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TWF - Tex Willer Forum

Condor senza meta

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Everything posted by Condor senza meta

  1. Può capitare caro pard , per quanto si possa avere una certa affinità di giudizi, è praticamente impossibile essere sempre sulla stessa frequenza d'onda. Sai, riallacciandomi al mio commento, ripeto che anch'io non riesco a essere del tutto soddisfatto della storia. Mi viene difficile spiegarlo: sebbene non la reputi da bocciatura totale, non riesco a considerarla nemmeno del tutto riuscita. Ho cercato di spiegare i motivi che mi inducono a una fredda accoglienza dopo la lettura, ma ammetto che stavolta le mie idee di giudizio sono poco chiare. Ho dato 6, ma poteva benissimo essere pure un 5, ma in casi d'indecisione come questa, il numerino finale può essere figlio del momento e lasciare il tempo che trova. Sul fatto che la storia ambientata a "Last Hope" sia decisamente di un altro spessore, condivido in toto. Purtroppo il Bonelli degli anni 80 ormai era solo l'ombra del grandissimo autore del passato. Sui disegni, è vero, magari la coppia Nicolò - Monti non era del tutto adatta alle tematiche, ma tutto sommato la qualità finale non fu così disastrosa, a mio modo di vedere. Un disegnatore come Bocci tuttavia è perfetto per il sequel.
  2. Si son spesi fiumi d’inchiostro in passato (dovrei meglio dire “si son consumati i tasti delle tastiere” ma i detti vintage hanno sempre il loro fascino!) in merito ai canoni del genere western e sulle presunte o meno capacità di alcuni autori di comporre storie che li rispettassero, ma in fondo nella longeva saga texiana, spesso lo stesso “papà artistico” se ne è liberamente infischiato di classificazioni e stilemi. L’episodio che mi appresto a commentare, dopo averlo recentemente riletto, ne è un fulgido esempio, visto che la trama fa palesemente l’occhiolino alla fantascienza piuttosto che al consueto western di riferimento e di certo non è un unicum della saga, visto che di alieni, popoli improbabili, dinosauri e stregoni ne abbiamo incontrati a bizzeffe nelle creazioni del grande Bonelli. “Il mondo perduto” rappresenterà l’ultima escursione “nel fantastico” del compianto autore e di fatto non porta nemmeno il suo soggetto, considerato che gli fu suggerito dal figlio Giorgio. Trovo estrema difficoltà a commentarla per via di un contrastante stato d’animo provato dopo ogni lettura: personalmente, sebbene preferisca le storie classiche, non mi disturbano mai eventuali escursioni su orizzonti diversi, ma alle prese con questa prova non riesco mai a trovarmi del tutto soddisfatto. Riconosco che rispetto alla media del periodo, il grande Bonelli se la cavò egregiamente e la storia si fa leggere, ma la sensazione di trovarsi al cospetto di un esperimento non riuscito è comunque forte. Dopo un lungo incipit, dai ritmi alquanto blandi, l’episodio prende quota e almeno nella prima parte, tiene sulle corde il lettore, grazie a una accettabile sceneggiatura. La sorprendente scoperta del popolo misterioso sui Monti Ranier è un colpo di scena d’impatto, così come spiazza la scena con la misteriosa navicella incastonata tra i ghiacci. Qui però ho pensato che la sequenza fosse più adatta per Zagor e pure la figura dello scienziato sfigurato, mi ha ricordato troppo Hellingen. Il finale è un condensato di scorciatoie narrative e scelte sbrigative: troppo facilmente i pards si fanno intrappolare e con altrettanto semplicità riescono a liberarsi. Pure la trovata del terremoto suona troppo come “un già visto” poiché è immediata la correlazione col finale della meglio riuscita storia del Signore dell’abisso. Lo scienziato, oltre a rievocare l’acerrimo nemico dello Spirito della Scure, sembra una sbiadita citazione di Vindex e similare pure l’idea del figlio che, alleandosi ai nostri, va alla sua ricerca sul monte Ranier. Il popolo proveniente dallo spazio sembra riprendere la celebre figura dell’alieno apparsa nei primi 50 numeri, ma mentre lì lo strano individuo dalla pelle a scaglie, usava armi futuristiche e sapeva bene cosa fare per riprendere il volo, qua stona un po’ che gli incappucciati, giunti sul suolo americano con una navicella che sembra uscita da un romanzo di Asimov, di colpo si fanno comandare da un folle scienziato e tremino dinanzi le colt degli avversari. Di contraltare molto belle le scene che vedono il sacrificio del capitano Olden o della coraggiosa Dorkan. Storia che mi lascia sempre una strana sensazione appena finita la lettura: non la reputo affatto insufficiente ma non riesco nemmeno a lodarla del tutto. Di certo non approvo affatto l’assurda rappresentazione grafica di Gross Jean, che è del tutto errata a mio modo di vedere e non solo per via dei mustacchi; anche il fisico, i lineamenti e l’abbigliamento “elegante” ben lontano dalla consueta tenuta di trapper sono del tutto fuorvianti e non è accettabile che un comprimario storico dei nostri venga stravolto così. Capitò più di recente anche con un irriconoscibile Mac Parland disegnato da Ortiz, ma qui è peggio, visto che il gigante francese ha un peso specifico maggiore sulla saga. Che Nicolò avesse preso un abbaglio è evidente, ma non capisco come mai la redazione non pretese una correzione. Pure il fatto che GrosJean avesse fatto fortuna e messo su una fiorente attività non è tanto consono con il personaggio, eppure qui la presunta incongruenza è dello sceneggiatore. Purtroppo la storia rappresenterà l’ultima fatica dell’apprezzato disegnatore fiorentino, che non riuscirà a portarla a termine e toccherà al jolly Monti farlo. Davvero strabiliante la capacità di quest’ultimo di imitare lo stile del collega: a uno sguardo distratto è quasi impossibile distinguere il passaggio di consegne, visto la cura con cui l’artista realizza le restanti tavole. Proprio una non comune capacità camaleontica di stile che lascia a bocca aperta. Ammetto che sebbene ne fossi a conoscenza, molto spesso ho fatto fatica a distinguere la mano di Monti nelle vignette e credo che non sia una cosa da poco. Il mio voto finale è 6
  3. Altro finale memorabile: dopo il racconto struggente di Tex attorno al fuoco del bivacco (e nell'animo del lettore), aleggia un pesante silenzio intriso di malinconia e rassegnata mestizia, ben resa dalla sequenza di sceneggiatura e dai consueti disegni efficacissimi del maestoso Ticci. Purtroppo il lungo declino d'ispirazione di Nizzi ha parecchio "sporcato" il suo eccellente contributo alla saga e il rischio, che il suo nome venga più associato alla fase sciatta e mediocre post 500 rispetto al brillante esordio degli anni 80, è sempre alto tra i lettori.
  4. @MacParland, @valerio, @Juan Ortega grazie di cuore! Beh così però mi fai arrossire caro pard. Hai citato un'altra scena notevole della prova. Superficialmente si potrebbe pensare che il suicidio di Walcott sia una mossa codarda per non affrontare la malattia, ma non credo proprio che sia così: non avrebbe di certo aspettato Tex per porre fine alla sua scellerata esistenza. A mio modo di vedere Walcott, dopo aver costruito il suo castello criminale sull'inganno e il sangue dei nipoti, ha vissuto il suo "trionfo" attanagliato dal rimorso e il tenere la foto dei defunti nipoti sulla scrivania ha rappresentato per lui una sorta di ordalia per ricordargli i suoi scheletri del passato. Mi verrebbe da pensare che abbia pure accolto la malattia come una sorte di liberazione interiore per permettergli di espiare i propri peccati e trovare il coraggio di confessare a Tex quello che, per spirito di conservazione, non avrebbe mai fatto in condizioni normali. Comunque qualunque sia la chiave di lettura, è indubbio che la sua caratterizzazione è notevole; pure l'opera di Ticci, che lo ritrae magistralmente col viso sofferente ed emaciato, rende perfettamente il dramma dell'epilogo. Lieto di sentirtelo dire caro pard, per stavolta son riuscito a farti seppellire l'ascia di guerra. Concordo, infatti ho anch'io specificato che lo spessore e l'epicità della storia la rende comunque un capolavoro. D'altronde anche il grande Bonelli a volte ha optato per epiloghi amari per Tex, mi vene in mente come esempio l'episodio con Apache Kid. Vero, davvero una sequenza splendida. L'unico fascio di luce dopo tante ombre, ovvero la preziosa amicizia fra i due pards, più inscalfibile di un diamante. Scena resa ancor più poetica dal magico tocco di Ticci.
  5. Ci sono momenti nella vita professionale in cui si presentano le occasioni per mettere a frutto tutta la passione e le fatiche, per fare il salto di qualità: anche per Nizzi fu così e il periodo coincise col finire del terzo centenario. Sebbene le sue prime prove sulla saga non furono affatto male, tanto da convincere Sergio Bonelli a ingaggiarlo in pianta stabile, è indubbio che “Fuga da Anderville” rappresentò per l’autore la chiave di svolta, che inaugurò ufficialmente il suo periodo d’oro, che aiuterà a rilanciare la saga, dopo la crisi dovuta al fisiologico declino del grandissimo Gian Luigi Bonelli. In questi tre anni di mia permanenza nel forum, ho avuto il piacere di recensire più di duecento storie del nostro inossidabile ranger e ho cercato di essere sempre il più obiettivo possibile. Di fatto, nei giudizi e nell’assegnazione dei voti (per quanto un freddo numero matematico possa servire nella valutazione di un’opera artistica) ho evitato di abusare con termini del tipo “capolavoro” o “pietra miliare”, riservandoli solo qualora lo ritenessi realmente necessario. Al cospetto di questa prova di Nizzi, che definire ispirata risulta quasi riduttivo, tuttavia, sono “costretto” a catalogare la stessa nella stretta cerchia di episodi che meritano “la corona d’alloro”. Mi si potrebbe chiedere come mai allora io abbia aspettato così tanto a commentarla e soprattutto perché nell’apposito topic, non la inserii fra le dieci migliori composizioni nizziane, alienandomi allora le simpatie del caro pard @Leo che mi minacciò di togliermi il saluto , eppure anche per queste legittime domande c’è una risposta: di solito commento solo le storie che possiedo per intero, senza albi mancanti, e voglia il caso che fino a poco tempo fa nella mia collezione mancasse proprio l’albo 297, ovvero quello in cui si iniziava questo gioiello della saga. Per coerenza, sebbene avessi avuto comunque modo di constatare la grandezza della storia, mi astenni dal recensirla fino a quando, di recente, fra lo scaffale di un mercatino, sono riuscito a procurarmi il fatidico albo mancante, colmando così quel gravoso buco della mia raccolta. Mi scuso per la chilometrica premessa; mi impongo spesso di essere il più conciso possibile ed evitare digressioni nei miei commenti, ma puntualmente, quando mi ritrovo dinanzi storie a cui tengo, ricasco nella trappola e divento più prolisso di Nolitta alle prese con gli Uomini Giaguaro , ma adesso non volendo indugiare oltre, provo a dire la mia in merito a questa celebre prova che traghettò il famoso ranger alle soglie del numero 300. Nizzi per l’occasione scelse uno spunto alquanto ambizioso, ambientandolo durante la guerra di secessione, argomento sempre molto caro agli appassionati texiani e di storia americana in genere. Con una struttura narrativa interessante, costruì un lunghissimo flashback, in cui praticamente si svolge tutta la vicenda, per poi chiudere l’episodio nel presente, in cui il lettore assiste a un vero colpo di scena, molto a effetto. Eviterò ovviamente di riassumere la trama (non avrebbe senso per chi la conosce già e sarebbe ingiusto invece nei confronti di coloro che non l’hanno mai letta e rischierebbero di vedersela spoilerata) ma non posso astenermi dal lodare la straordinaria caratterizzazione dei personaggi che l’autore dipinge pagina dopo pagina e notare con quanta abilità lo stesso, riesce a cesellare un perfetto miscuglio di azione, giallo, drammaticità ed epicità di molte scene. Come rimanere insensibili dinanzi all’eroico sacrificio di Tom per permettere a Tex e John Walcott di fuggire dall’inferno in terra rappresentato dal campo di concentramento di Anderville? Come non sentire un brivido nella schiena durante l’orrenda operazione di sepoltura nella palude dei corpi dei nordisti morti di inedia e privazione dentro le mura del campo? È vero che stiamo leggendo solo una trama di fantasia, ma come non fermarsi a riflettere sugli orrori della guerra e alle storture dell’umanità, imbruttita dall’odio dei conflitti, che purtroppo non sono solo fantasia e la storia ciclicamente ci presenta, mostrando di quanto l’uomo non riesca a imparare dai sanguinosi errori del passato? Un altro aspetto che si percepisce durante la lettura e proprio l’atmosfera cupa e struggente che trasuda sequenza dopo sequenza, vignetta dopo vignetta, in cui sapientemente l’autore muove le sue pedine e marchia a fuoco gli eventi che lasciano il segno nell’immaginario del lettore. A voler essere puritani (o texiani integralisti se preferite) non si può negare che l’episodio è alquanto atipico e forse il più nolittiano scritto da Nizzi, visto l’amaro finale, con Tex incapace di cambiare il corso degli eventi e sconfitto in fondo su tutta la linea, tuttavia la sceneggiatura è così aulica e tocca alti picchi di epicità e pathos, che non si può non amarla. Con una sorta di rassegnazione di fondo, Nizzi ci dona quasi un quadro verghiano dei suoi personaggi: una folta lista di "vinti", che per quanto si battano per i propri scopi e ideali, si ritrovano alla fine battuti dalla vita e dal destino. È un vinto il potente Howard Walcott, che, dopo aver escogitato un diabolico intrigo per impossessarsi dell’oro e favorire la sua carriera politica, si ritrova, a un passo dal traguardo, sconfitto dalla malattia e distrutto dal rimorso; è un vinto il fiero e leale John Walcott che paga la sua lealtà con l’infamia di un’ingiusta accusa, che macchia il suo nome e il suo onore dopo la morte. Non differente l’esito del cugino Leslie che, seppure spinto dall’integrità morale che ha sempre pilotato le scelte della sua vita, si becca una pallottola a bruciapelo dalla persona che ovviamente non si aspetta. Per una volta è sconfitto pure Tex che si ritrova una pedina nelle mani dell’infido Howard e non può far null’altro che indignarsi e amareggiarsi dell’assurdo esito di questa tristissima vicenda. Ma la lista potrebbe continuare a lungo, poiché anche Tom può essere inserito nella lista dei vinti, visto che sacrifica la sua vita da eroe ma tutti noi purtroppo sappiamo che, non bastò abolire la schiavitù per sconfiggere il razzismo. Che dire, una storia che impreziosisce la saga e che di fatto, in quegli anni, promosse sul campo Nizzi, come degno erede del grande Bonelli. Non meno prezioso il contributo grafico del maestro Ticci, giunto all’apice della sua maturità artistica e di resa. Alla consueta dinamicità e straordinarietà degli sfondi, l’artista senese si supera con una perfetta recitazione dei suoi personaggi, che in trame simili è fondamentale. Il suo tratto inconfondibile e corposo, scandisce come un metronomo ogni sequenza narrativa e valorizza i vari passaggi narrativi. I pennini di Ticci riescono a esprimere tutta la disperazione che serpeggia ad Anderville, e contribuiscono a donare pathos alla già ottima sceneggiatura fornitagli da Nizzi. Un perfetto binomio che si ripeterà in altre riuscite storie degli anni seguenti e contribuirà all’età dell’oro dello sceneggiatore di Fiumalbo nel decennio ottanta. Il mio voto finale è 10
  6. Storia breve, alquanto basilare ma in compenso molto bonelliana. Nizzi sfrutta le poche pagine a disposizione, imbastendo una buona sceneggiatura, arricchita da buoni comprimari, vedi il simpatico beccamorto Art o l'affascinante e coraggiosa Katy, resa divinamente dai pennelli di un ispirato Monti, ma sul compianto disegnatore tornerò dopo. Di contro, i quattro avvoltoi non lasciano tanto il segno e vengono eliminati gradualmente dal nostro eroe, per la prima volta in solitaria nelle storie dell'autore di Fiumalbo, ma nel complesso l'episodio è piacevole e intrattiene, seppur senza eccessivi picchi. Molto caratteristica la scena iniziale col funerale senza "spettatori", espediente usato pure in uno dei celebri sceneggiati di Montalbano in tv. Altra sequenza d'impatto e abbastanza "cruda" l'uso della carcassa sanguinante del povero cagnolino per ingannare gli aggressori nella stalla; al giorno d'oggi farebbe storcere il muso alla frangia di animalisti, ma all'epoca in cui Nizzi la compose, evidentemente, poteva esimersi di curare un simile aspetto. Il ritmo è serrato, d'altronde in ottanta pagine scarse non si può tergiversare troppo, anche se il finale a base di dinamite, appare un tantino affrettato, visto che al nostro bastano solo tre candelotti per far tabula rasa di un "mezzo esercito" come definito da uno dei villain, prima dell'assalto finale. Carina e originale la prova con le candele, altro aspetto l'originalità di alcune scelte, che manifesta la buona ispirazione del Nizzi dei primi anni ottanta. Storie simili, molto texiane suppongo furono una boccata d'ossigeno per i lettori di allora, che con la breve gestione Nolitta si erano ritrovati ad assistere a una metamorfosi forzata del loro eroe preferito. Personalmente ritengo che, senza l'arrivo in soccorso di Nizzi, che seppe coniugare fedeltà alla stile bonelliano e buona fantasia agli inizi, la serie avrebbe avuto grandissimi problemi a superare indenne gli anni 80. Per ciò che riguarda il comparto grafico, non si può far altro che lodare l'ottimo lavoro svolto da Monti. Stile elegante, dinamico, ottima espressività dei personaggi, sfondi "puliti" e molto curati prospetticamente, funzionale bilanciamento tra bianchi e neri e eccellente rappresentazione della grazia femminile della dolce Katy, che sebbene abbigliata come un "maschiaccio" riesce a essere davvero molto sexy. Promozione in campo, da ghostdrawer nelle correzioni redazionali a titolare di storie proprie, nettamente meritata e da allora (a prescindere di intervalli più o meno lunghi dovuti alla sua nota lentezza realizzativa) il suo nominativo rimase inamovibile nella lista principale dei disegnatori della saga. Monti è un altro disegnatore che ha caratterizzato la mia giovinezza e mi manca tanto, così come Galep, Fusco e Ortiz. Il mio voto finale è 7
  7. In fondo credo che tu abbia ragione @Letizia , anche se a me, a primo impatto, stride più la posizione del braccio sinistro. Tuttavia ripeto che, al netto di qualche lieve imprecisione anatomica (fisiologica visto la mole di copertine a cui è sottoposto) Villa rimane uno dei più grandi fumettisti del panorama internazionale.
  8. Credo che l'eventuale imprecisione sia presente nella gamba sinistra, che al netto della prospettiva, sembra un pelino più corta. Per ciò che riguarda la destra, (tenendo fede a un'equazione letta su un manuale che le gambe in genere debbano essere quattro volte circa la misura della testa) a me pare tutto sommato proporzionata. Suppongo che spesso inganni la vista pure la posizione del cinturone. Personalmente mi convince poco il braccio sinistro forse troppo lunghetto ma da profano potrei sbagliarmi, tutto sommato comunque, nel complesso la copertina è molto bella e d'impatto e questo conta. In merito a sproporzioni ho visto di peggio onestamente, ma nella narrativa a fumetti, oltre la tecnica fine a se stessa, sono fondamentali pure le sensazioni che il disegno riesce a trasmettere e "l'anima" che l'artista riesce a donare alle sue creazioni e Villa, a mio avviso, è un maestro in tutto questo.
  9. Dopo aver letto l'eccellente recensione di @Diablero, molto completa e dettagliata, diviene difficile trovare qualcosa da aggiungere, tuttavia, avendo riletto gli albi di recente, provo lo stesso ad articolare un commento. La storia fu composta nel tardo periodo crepuscolare del grande Bonelli e alcuni difetti tipici di quegli anni sono presenti e distinguibili. Comunque a differenza dell'episodio precedente, ricucito alla bene o meglio dalla redazione ma rivelatosi fiacco e alquanto sconclusionato, "Luna Comanche", possiede qualcosa di particolare che in qualche modo ti coinvolge durante la lettura. Vuoi per la presenza del buon comprimario Tiuba, a cui l'autore dona un meritato finale melodrammatico, o forse per la sottile allusione alle credenze indigene che spinge il giovane Navajo all'atto eroico, perpetrato per vendicare il vigliacco omicidio del caro amico-padrone. Se poi ci aggiungiamo il solito Tex bonelliano, e un ottimo Carson che si ritaglia con il suo inseguimento una lunga sfilza di pagine alla ribalta, forse centro il punto che tutto sommato mi ha fatto apprezzare questa storia minore. Certamente non si capisce cosa ci faccia la scena nell'incipit con il mercante messicano, totalmente slegata dal contesto e poco attinente (credo anch'io che fu recuperata da qualche bozza di spunto autonoma, per dilatare il numero esiguo di pagine). Anche l'altro appunto fatto già notare, ovvero lo strano (e volendo incomprensibile!) atteggiamento dei cowboy, che accettano senza battere ciglio la versione della morte del boss e si immolano per il piano del perfido figlio, non fa fare salti di gioia e si mostra come una forzatura narrativa, tuttavia, sebbene non eccelsa e facilmente dimenticabile, la storia trasuda texianità da ogni tavola e in un periodo in cui l'apporto di Nolitta "stravolse" questo aspetto, non è roba da poco. Il drammatico e poetico epilogo al chiar di luna, reso graficamente in maniera straordinaria dal sempre efficace Letteri, vale da solo "il prezzo del biglietto". Se ci furono interventi esterni o se la storia fu ripresa dopo una lunga interruzione, come acutamente fatto notare da Diablero, non lo so, posso solo dire che, a mio avviso, rappresenta una delle ultime sceneggiature valevoli del compianto papà di Tex; un acconto di quel testamento artistico immenso, a cui noi lettori dobbiamo essere sempre grati. I disegni di Letteri mostrano un lieve calo nella seconda parte, (come se l'artista fosse pressato dalle consegne, e visto la mole delle tavole che sfornava all'epoca, non mi stupisce), comunque il livello è ancora appropriato ed elegante. P.s. Visto come è rappresentato il Ranch, mi chiedo a cosa servisse la scala esterna laterale se poi nel poi nel ballatoio di arrivo non vi è alcuna porta d'ingresso ma solo due finestre. Refuso che il disegnatore ripete in più campi lunghi, poca cosa ma forse, per deformazione professionale, mi è subito saltata all'occhio Il mio voto finale è 7
  10. Ognuno è libero di criticare le storie come meglio crede (ci mancherebbe!), ma a par modo, ogni lettore è libero di leggerle e godersele come preferisce, senza per questo dover essere classificato o considerato parte di "non lodevoli" percentuali, che lasciano il tempo che trovano.
  11. Storia che viene ricordata più che altro per il debutto del grande Civitelli sulla saga. Un allora giovane disegnatore di talento, che si affacciò in punta di piedi sulla gloriosa testata e che da quel giorno legherà a doppio filo la sua splendida carriera con il personaggio più amato e longevo del panorama fumettistico italiano. Per il resto, l’episodio rappresenta la quarta prova di Nizzi per il ranger; una sceneggiatura a mio avviso senza eccessive pretese e abbastanza breve, ma che ha comunque il suo perché. L’autore, in piena grazia creativa, riesce a far lievitare un soggetto non originale, con un ritmo piacevole, dialoghi freschi e la giusta miscela fra azione e ironia. Non male le caratterizzazioni dei villain, che muovono la fila del piano criminale; il casuale arrivo di Tex tuttavia, come un tornado, scompiglierà la macchinazione messa in atto da Ferguson e Flanagan ai danni dei gonzi di turno, e i due complici finiranno con mettersi uno contro l’altro. Ci sarebbe da obiettare sulla scarsa consistenza dei due killers, che non si prendono nemmeno la briga di rimuovere le tracce sul luogo dell’omicidio, o sulla soffiata risolutiva di Flora, che, conti alla mano, diviene decisiva per individuare il bandolo della matassa. Ma di contraltare alcune scene, come il passaggio segreto, l’interrogatorio a suon di sganassoni di Tex, o personaggi come lo sceriffo o il maggiordomo, si fanno apprezzare. Spassosa la battuta di Tex che giustifica il bavaglio indossato da Carson, per via dell’umidità notturna, o il colloquio fra i due scatenati rangers e lo sceriffo, che si trova costretto ad avallare controvoglia l’incursione notturna in villa Fergusson. Meno piacevole la mezza umiliazione del vecchio cammello in saloon: può starci beccarsi un pugno dall’avversario, magari preso alla sprovvista, ma non capisco perché Nizzi non permetta all’esperto Kit di rifarsi e rimettere a posto le cose; con l’intervento di Tex sembra proprio che lui abbia bisogno di una balia per difendersi. Episodio minore ma divertente e il lieto fine è scontato, col giovane Milton scagionato e pronto all’altare con la bella Flora e i nostri che riescono finalmente a ricongiungersi con Kit e Tiger, dopo il contrattempo del ritardo, evento da cui scaturisce tutta l’avventura. Il Civitelli che si appresta a esordire sulla saga, mostra già le sue innate qualità: se il bilanciamento tra bianchi e neri è ancora da migliorare, così come la caratterizzazione dei due pards troppo ancorati al modello ticciano, per il resto la pulizia del tratto e la leggibilità delle sue vignette è già evidente. Splendidi e dettagliatissimi gli fondi interni delle abitazioni e dei saloon, da vedere l’ufficio di Fergusson o le varie carte da parati. In una vignetta con Flanagan che si riempie un bicchiere di whisky, si vede nettamente il contenuto della bottiglia con un effetto realismo molto apprezzabile, come sono molto belle e personali alcune inquadrature particolari (la prima vignetta alla stazione per esempio). Un buon debutto, anche se ritengo che la vera prova del nove, che gli valse l’arruolamento definitivo, fu la successiva storia messicana. Mi pare di aver notato durante la rilettura una curiosa incongruenza: in una vignetta con inquadratura esterna di villa Fergusson, l’artista toscano rappresenta in primo piano un lampione che sembra contenere all’interno una lampadina elettrica; non credo che in un piccolo paesino del west, un ventennio prima del 1900, potesse essere possibile. Refuso del disegnatore o un granchio preso dal sottoscritto? Il mio voto finale è 7
  12. Ammetto che la scena è al limite, tuttavia sulla saga si è visto questo e altro. Senza andare a spulciare i vecchi albi, ricordo che nelle prime storie Bonelli faceva divellere a mani nude le barre di una cella a Tex; Pat Mac Ryan e Gross Jean a mani nude distruggevano i saloon e anche Boselli permise a Tex con un braccio rotto, di rimanere in bilico su un precipizio. Di forzature e incongruenze la saga ne è piena, ma è ovvio che, trattandosi di un'opera di fantasia, vanno pure accettate con la tanta decantata "sospensione dell'incredulità". Le "licenze poetiche" su Tex ci sono sempre state e non solo adesso. Per il resto, non entro in merito sulle valutazioni soggettive degli utenti, anzi le rispetto a prescindere se mi trovino d'accordo o meno.
  13. Come non poterla definire una storia minore? Nel malinconico tramonto della sua luminosissima carriera, il grande Bonelli palesò evidenti difficoltà ad articolare storie lunghe e complesse: la prova in questione è un lampante esempio. In redazione, presumibilmente pressati da esigenze di programmazione, ebbero l’idea di prendere due brevi sceneggiature indipendenti una dall’altra e di ricucirle in un unico episodio. Si stava raschiando il fondo del barile? Forse, di certo l’esito finale non fu esaltante; non tanto per lo stacco fra le due avventure, situazione molto diffusa agli albori della serie e che in fondo non stona, se usata con le giuste proporzioni, piuttosto per l’esilità delle due parti. Nel primo “mini episodio” Bonelli recupera una situazione già usata nella celebre avventura della “Cella della morte”, ovvero il tentativo di truffare i Navajos con la consegna di una mandria in pessime condizioni. Fare paragoni fra le due storie è ingeneroso, e ovviamente eviterò di farli, ciò che non si può tacere tuttavia è che, se in quel capolavoro la sequenza era funzionale e faceva parte del complesso piano ordito ai danni di Tex e la sua gente, qui risulta un po’ campato in aria e con non poco incongruenze. Assurdo pensare che un ufficiale dell’esercito possa consigliare un simile piano con Tex in circolazione, così come è poco chiaro che "grande guadagno" poteva mettersi in tasca il sergente che avallò la “porcata” prima della presunta consegna. Sequenza alquanto fiacca e con dei villain troppo inconsistenti per destare attenzione. La seconda parte, mostra un rapimento di due benestanti e il tentativo di estorcerne un ricatto, dopo una rapina non fruttuosissima alla diligenza che ospitava i due malcapitati. Anche in questa sessione narrativa, il ritmo è blando e la noia la fa da padrona. Gli antagonisti si riveleranno ancor più sprovveduti dei “colleghi” dell’avventura precedente tanto è vero che, nell’epilogo, lo stesso Carson ammetterà di non aver dovuto sudare più di tanto per mettere a posto la situazione . Magari al giorno d’oggi si sarebbe potuto ricavare due mini storie accettabili per il color autunnale, allora invece l’idea di fusione partorì una storiellina insulsa, incoerente e molto noiosa. Un vero spreco per l’ottima resa artistica di Monti, che macinò tavola su tavola con un tratto sicuro e molto leggibile nella sua indiscussa eleganza. Già altre volte ho evidenziato la grandezza del compianto disegnatore, un vero Jolly, utilissimo alla casa editrice, nonché un artista di grandissimo spessore, forse lievemente sottovalutato dai fans. Il mio voto finale è 4
  14. SPOILER Purtroppo la frenesia di questi giorni, mi ha impedito di scrivere prima il giudizio finale dell’opera. L’albo conclusivo l’ho gustato in piena notte e, sebbene crollassi dalla stanchezza, ho staccato la luce solo dopo aver ultimato l’ultima pagina. Già questo aspetto depone a favore della prova: la sera prima, durante la rilettura di una delle ultime storie bonelliane “Uno sporco imbroglio”, mi sono assopito con il volume in mano . Facezie a parte, la storia che vede il debutto del nostro caro pard @Barbanera, mi ha soddisfatto. Non possiamo certo dire che sia un capolavoro, ma si fa leggere con interesse e assolve in pieno il suo compito di intrattenere piacevolmente il lettore. Il soggetto, sebbene non del tutto originale, è tutt’altro che banale e ricco di spunti interessanti. Onestamente anch’io, come altri utenti, ho percepito un leggero calo nel secondo albo, più che altro a livello di sceneggiatura, tuttavia Ruju, considerate alcune ultime uscite, si è difeso bene e la sua trama conserva un ritmo accettabile e lineare. Ho trovato molto performanti i due pards, e da carsoniano non posso che apprezzare il suo exploit all’interno del forte: mi piace credere che Antonello abbia voluto omaggiare così, la frangia di fan del “Vecchio Cammello” . L’identità del Siats è prevedibile e spoilerata troppo presto, magari il flashback incriminato del primo albo poteva essere tagliato, ma tutto sommato non mi ha disturbato più di tanto. Ho apprezzato molto la figura arcana del vecchio Soshone cieco e la trovata di soggetto di allacciare, gradualmente le file delle azioni degli antagonisti, ognuno perseguendo un obiettivo diverso ma in fondo accomunato da un medesimo denominatore: la cacciata degli Utes. Il drammatico epilogo, anche se un po’ accelerato e magari non adeguatamente elaborato, ha il potere di colpirti allo stomaco e personalmente non me lo aspettavo, così come mi ha molto colpito pure la cruenta vignetta con il gigantesco Siats che fracassa “in diretta” la colonna vertebrale del malcapitato Colter. Il tentativo di corruzione del bieco mercante nei confronti di Tex era da evitare, davvero poco credibile come cosa, ma per il resto, bisogna ammettere che Colter, in fin dei conti, si rivela il vero burattinaio della situazione. Suo il “merito” di gestire a personale vantaggio l’odio per i nativi maturato da padre e figlio e presumibilmente, senza l’intervento dei nostri due pards, avrebbe avuto successo, mosso dalla bramosia dell’oro, ovvero una delle maggiori motivazioni che spingono gli uomini ad abbandonare la retta via. Una tipica storia da “Tex”, che, seppur senza eccellere, si fa apprezzare e mostra le qualità di soggettista di Antonello, che a mio avviso lo porteranno ad altre future apparizioni. Merita pure un plauso il curatore, che ha il coraggio e la passione dir difendere le buone idee, anche se provenienti da esordienti o non addetti ai lavori: un atteggiamento che denota amore per il personaggio, personalità e nessuna traccia di “snobismo” di sorta. Sotto l’aspetto grafico, se la prova poco ispirata di uno stanco Laurenti ha depotenziato la trama del ritorno di Manuela Montoya, qui Benevento, bissa l’ottima prestazione del debutto e si mostra un artista di tutto rispetto, un ottimo rafforzo per il team texiano. Un autore stiloso, molto abile nella narrazione “grafica”, un tratto personale che valorizza le sequenze di sceneggiature e discreta continuità di resa. Al sottoscritto piace particolarmente e spero di vederlo spesso impegnato sulla regolare. Il mio voto finale è 7
  15. Premesse: 1) Che il sottoscritto non ami Nolitta su Tex ormai lo sanno pure le pietre; 2) la storia in questione è forse una delle migliori dell’autore sulla saga, molto dura e drammatica, ma come consueto, con i canoni texiani ha poco a cui spartire; 2 bis) Sebbene ben scritta e appassionante nel complesso, bisogna ammettere che non solo non è una storia di Tex, ma quasi (con le dovute modifiche) se si estrometteva il protagonista in camicia gialla, l’episodio funzionava lo stesso; 3) dopo i primi punti, rischio di essere tacciato come un integralista texiano, ma a mia discolpa posso aggiungere, che la lettura dei “Dominatori della valle” mi ha comunque piacevolmente intrattenuto, dunque merito una lieve attenuante ; 4) Se da giovane avessi cominciato a leggere Tex durante la gestione Nolitta, onestamente credo che oggi non sarei qui a scrivere sul forum, visto che probabilmente avrei abbandonato presto la serie (su questo punto tornerò in seguito nel commento) Esaurito l’elenco delle premesse, provo ad articolare il commento, fresco della recente rilettura di questa controversa prova nolittiana. Sul fatto che ci troviamo al cospetto di un notevole racconto western, crudo, cupo e altamente drammatico, non ci piove. Al netto di una frequente tendenza alla verbosità dei dialoghi, o al dilatare di sequenze narrative che rischiano di rompere il ritmo della lettura, il buon Sergio mostra un’ennesima volta di essere un buon autore delle nuvole parlanti e palesa uno stile (piaccia o no) molto riconoscibile e personale. La costruzione di alcune scene, vedi il duello nell’incipit o l’intromissione nella lussuosa villa di Watson con il suo carico di “merce avariata”, o la sfida verbale al bordo del biliardo (sequenza originalissima sulla serie) è da antologia. Molto sfumata e interessante pure la caratterizzazione dei suoi personaggi, comprimari e non; in questa storia poi il compianto editore ne inserisce davvero parecchi, con esiti tutto sommato apprezzabili. L’arrogante Watson (che paragonerei a un potente boss mafioso, con tanto di sgherri e sottomessi) pur di ottenere i suoi scopi, non lesina a tiranneggiare e sopprimere gli onesti allevatori e indubbiamente lascia il segno e si fa ricordare, così come brilla la presenza della graziosa figlia, una figura ben riuscita all’autore, che non solo aiuterà Tex in un momento cardine, ma quasi lo ammalia con la sua grazia e sensibilità. Detto questo, se dovessi esprimere una votazione come racconto western, sarei tentato a dare un otto pieno, tuttavia c’è il rovescio della medaglia: un aspetto non secondario visto che il suddetto racconto appare su Tex e quindi va valutato pure (e soprattutto!) su questa ottica. Pochi giri di parole: il protagonista ombroso e impulsivo che agisce in camicia gialla non è Tex! Con tutta la buona volontà di liberarmi dai miei presunti preconcetti, ma non riesco proprio a riconoscere il mio eroe preferito nelle storie di Nolitta. E’ vero che con le pistole ci sa fare, ma per il resto non trovo alcun altro punto di unione con l’eroe creato dal padre, poi rivisitato anche da altri autori. Mi riallaccio al punto in cui sostenevo che difficilmente sarei diventato un fan della saga con Nolitta al timone, riprendendo in parte una descrizione usata da Diablero che condivido: il Tex di Sergio Bonelli è uno sbirro logorroico, arso dai dubbi, a tratti ottuso e sbruffone nella sua arroganza, pessimo giudice di uomini visto le volte che si fa fregare come un pollo, poco ironico e quasi antipatico nel suo agire e con i suoi pipponi filosofici da strapazzo. Un personaggio molto diverso dal Tex che conosciamo e con cui spesso faccio tanta fatica a entrare in empatia. Le sue “piccionate” sono tante e gravi per un eroe della sua risma. In questa storia, seppure sia una delle migliori, Tex per almeno tre volte dà le spalle sciaguratamente ai nemici. Nel primo caso è assurdo che non preveda che i vigilantes sfruttino l’occasione di metterlo fuori gioco appena si appresta a girarsi per parlamentare con gli abitanti del ranch assalito. Anzi è una forzatura che i nemici non sfruttino a dovere un simile "regalo", facendolo fuori impallinandolo come un tordo. Anche ammettendo che non sospetti dello sceriffo (e ci può stare!), ma dopo l’agguato subìto al chiar di luna, dove solo l’aiuto di Macon lo tira fuori da una brutta situazione e sapendo ormai chi lo eseguì, mi chiedo come diavolo faccia a dargli le spalle nella scena in cui solo l’avvertimento del piccolo telegrafista, gli evita un buco nella schiena. Altra scena da bollino rosso, come si fa stordire da Watson nella sequenza al Club: dinanzi il vero villain della storia è accettabile una simile leggerezza di Tex? Onestamente se simili passaggi li scrivesse un altro autore oggi (ogni riferimento è puramente casuale ), potrebbe evitare il pegno di penne e catrame in pubblica piazza? Situazioni al limite che scalfiscono il valore di Tex e sembrano scritte apposta per farlo. Anche stavolta, se al posto di Aquila della Notte ci fosse stato un "Tim Stone" qualsiasi, la storia avrebbe comunque appassionato, ma la rappresentazione texiana di Nolitta proprio non si può vedere. Dunque mi avvarrò pure stavolta del sei politico per il voto finale, che in fondo potrebbe essere pure la media più adatta, visto che all’otto del racconto, sommerei il 4 della texianità e la media è fatta. Su Fusco poco da dire, sempre molto affidabile e azzeccato per simili storie; il suo tratto sporco e caldo si sposa perfettamente con la cupezza di simili sceneggiature e rappresenta un valore aggiunto. D’altronde anche il mio mutato giudizio sulle grandi doti del compianto disegnatore ormai è noto pure alle pietre sul forum . Il mio voto finale è 6
  16. “Ladies e gentlmen, ecco a voi Claudio Nizzi!” Verrebbe da esordire così, approcciandosi al commento della storia in questione. Prove simili sono una delizia per i sensi; puro divertimento che accompagna il lettore dalla prima all’ultima tavola e che si rileggono sempre molto volentieri. Diamo a Nizzi ciò che è di Nizzi: è purtroppo vero che il suo verticale calo qualitativo, nella tarda fase di carriera, ha portato noi appassionati a muovere (motivate!) critiche, ma bisogna ammettere che l’autore, che si apprestò a cogliere la sfida offertagli da Sergio Bonelli nei primi anni ottanta, mostrava grande qualità e spessore. “I cospiratori” è il primo capitolo delle sue ambientazioni messicane e come si suol dire, il buongiorno si vede dal mattino. Episodio scoppiettante; un perfetto mix di azione, intrigo, strategia, ironia e tanto divertimento. Si comincia a delineare la tendenza di Nizzi di dividere il quartetto, visto che con un banale pretesto nell’incipit, Kit e Tiger vengono spediti “a farfalle” e l’azione si concentra sull’affiatata coppia Tex-Carson. Un duo al pieno della forma, sia per decisione, intraprendenza e tanta ironia. La trama parte circoscritta, con un misterioso omicidio, una convocazione poco chiara e un gruppo di messicani disposti a tutto pur di impedire i nostri di raggiungere Monterrey, ove è palese che il caro Montales è nei guai. Come un sasso nello stagno che produce dopo il suo tonfo, molteplici cerchi concentrici a raggio crescente, anche la storia tende ad ampliarsi pagina dopo pagina. Seguendo un ritmo serrato, dopo scene gustosissime come la mega rissa nella taverna del porto, il piano dei messicani sul veliero del capitan Maycroff o la strepitosa sequenza della fuga in treno con il travestimento da frati, si entra nel vivo e si comprendono i reali motivi della cospirazione. Senza cali di ritmo, si giunge allo scoppiettante epilogo, arricchito da personaggi ben resi come il freddo tedesco o la cricca di cospiratori, non tacendo del capitano Marquez o il tenente Cordoba, preziosi alleati per Tex, nella difficilissima missione di sventare l’attentato dinamitardo. Dopo essersi travestito da frate, il celebre ranger indosserà pure la divisa messicana e risolverà la spinosa questione, pure con un briciolo di fortuna, che ovviamente non guasta mai. Che dire, una prova davvero notevole che inaugurerà un filone molto felice per Nizzi, ovvero le ambientazioni oltre confine tra cospiratori, serpenti in divisa e traditori. Si potrà obiettare (giustamente!) che l’autore di Fiumalbo contaminasse le sue storie con caratteristiche tipiche della commedia, (da notare quanto spassosa sia la scena sul treno con “frate Carson” che risponde a capocchia con un latinorum inopportuno, seguito dall’espressione attonita della malcapitata credente messicana ) ma quando componeva con una simile verve e ispirazione creativa, brillava di luce propria. Tutto grasso che colava per una saga che stava attraversando un pericoloso guado, dopo il disimpegno dovuto alle ragioni anagrafiche del grande Bonelli e le evidenti difficoltà del figlio di proseguire la tradizione. Il recupero di Montales non è di poco conto; è vero che nel presente episodio funge solo da pretesto e rimane ai margini della scena, ma Nizzi avrà il merito di rivalutarlo e utilizzarlo molte volte nella sua gestione, donandogli quel lustro che, anni e anni di assenza, gli avevano tolto. Non trascurabile l’ottimo contributo di Civitelli ai pennelli: un disegnatore ancora in fase di rodaggio e a tratti acerbo, che però lascia già intravedere le sue grandi qualità da fuoriclasse, soprattutto nella resa degli sfondi, realizzati con certosina precisione. Il bilanciamento fra bianchi e neri è ancora da migliorare (cosa che riuscirà brillantemente all’artista con l’inserimento dei suoi celebri puntinati, qui ancora assenti a panaggio di retini incrociati più tradizionali ma sempre molto efficaci), tuttavia l’eleganza di tratto, la buona “recitazione” dei personaggi e la discreta tenuta sulla lunga distanza, decretano l’onorevole riuscita grafica del difficile episodio e suppongo che sancì il vero battesimo del fuoco dell’artista arietino, superato brillantemente per la gioia degli appassionati del buon disegno, che ancora oggi, a distanza di tre decenni, si deliziano gli occhi con la splendida arte di un simile maestro. Il mio voto finale è 9
  17. Ahahaha quel che si suol dire "accettare a scatola chiusa" . Si precisa che "ogni riferimento a fatti e persone" non è puramente casuale"
  18. Intrugli mortali James Guthrie è un fuorilegge mandato in gattabuia da Tex in una passata missione. Evaso dal penitenziario, ove scontava la sua pena, il bandito si stabilisce al sud del confine, mettendo su un losco traffico di whisky e armi con gli Apaches. Avido e spietato, non si crea alcun problema a spacciare il suo pessimo “bruciabudella”, trattato sistematicamente con metanolo in una malmessa distilleria, infischiandosene bellamente se a, causa dello stesso, molti suoi “clienti” muoiono avvelenati. Fra le vittime del velenoso intruglio ci sarà pure il giovane Adahy, figlio di Guyapi fedele luogotenente di Cochise. Attanagliato dal dolore e arso dalla sete di vendetta, l’apache, contravvenendo ai moniti di Cochise stesso, si getta a capofitto sulla pista della rappresaglia, incurante se durante la sua caccia a Guthrie anche incolpevoli coloni cadono sotto la spietata falce della sua ira. Giustamente preoccupato per le eventuali conseguenze dovute alla scriteriata condotta del suo sottoposto, Cochise chiede l’aiuto a Tex, affidandogli il non semplice compito di intercettare il bieco Guthrie e cercare di riportare alla ragione l’addolorato Guyapi. Giunto in Messico, in compagnia dei suoi pards, Aquila della Notte comprende immediatamente di trovarsi al cospetto di una brutta rogna da grattare: la Guardia Rural non offre alcuna collaborazione, anzi si sospetta che protegga il comanchero, visto che con la sua opera dona il pretesto per intervenire militarmente contro gli odiati Apaches; Guthrie sembra essere stato inghiottito dalle polverose lande messicane, mentre al contempo la feroce rappresaglia di Guyapi continua a versare sangue innocente, allarmando peraltro pure l’esercito americano oltre confine. In un clima teso e con in aria il vento di un’imminente guerra indiana, complicata pure da una crisi diplomatica sorta fra esercito americano e messicano, Tex, grazie a un’imbeccata di una spia, intercetta la banda di Guthrie. Nel pirotecnico scontro a fuoco, i nostri riescono ad avere la meglio sui comancheros e imprigionare il capo. Nel tentativo di salvare il salvabile, Tex spera di convincere Guyapi a tornare sui suoi passi, visto che ormai il maggior responsabile della morte del figlio è assicurato alla giustizia. Purtroppo il dolore ha reso “cieco” il luogotenente di Cochise e il ranger si ritrova costretto ad affrontarlo in duello, non riuscendo a suo malgrado, a risparmiarlo. Sebbene la morte di Guyapi porti allo scioglimento della banda dei predoni rossi, la lotta contro il tempo per scongiurare comunque una guerra contro la gente di Cochise è esasperante. Tex e soci con coraggio, dedizione e il contributo di Montales, (avvalendosi pure di amicizie influenti oltre confine per tenere buone la giacche blu) riusciranno a spuntarla evitando un massiccio bagno di sangue e smascherando, grazie alla confessione di Guthrie, anche alcuni rurales corrotti, che ambivano a mettere a fuoco e fiamme per impinguarsi le tasche.
  19. Mi ero ripromesso di non commentare più storie di Nolitta, visto che ogni volta per me, è impervio farlo; se da un lato lo apprezzo come autore, dall’altro riconosco che su Tex ci sta come l’aglio nella carbonara , tuttavia ogni volta ci ricasco: evidentemente sono affetto da un’acuta forma di masochismo . Ho di recente letto la storia in questione e anche stavolta mi ritrovo assalito da contrastanti impressioni. Il compianto Sergio compose un episodio con buone vette di drammaticità e pathos, scegliendo uno spunto di soggetto sempre molto valido sulla saga e rielaborandolo di par suo, ottenendo una trama che cattura l’attenzione, ma la texianità, anche stavolta (soprattutto stavolta mi verrebbe dire!) è ancora lontana, quasi un’irraggiungibile chimera per l’editore-sceneggiatore. Torno a ripetere che se fosse stata scritta con altri protagonisti, anche “Grido di guerra” apparirebbe una buona storia western, ma essendo composta per la saga di Tex, non si può fare a meno di evidenziare le notevoli incongruenze di caratterizzazioni. Se a posto di Tex e Tiger ci fossero stati Zagor e Tonka, la storia avrebbe funzionato ugualmente, anzi, forse sarebbe stata pure più idonea alle caratteristiche dei due eroi di Darkwood. Come non si può tacere di quanto la sceneggiatura risenta di una forte zavorra, ovvero un ritmo narrativo a volte molto lento (quasi esasperante) e alcune sezioni dilatate e verbosissime che rischiano fortemente di annoiare il lettore e fargli perdere il filo. Un altro aspetto dello stile compositivo di Nolitta, ovvero quello di spostare raramente la scena da Tex, contribuisce a uniformare le sceneggiature e ottenere un effetto torpore, al giorno d’oggi un po’ datato. Pronti, via! Pagine e pagine di dialoghi fra il generale e Carson a introdurre l’arrivo di Tex e Appanoosa. Aquila della Notte impiega poche tavole a beccarsi la prima botta in zucca, durante il concitato scontro che segue all’attentato durante la firma del fatidico trattato di pace. Anche ammettendo che era impossibile prevedere lo sparo e nel buio distinguere il misterioso artefice, Tex subito dopo non ci fa una bellissima figura, anzi tocca a Carson (sempre troppo dietro le quinte nelle storie di Sergio) a catturare il prezioso ostaggio, ovvero il figlio del capo Cheyenne ribelle. Altre pagine e pagine di dialoghi e piani per scongiurare subito l’intervento armato e provare di rattoppare lo strappo con Appanoosa, offrendogli la liberazione del caro figlio e cosa riescono a fare Tex e Tiger durante la marcia di avvicinamento al villaggio Cheyenne? Si fanno assassinare sotto gli occhi il prezioso ostaggio dal misterioso killer, così "abile" da lasciare sul corpo della vittima un compromettente indizio della sua colpevolezza. Scena che a mio avviso non pone alcuna attenuante all’errore di Tex, visto che non ha senso far allontanare il ragazzo, con la scusa dei lupi, non solo per l’imprevedibile omicidio: chi assicurava ai nostri che il giovane cheyenne non se la desse a gambe giocandoli bellamente? Seguono altre pagine e pagine di sermoni e minacce dell’addolorato (neanche troppo!) capo indiano e la bella scena del ponte, resa magistralmente da Galep. Con l’interessante colpo di scena dell’incontro con O’Sullivan, Tex ha l’incredibile botta di fortuna con la "C" maiuscola di individuare l’identità del misterioso cospiratore e di fatto la trama si dipana, consegnandoci il prevedibile epilogo con i nostri che scongiurano il bagno di sangue e consegnano ad Appanoosa il corpo del vero colpevole, placando troppo semplicemente il desiderio di rivalsa di quest’ultimo. La scena di Tex che sfida i Cheyenne, portando di peso il corpo dell’ufficiale ucciso è altisonante, come quasi epica appare l’azione di Tiger che si ritaglia un ricco momento di gloria uccidendo il vero villain nell’ombra, sciorinando un lunghissimo commento che sembra essere uguale a un comizio da palco elettorale; non c’è che dire, un finale altisonante che però non può bastare a placare la sensazione di aver letto una buona storia sì, ma che con Tex e la sua saga ha poco a cui spartire. Di fatto, d’ora in poi quando dovrò assegnare un voto numerico alle prove di Nolitta, opterò per un 6 politico. Chiudo il mio commento spendendo qualche meritata parola per la prova grafica fornita dall’indimenticato Galleppini. Il papà di Tex, sebbene ormai in parabola discendente, se la cava alla grandissima, eccellendo soprattutto negli sfondi paesaggistici e i campi lunghi. Splendida, come già accennato, la sequenza del ponte sospeso e il crollo nel vuoto degli indiani (vignette dall’elevatissimo grado di difficoltà esecutiva, rese da gran maestro, come Galep effettivamente è sempre stato), così come sono molto belle parecchie vignette quadruple presenti durante la narrazione. Interessante vedere la barba incolta di Tex durante il suo faticoso pellegrinaggio dopo l’incontro con i Cheyenne, però bisognava fare in modo che anche Tiger presentasse gli stessi segni di incuria, per coerenza. Più incerta la rappresentazione di alcuni primi piani, che cominciano a palesare il calo del grandissimo artista, ma sono ancora poca cosa e non inficiano più di tanto la notevole prova. Un duo quello formato da Nolitta e Galep molto affiatato a quei tempi. Il mio voto finale è 6
  20. Mancandomi il numero 318, (anche se ho già preventivato d’inserirlo nella lista degli albi arretrati da ritirare appena riaprono i magazzini della Bonelli) son rimasto in dubbio fino all’ultimo se commentare o meno questa storia. Affidandomi all’attendibile giudizio del caro pard @Leo, desumo che l’albo mancante poco aggiunge al valore della storia, se non fungere come apripista, dunque può bastare la lettura del “Ragazzo selvaggio” per farsi un’idea complessiva della prova e abbozzare una recensione. Lo spunto di Nizzi non spicca per originalità, visto che risente di un mix di influenze che vanno dalla storia bonelliana “Sulle tracce di Tom Foster” (che verrà pure citata tra le pagina), il romanzo “Il libro della giungla” di Kipling e svariate pellicole cinematografiche con temi simili, tuttavia l’esito finale è apprezzabile, sia per merito di una sceneggiatura molto curata e soprattutto per alcune scene a effetto che lasciano la traccia nell’animo del lettore. Provo a elencarne alcune che mi hanno particolarmente colpito: - Carson che nel fitto buio del sottobosco scorge la mezza dozzina di occhi lucenti dei lupi posti in agguato, una sequenza che (non so perché) mi ha rievocato una situazione dell’albo “Le notti di luna piena” di Dylan Dog; - il presunto potere del ragazzo selvaggio di farsi obbedire dai lupi, mettendoli sulle tracce dei nemici, particolarità già vista nella saga con l’affascinante Mitla, tuttavia nel proseguo Nizzi trascura questo aspetto lasciandolo cadere nel vuoto; - la scena struggente della morte del lupo fra le braccia del commosso ragazzo; - il risveglio dei nostri attorniati dai lupi, nella vignetta quadrupla superbamente illustrata da un Ticci in stato di grazia; - la violenta uccisione di Willie, azzannato al collo dal ragazzo selvaggio; - nell’epilogo, la vignetta in cui John, subendo il richiamo del sangue, lecca come un cucciolo ubbidiente la mano del padre, dinanzi agli attoniti pards; - l’ultimo saluto al popolo del bosco di John, dopo aver scelto di tornare col genitore. Le suddette scene mostrano la particolarità della prova di Nizzi e sebbene il finale sembri quello di una fiaba, si conclude la lettura molto soddisfatti. L' autore si mostra pure abile nel tratteggiare i suoi personaggi, vedi i villain, soggiogati dall’avidità e disposti a tutto pur di non perdere l’eredità; molto convincente pure la figura di Randall, uomo giusto ma affranto dalla solitudine, che lo induce a seguire fino all’ultimo il sogno di poter rivedere il suo figlio perduto. Poi Tex, umanamente coinvolto nella vicenda essendo anch’esso padre, ma al contempo attento a non far illudere oltremodo Randall, visto la difficoltà della loro missione. Unica nota stonata, a mio avviso, la coincidenza di Ruby che apprende la notizia dell’avvenuto testamento di Randall durante la sua origliata: a proposito, ciò che non doveva mai mancare ai personaggi nizziani era l’udito visto le numerosissime situazioni in cui dovevano farne buon uso . Pure un po’ stucchevole il consiglio di Ruby al nipote in merito ai rimorsi di coscienza, visto che, in primis Willie ha un animo cupo quasi quanto lui, e poi per il fatto che partecipare o meno all’agguato, poco cambia visto quanto il giovane ormai c’è dentro fino al collo. Non la reputo un capolavoro, tuttavia la prova è di spessore ed evidenzia quanto Nizzi fosse ispirato nei primi anni del suo contributo alla saga. Menzione a parte merita l’immenso Ticci: superlativa la sua prestazione grafica che arricchisce l’episodio. Paesaggi da urlo, sfondi naturalistici eccelsi, grande capacità di donare pathos a ogni sequenza. Nessuno meglio del grandissimo maestro senese è capace di dipingere con così tanta poesia la natura brulla e selvaggia, dalle foreste del nord, agli assolati deserti del sud ovest. Semplicemente grandioso. A proposito di poesia: ma quanto è bella la copertina di Galep dell’albo numero 319? Il mio voto finale è 8
  21. Ulteriore conferma (se ce ne fosse ancora bisogno!) del grande talento e professionalità della coppia Boselli - Dotti.
  22. Stavolta vorrei iniziare il mio commento facendo notare quanto sia bella ed evocativa la copertina dell’albo n. 286, che oltre ad avvalersi di un’ottima performance di Galep ai pennelli, fa presa pure su un titolo “I delitti del lago ghiacciato”, che già da solo stuzzica la curiosità del lettore. L’episodio invece vede ai testi Nizzi, alla terza prova sulla saga. Lo sceneggiatore, seppur ancora in punta di piedi, mostra già quelle qualità che lo porteranno a diventare l’autore cardine del decennio successivo, sostituendo di fatto il grande Bonelli, ormai affaticato dal peso degli anni. Nizzi, seguendo una sua naturale indole compositiva, crea un intricato giallo, imperniato da molte situazioni tipiche del western classico e, facendo leva su un buon ritmo di sceneggiatura, cesella una storia molto valida e interessante. La parte iniziale a mio avviso è molto ben strutturata e coinvolgente; il racconto del doc che mette al corrente l’orrido esito della spedizione condotta da Larsen dona un brivido nella schiena. La presenza del villain misterioso e i numerosi tentativi di eliminare i nostri, aggiungono pepe alla pietanza. Man mano che la trama si dipana, nuove scoperte attenderanno il quartetto e i lettori. La reale fine della carovana sui Teton assume un aspetto meno noir e il punto focale del soggetto, come ovvio, si concentra sul recupero della cassa della refurtiva e sulla scoperta dell’uomo nell’ombra. Nizzi a dire il vero ricama ulteriori situazioni incrociate per mantenere alto l’interesse della prova, quali a esempio l’assalto dei Shoshones ai danni di Griffin e le trame di Butler, ma personalmente dà l’impressione di infilarsi in un imbuto, visto che ormai un lettore esperto ha avuto modo di individuare “l’insospettabile” giuda. I dialoghi e i ritmi narrativi sono molto più vicini a quelli bonelliani rispetto alle allora recenti prove di Nolitta, tuttavia alcune situazioni sembrano rimandare proprio alle prove del compianto editore. Rileggendo l’episodio mi è parso di scorgere un Tex molto nolittiano in alcune scelte e circostanze; magari mi sbaglio ma forse Nizzi, non ancora del tutto saldo al timone, oltre a rifarsi ai classici di Gian Luigi, agli inizi ha pagato pure una leggera influenza del suo “datore di lavoro”. L’abilità del ranger mostrata nei tre albi è fuori discussione, tuttavia, aldilà dei meriti di Macredy, troppo facilmente si fa raggirare e usare da quest’ultimo. Su imbeccata del villain, sospetta dello sceriffo ma non si fa alcuna domanda in merito al presunto investigatore della Pinkerton. Capisco che il tizio in bombetta appare simpatico e cordiale, ma in fondo è pur sempre un perfetto sconosciuto, che ha inizialmente mentito pure sulla sua professione, non dico leggere nel pensiero ma almeno non prendere tutto per oro colato. A proposito di oro, senza il casuale salvataggio di Griffin, il villain l’oro se lo sarebbe trovato bello e impacchettato, alla faccia dei nostri, ingannati e sbeffeggiati. Pure atipico che il ranger ormai certo del tradimento di Macredy si presenti a mani nude, quasi dovesse fare una visita di cortesia. Altro che dare la possibilità di giocarsela con una darringer, a mio avviso doveva fargli misurare col muso l’intero pavimento della stanza a furia di sganassoni. Altra leggerezza nolittiana come da le spalle a Wanekay rischiando di farsi impallinare come un tordo, tutte situazioni che al sottoscritto richiamano più Sergio che il padre a dire il vero. Tuttavia la storia è comunque piacevole, sebbene Nizzi riuscirà a fare meglio in seguito. Da matita rossa invece la copertina spoilerante dell’albo “L’uomo dell’ombra” in cui Galep tratteggia l’ombra di un eloquente avversario in bombetta; mica erano tanti i personaggi nella storia che indossavano un simile copricapo, quindi forse era meglio evitare questo dettaglio. Buono il comparto grafico a cura dell’infaticabile Letteri; tratto solido, pulito e scattante. Ottima resa dei primi piani e delle mimiche facciali, buoni sfondi e apprezzabile sintesi di tratto che coniuga velocità e qualità. Il mio voto finale è 7
  23. Magari può rinunciare a qualcos'altro e se li beve comunque gli otto caffè durante la lettura, così lo aiutano ad arrivare fino in fondo, visto i suoi problemi con Cossu. Anche se spero che a Mister P non facciano lo stesso effetto di Lino Banfi, nell'esilarante scena di un suo noto film; in tal caso temo che, in preda all'esagitazione per la caffeina, sia già tanto che non ci insulti, altro che commentare la storia.
  24. Come per la precedente storia, attendo il secondo albo per esprimere un giudizio complessivo, ma posso già ammettere che, mentre per l'episodio della Montoya le impressioni suscitate erano state un tantino contrastanti, stavolta la lettura mi ha lasciato alquanto soddisfatto. La trama è coinvolgente e scorre via bene, grazie anche a una buona sceneggiatura di Ruju (era un po' che non si vedeva su questo livello e mi fa piacere) e agli disegni splendidi di Benevento, ennesimo jolly pescato da Borden e soci ad arricchire il parco disegnatori della saga. Doveroso rinnovare i complimenti a @Barbanera, il suo soggetto è molto valido e interessante, così come è felice l'idea di inserire alcune sotto trame come quella di Colter, che danno vivacità all'azione e inevitabilmente finiranno per fondersi con lo sviluppo principale, rendendo più sapida la pietanza finale. Al netto di qualche piccolezza (ben evidenziata da @Diablero) il primo albo è di buona fattura e se anche il "flashback incriminato" dovesse smontare il mistero sull'identità del Siats, poco male, visto che rimangono ancora parecchie intessiture di trame a rendere interessante la seconda parte. Chiudo con una piccola considerazione: ben lungi dal voler agire con piaggeria o far il ruffiano di turno, il fatto che due forumisti abbiano meritato questa splendida vetrina, grazie al loro talento e competenza, denota pure l'alto livello del nostro caro forum, per quanto se ne possa dire all'esterno o sui social, e personalmente sono felice e onorato di farne parte.
  25. Di antagonisti nella lunghissima saga di Tex ne abbiamo incontrati a bizzeffe: spietati, pericolosi, vigliacchi, folli, avidi, fanatici e via dicendo, ma ritengo che Langley, riesce a ritagliarsi un ruolo abbastanza particolare nella lista dei villain. Per quanto si macchi di azioni nettamente deplorevoli durante l’episodio, il lettore non riesce a fondo a schierarsi contro, visto la strana motivazione che lo induce a varcare i confini della legalità. Un personaggio molto controverso e atipico che arricchisce un soggetto di per sé non del tutto originale. Di arroganti che pur di passarsi lo sfizio (o l’avidità) di catturare animali sacri agli indiani ne abbiamo visti in parecchi esemplari, basti citare “Silver Star” o il maxi “Figlio del vento”, tuttavia l’ossessione del ranchero per uccidere il famigerato bisonte bianco è diversa. In fondo Langley non è vero delinquente; ha sì fatto fortuna uccidendo bisonti e di conseguenza, con la ricchezza un po’ di arroganza se la ritrova, ma il fulcro di tutto è l’incubo ricorrente (rimorsi di coscienza?) che lo spinge alle soglie della follia. Convintosi che l’unico antidoto al suo veleno dell’anima sia l’uccisione dell’esemplare segnalatogli in terra indiana, si ritrova disposto a tutto, pur di ottenere il suo scopo, perfino attentare alla vita dello sceriffo e dei due pards o scatenare una sanguinosa guerra indiana. Per una delle rare volte nelle trame di Nizzi, sebbene rappresentati in ottima forma e in perfetta sintonia di azione e battute, i due pards rimangono un po’ ai margini, visto che tutta la vetrina è per Langley e al suo inevitabile duello finale con l’acerrimo nemico, quello splendido bisonte dal vello candido, che metafisicamente rappresenta una sorta di Cerbero che lo separa dalla via del rinsavimento. La scena finale è davvero molto d’impatto, con Langley che soccombe all’avversario, ma soprattutto alla sua psicosi che lo induce a mancarlo più volte e fargli credere che il fucile si sia inceppato al momento clou. Un tocco soprannaturale o un beffardo scherzo dell’inconscio umano? Realmente l’autore non specifica del tutto e tocca a ognuno di noi optare per la risposta che più ci sembra adeguata. Di fatto la legge del contrappasso che porta un cacciatore di bisonti soccombere all’esemplare che gli ha in passato garantito la ricchezza, è nettamente presente, così come è palese che Nizzi abbia attinto al celebre “Moby Dick” per modellare il suo soggetto. Una prova notevole che si fa rileggere molto piacevolmente, per via pure di un ritmo che non annoia, buoni dialoghi e la presenza di personaggi riusciti come il bieco Laskiss. Non meno fondamentale il contributo del compianto Fusco nella riuscita della prova. Che gran “colpo di mercato” (usando un gergo calcistico) fu quello di Sergio Bonelli accaparrandosi l’arte del grande disegnatore ligure. Col suo stile caldo e personalissimo, dona un tocco in più a sceneggiature come questa, con una dinamicità eccezionale e sfondi paesaggistici splendidi ed efficacissimi. Poi le ambientazioni nordiche fra neve e praterie erano il suo “pane”, in pochi come lui hanno dipinto così bene l’epopea di quelle magiche zone e nelle sue vignette si percepisce nettamente l’odore dell’avventura e della potenza della natura. Ho già più volte detto che ho rivalutato tantissimo negli anni l’arte del grande Fusco, visto che da ragazzino, non riuscivo ad apprezzare al meglio la sua opera. Dopo anni di letture e splendide storie, mi ritrovo totalmente a prendere le distanze con quei giudizi acerbi da fanciullo e riconosco che al pari di Galep, Ticci, Nicolò e Letteri, il contributo del mitico Ferdinando fu fondamentale per la costituzione del mito intatto del nostro amato rangers e appunto, Sergio Bonelli fece un terno al lotto quando lo inserì nella scuderia dei suoi autori. Il mio voto finale è 8
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