sceriffo. Lei dice che vuole salvare il padre di sua figlia, intendendo Carson, non Clemmons. Lena SA che il padre di donna è Kit, e gli dà una vangata per tramortirlo e impedirgli di correre un rischio dando la caccia, con un braccio fuori uso, a Clemmons. Su Clemmons concordo con te
  24. Vero. Anche se di Donna non lo sapeva. Chissà cosa avrebbe fatto, se lo avesse saputo. Per la sola Lena non è tornato. Anche Carson, per la sola Lena, non sarebbe tornato, glielo dice chiaro e tondo ne Il Passato. Insomma, la povera Lena alla fine viene abbandonata da tutti 🤣
  25. L'idea è molto suggestiva e teoricamente realizzabile. Non credo tuttavia che Boselli farà incontrare i due, almeno non in questa storia. Sarebbe bello però se accadesse. Tornando alla storia, nasce qui l'amicizia tra Clemmons e Carson, con qualche diffidenza e segreto. È significativo che a fare professione di amicizia qui sia Clemmons, esordendo anche con il suo famoso motto. È lui infatti che ci tiene ad essere amico di Kit, la sua amicizia è tanto subitanea (e sincera) quanto superficiale, pronta a sbocciare immediatamente e altrettanto improvvisamente ad essere sacrificata, come in seguito accadrà. Clemmons è una persona profondamente immorale e egoista, ma non è incapace di provare un sentimento, e qui comincia senz'altro a provarlo per Carson. Mi piace molto il modo in cui Boselli lo sta facendo germogliare.
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