Jump to content
TWF - Tex Willer Forum

Poe

Cittadino
  • Posts

    261
  • Joined

  • Last visited

  • Days Won

    21

Poe last won the day on October 18

Poe had the most liked content!

Profile Information

  • Gender
    Maschile
  • Interests
    Fumetti e cinema
  • Real Name
    Marco

Me and Tex

  • Number of the first Tex I've read
    187
  • Favorite Pard
    Tex
  • Favorite character
    Lucero

Recent Profile Visitors

The recent visitors block is disabled and is not being shown to other users.

Poe's Achievements

Community Regular

Community Regular (8/14)

  • Dedicated Rare
  • First Post
  • Collaborator
  • Conversation Starter
  • Very Popular Rare

Recent Badges

205

Reputation

  1. A me è piaciuto molto: un ottimo Maxi e una storia tipicamente manfrediana. Di boselliano c’è forse solo la tendenza - nella seconda parte della storia - a raddoppiare, triplicare gli avversari e gli ostacoli prima del gran finale, un po’ come nel Texone di Villa o in altre avventure, mi pare. E’ tipicamente manfrediano invece l’utilizzo della Storia del West ai fini di critica sociale, in questo caso lo spaccio di whisky scadente, la corruzione dilagante seguita alla fine della Guerra civile, l’insistenza sui massacri del conflitto (ma a me il flash-back non sembra fine a se stesso, anzi serve a dare un passato e un carattere al sicario Drunky e al colonnello Dickinson, oltre che spiegare come capitan Destiny , ufficiale nordista, è diventato un delinquente utilizzando la “rete” creata durante la guerra). In Boselli l’utilizzo della Storia è più sfumato, meno critico, più inserito nell’intreccio in modo naturale, vedi per es. Lincoln e i suoi discorsi in "Pinkerton Lady". Manfredi vuole alla fine dare sempre un messaggio socio-politico, valido ancora oggi, vedi il bisogno di giustizia contro il malaffare dilagante, vedi l’importanza che dedica alla figura del Giudice nelle ultime pagine e dei collaboratori di giustizia (così come in storie precedenti l’acqua per tutti, il petrolio, i candidati a governatore, ecc). Ma la differenza più grande è nell’utilizzo dei personaggi. Manfredi li caratterizza soprattutto socialmente (il militare, il lavoratore del porto, lo speculatore, l’ispettore del cotone, la vedova proibizionista, ecc.), in questo è un po’ "verista" (visto che qualche giorno fa si parlava di Verga), i suoi personaggi sono condizionati dalla società e dal ruolo che hanno in essa, sono meno complessi di quelli di Boselli, più monodimensionali (in Tex almeno, in altri suoi fumetti secondo me è diverso). Io però non li definirei post-moderni e imprevedibili, in questa storia tutti agiscono con motivazioni ben chiare, psicologicamente motivate (la vendetta del killer, la fame di gloria del militare, il bisogno di avventura dell’armaiolo, la giustizia, i soldi, la vedova che vuole onorare la memoria del marito morto alcolizzato, ecc.). Boselli è più “romantico” (nel senso più ampio della parola), i suoi personaggi sono mossi soprattutto dalle loro passioni (positive o negative), sono più complessi e padroni di sé, tendono al dramma o alla tragedia, possono cambiare nel corso della vicenda o del tempo. Manfredi in Tex, pur creando storie a volte cupe, tende alla satira, qualche volta alla commedia, o addirittura alla farsa (vedi la storia “Oro nero”), più che alla tragedia, e i personaggi sembrano immobili nei loro difetti, ormai sclerotizzati nel loro ruolo, più cinici e disillusi. L’esempio perfetto è il personaggio del killer Drunky. All’inizio sembra boselliano, un killer con l’anima, ci appare quasi simpatico nella sua malinconia (nel flash back in lacrime), poi Manfredi se lo perde per strada e alla fine ce lo mostra un semplice killer vendicativo, incapace di cambiare o solo di mostrarsi più umano (Boselli ne avrebbe fatto forse un personaggio alla Mondego, dei “Sabotatori”). I personaggi di Boselli sono più classici, tendono a umanizzarsi o ad apparire tali, anche quelli malvagi (Ray Clemmons, Bethany, Kid Rodelo, il cacciatore di taglie in “Morte nella nebbia”, ecc.), visti anche nelle loro fragilità e complessità. I personaggi di Manfredi tendono invece a disumanizzarsi, a diventare nel corso della storia antipatici (in questa storia la vedova, il militare non evolvono caratterialmente, anzi), un po’ come il mondo che li circonda, un west crepuscolare, marcio, che corrompe un po’ tutti. Tex e Carson sono visti da Manfredi soprattutto come rangers, uomini di legge, che magari usano a volte metodi poco ortodossi (vedi il finale de “La grande sete” con la diga che salta), ma sempre col distintivo pronto, per far trionfare la legge (addirittura in “Oro nero” Tex diventa pubblico ministero). C’è da dire che per loro la legge - e in questa storia è chiarissimo - non è certo quella al servizio dei potenti, ma al contrario è una salvaguardia per i più deboli (vedi l’ultima pagina: gli eroi veri sono i proletari), anche se la giustizia vera, per Manfredi, è difficile da ottenere. Concludendo, a me questo Maxi è piaciuto, anche i disegni e le atmosfere di Rotundo. La scena più bella è quella della copertina, lo scontro di Tex e del killer Drunky al castello e sulla scogliera. Peccato - come detto - che il personaggio di Drunky con l’armonica a bocca non sia stato poi sviluppato. Notevoli anche le scene sul fiume, tra le nebbie o negli scali portuali, tra la varia umanità che li popola. In sintesi una delle migliori prove di Manfredi su Tex, secondo me. E la migliore storia di Tex del 2021 (aspettiamo però di leggere “Alla ricerca delle navi perdute”).
  2. Certo che è abbastanza incredibile che questa vignetta, dal 1948 in poi, sia stata censurata per anni e anni, e persino in "TuttoTex" ci fosse un balloon che copriva la gamba destra di Tesah! Ma d'altra parte c'è qualcuno che ha avuto da ridire, anche non molto tempo fa, sulla scena di seduzione di Bethanie ne "I sabotatori" o in quella della ragazza nella piscina in "Giovani assassini" solo perché in entrambi i casi si vedeva un po' di decolleté... Mah! Siamo proprio in Italia... Comunque sia, questa vignetta dimostra una volta di più la grandezza di Galep, che con Tesah versione pin-up anticipa di ben trent'anni le donnine di Milo Manara... La cosa più divertente dell'allegato all'anastatica, infatti, è il titolo dell'articolo di Gianni Bono: "Ho visto cosce..."
  3. Non c'entra con Lord Franklin e con il passaggio a Nord-Ovest, ma questo disco è perfetto come colonna sonora per tragici viaggi tra i ghiacci (è ispirato a quello di Scott verso il Polo Sud). Musica d'atmosfera e concreta. Elegi - "Svanesang"
  4. Dove sta il bene, dove il male?, ci si chiede spesso nelle storie di Boselli. In questa, all’inizio, non è chiaro neppure dove sta la giustizia, e lo dice esplicitamente anche Tex a Carson (“In questa faccenda la giustizia o l’ingiustizia non sembrano stare da una sola parte” ). Ma non solo: qui non è semplice neanche capire quale sia il mezzo giusto per ottenerla, la giustizia, visto che le vie legali non sono percorribili e il sabotaggio non pare né efficace né privo di rischi per gli innocenti. Mondego il killer se la cava sostenendo che “non ci sono innocenti”, ma non è del tutto così, il cinismo, in questa vicenda oscura, tutto sommato non la fa da padrone, anzi, sono tanti i personaggi positivi e onesti (per esempio lo sceriffo Dugan), così come le azioni generose e i moti d’affetto, anche dei criminali (compreso Mondego). Eppure resta irrisolto il tema di fondo della giustizia, quella vera, difficile da realizzare anche perché i principali personaggi in conflitto tra loro sono tutti (tranne il killer Mondego) dalla parte della legge (rangers, sceriffi, agenti della ferrovia, affaristi e ingegneri legalmente autorizzati a fare il loro mestiere) ma tutti - compresi Tex e Carson - con una loro personale concezione della giustizia, diversa da quella degli altri e contraddittoria rispetto alla legge, in nome dei propri interessi o dei propri principi. E se alla fine i Nostri trionferanno - come sempre - e la ferrovia andrà avanti, resta comunque al lettore l’amaro in bocca per tutti coloro che sono morti inutilmente, prima per la concorrenza spietata delle due compagnie ferroviarie, poi per aver cercato la giustizia e averla ottenuta a caro prezzo. “I sabotatori” è una delle migliori storie di Boselli, una di quelle scritte meglio, che si apprezzano ancora di più a una seconda lettura, con dialoghi pieni di sfumature e sottintesi, come quelli di Tex con Bethanie o di Bethanie con Bill Norton, oppure quelli col vecchio sceriffo ribelle Henry Price o le varie discussioni tra Tex e Carson, in cui i due amici ragionano tra loro, esprimono i loro punti di vista, non limitandosi ai soliti battibecchi triti e ritriti. E’ una storia, questa, che dà l’impressione al lettore di assistere a un film ben recitato. Merito anche degli efficaci disegni di Leomacs che - mi sbilancio – considero ai livelli dei grandi (Galep, Ticci, Villa…), o comunque lì vicino, anche se calano un po’ verso la fine. Al contrario della trama, che invece migliora via via: parte bene, si sviluppa ancora meglio e si conclude in crescendo, senza sgonfiarsi per strada come capita purtroppo a tante altre. Tutto funziona a meraviglia: un intreccio ben orchestrato, tanti personaggi complessi e maturi, un Carson ottimo coprotagonista in stile glbonelliano (gran mangione ma non in modo macchiettistico, irresistibile quando si scontra con gli sgherri della ferrovia che gli hanno fatto cadere la bistecca), e poi un antagonista indimenticabile (Mondego) e un personaggio femminile altrettanto memorabile, Bethanie (“Per una donna giovane, sola in un mondo difficile e pericoloso, è un gran conforto sentire ogni tanto il proprio nome sulle labbra di un uomo”). C’è spazio anche per la critica sociale all’affarismo senza scrupoli spacciato (ieri come oggi) per lo sviluppo della nazione, ottenuto sulla pelle dei più deboli considerati solo un intralcio per il progresso. Un affarismo che finge di considerare la cosiddetta libera concorrenza una gara corretta e non - come di fatto è - una guerra tra chi vuole vincere con qualsiasi mezzo (alla fine Bethanie morendo dice: “Ho vinto io. Il mio è il primo treno”). Insomma un’avventura notevole, degna di comparire prima o poi nella neonata collana ”Le grandi Storie Bonelli”. Peccato solo non rivedere più Leomacs su Tex, chissà che fine ha fatto.
  5. Dunque... il personaggio di Dawn è comparso nei Maxi "Nei territori del Nord-Ovest" e "Alaska" ma non è importante averli letti per capire la vicenda. Invece di Dallas e del suo ex Mike (che la sta seguendo perché ancora innamorato di lei) bisognerebbe conoscere le due storie precedenti che sono: "Giovani assassini" (640-641-642), secondo me bellissima storia, e "Winnipeg" (658-659-660), a mio avviso meno riuscita. Tutte di Boselli e Font (tranne "Alaska" disegnata da Fernandez) e che spiegano il rapporto tra Dallas e i Nostri e il rancore che nutre verso di loro (li considera responsabili della morte del fratello). Poi ci sono riferimenti alla storica "Sulle piste del Nord" con accenni allo stregone Sokami (quello col corvo parlante), ai Fox e al tenente Ross, ma non sono fondamentali. E poi chi è il texiano che non ha letto o non ricorda "Sulle piste del Nord"? La storia comunque promette bene: molto bella l'idea dell'accoppiata Dawn e Dallas (è quello che dicevo tempo fa, quando Boselli inserisce personaggi femminili - che gli riescono quasi sempre benissimo - la vicenda acquisisce maggiore interesse e spessore, e con spunti e dialoghi diversi dal solito), avvincenti tutte e tre le linee narrative (che diventeranno 4 perché la spedizione si dividerà nel prossimo albo), e molto ben reso il paesaggio della tundra. Così così, invece, gli scontri coi Fox nella foresta: un po' troppo derivativi dallo storico "Tamburi di guerra" , con espressioni e posture dei pard e dei Fox a volte simili al primo Ticci. Ogni tanto Bruzzo li fa recitare come faceva il maestro senese, però per fortuna non esagera e riesce a mantenere un suo proprio stile ben definito e personale. Insomma, tanta carne al fuoco, ma in quattro albi c'è tutto il tempo per cucinarla a puntino!
  6. “Il Grande Re” risale al 1965 e la prima storia del Comandante Mark è dell’anno dopo, 1966, e mi sono sempre chiesto se l’idea di collocare l’imprendibile fortino dei Lupi dell’Ontario su un isolotto al centro del lago, collegato alla terraferma da un pontile e da un ponte levatoio, la EsseGesse non l’avesse presa proprio da questa avventura, che vede il Grande Re costruire il proprio castello in Canada proprio in una posizione simile, difficilmente espugnabile. Comunque sia, questa bellissima storia di GL Bonelli/Galep, che parte con una trama apparentemente classica (la rivolta delle tribù del Grande Nord) via via che prosegue si rivela piena di elementi originali e atipici, a partire dall’antagonista, il folle e idealista Leopardo Nero, che vuole unire gli indiani per creare una libera nazione priva dell’oppressione dei bianchi, vero e proprio personaggio da tragedia, come è stato giustamente osservato: Più tradizionali, ma altrettanto ben caratterizzati sono l’avido braccio destro del Grande Re (Pierre Gaul), e i trafficanti di armi di Winnipeg che un Kit Willer in solitaria, scatenato come non mai, mette sotto scacco, mentre Tex cerca di pacificare le tribù in rivolta. Storia con ottime scene d’azione, duelli, sparatorie, incendi, un finale spettacolare ed epico, eppure alla fine la cosa che resta più impressa - almeno a me - è il misterioso e stranissimo meteorite sferico che rende le acque del lago scarlatte, il totem che i Mohicani venerano come fosse l’occhio di Manito. Come gli è venuta in mente un’idea così surreale a GLB? Da dove mai l’avrà ricavata?... In ogni caso l’inserimento di un elemento così insolito e straniante, quasi fantascientifico, in una storia “realistica” funziona: le pagine in cui i tre tipacci sottraggono ai Mohicani il meteorite, lo sfiorano e questo emette suoni, oppure quelle in cui Tex lo recupera, immergendosi nel lago - e a un tratto si trova di fronte alla sfera, con la superficie come un alveare, che tinge di rosso le acque -, sono veramente originali e ben riuscite, grazie soprattutto a Galep, che conferisce alle scene un’atmosfera davvero particolare. La storia successiva, d’altra parte, sarà quella dell’alieno, e il meteorite misterioso che emette suoni, uccide i pesci, e colora tutto di rosso, in un certo senso sembra anticiparlo. Peccato che non venga ripreso nel finale: sarebbe stato bello concludere l'avventura - dopo la vittoria delle tribù indiane unite e di nuovo in pace - con un’ultima vignetta sull’Occhio di Manito che è tornato al suo posto, grazie ai Willer padre e figlio.
  7. Di solito condivido la maggior parte dei tuoi giudizi e dei tuoi voti, Condor, ma questa volta proprio no! Questione di gusti, naturalmente, ma io questa storia non l'ho mai digerita, per me è largamente insufficiente, anzi la metto tra le peggiori di GL Bonelli e tra le meno riuscite in assoluto di Tex (mi riferisco solo alla serie regolare). Non ho certo nessun problema col fantastico, ma qui il tema fantascientifico a mio avviso è sviluppato male, con scene poco riuscite, quasi zagoriane, alcune decisamente grottesche per una serie come Tex, altre affrettate e senza nessuna atmosfera, che in questo tipo di storie è (quasi) tutto. I disegni, poi, oltre che decisamente bruttini, li trovo anche poco adatti al tipo di storia, ci voleva un disegnatore con un tratto più evocativo, che riuscisse a trasmettere inquietudine, senso del mistero e del meraviglioso, ci voleva una storia con più chiaroscuri e ombre, che facesse vedere e non vedere. A me è sempre sembrato un passo falso, inferiore alla prima con l'alieno "Last hope", che invece aveva un suo fascino, basato proprio sul far vedere solo gli occhi o poco altro dell'extraterrestre, e lasciando molto all'immaginazione del lettore. Insomma la fantascienza nel West, ancora più che l'horror o il fantastico in generale, andrebbe trattata con più attenzione e sfumature, che questa avventura proprio non ha, secondo me. Speriamo che Bocci e Boselli rimedino con il suo seguito...
  8. La cosiddetta "ultima storia di Nizzi" (che poi ultima non fu) è un po' una summa di tutte le sue storie indiane, con situazioni e scene prese di peso da altre sue sceneggiature: l'inizio molto simile a "Le colline del vento", il ring degli affaristi speculatori ripreso da "Fiamme sull'Arizona" (a sua volta ispirato a "Tucson"), gli scontri tra indiani e volontari di Hermann simili a "Messaggero di morte" e ancora a "Le colline del vento" e "Sioux", ecc. ecc. Originalità del soggetto, quindi, praticamente nulla. Come ben sintetizzato: Se il soggetto è trito e ritrito, anche la sceneggiatura non brilla particolarmente: dialoghi nella norma, caratterizzazione dei personaggi e pathos al minimo, ritmo blando, nel complesso tutto molto prevedibile e piuttosto noioso. Se fosse stata scritta negli anni '80 sarebbe potuta risultare anche una buona storia, nel 2013 è solo sufficiente (di puro mestiere). Sembra quelle storie di alcuni sceneggiatori di Dylan Dog che citano e scopiazzano vecchie loro storie, le quali già a suo tempo erano imitazioni di quelle di Tiziano Sclavi: una citazione al cubo! E non vale dire che che dopo 630 storie di Tex è impossibile non ripetersi, perché proprio in quegli anni uscivano avventure come "I giustizieri di Vegas", "I sabotatori", "Le catene della colpa", "Mezzosangue", "Giovani assassini", che erano tutt'altro che riproposizione del già visto. In sintesi: storia: 6 disegni: 8
  9. Su Manfredi negli ultimi periodi mi sembra che si stia consolidando un giudizio che rischia di diventare un po' un luogo comune, e cioè che Manfredi non sarebbe mai riuscito ad entrare fino in fondo nel personaggio (o nel fumetto)Tex, troppo lontano dalle sue corde e dal suo western, e che quindi abbia per lo più scritto storie poco texiane o poco interessanti o poco memorabili. Be', a mio avviso non è così e lo dimostra questa storia, non solo ottima, non solo originale, ma perfettamente texiana. Rileggere i vecchi commenti di chi la lesse qui sul forum, quando uscì, è interessante: Quoto in tutto e per tutto, ho avuto la stessa impressione! Devo dire che l'impressione di aver percepito in quest'albo le atmosfere che si leggevano nelle storie del miglior Nizzi e' stata l'impressione di tutti. Ma cio' che mi rende felice e' che questa somiglianza non ha fatto storcere il naso a nessuno (almeno in questo forum) E potrei continuare con le citazioni, quasi tutte positive, quasi tutte convinte di essere di fronte a un Tex rispettoso della tradizione glbonelliana e nizziana, con dialoghi brillanti allo stesso tempo classici e originali, con in più l'aggiunta di tematiche sociali tipiche di Manfredi, che però non stonano affatto. Semplicemente lo sceneggiatore approfondisce con maggiore realismo tematiche usurate, come dice lui stesso in un intervista: Insomma, questa prima storia di Manfredi sulla serie regolare riesce a coniugare classicità con (moderate) innovazioni, utilizzando un maggior realismo nel descrivere la città di Phoenix e i suoi abitanti (non dimenticando il suo fondatore Swilling, bel personaggio), e regalandoci scene potenti e originali, come quella del fienile, in cui Tex cerca di aprire gli occhi ai contadini mostrandogli che il vero nemico non sono i Pima, ma l'affarista Landsdale, sempre pronto ad alimentare una guerra tra poveri per il suo esclusivo interesse; o come la scena finale con la distruzione della diga, che vede i contadini finalmente uniti ai Pima nella protesta contro le speculazioni e i giochi di potere. Insomma dopo il suo primo positivo Maxi, Manfredi qui parte bene anche sulla serie regolare. Ha scritto poi l'ottimo Texone "Verso l'Oregon" e "Sei divise nella polvere", apprezzato da molti (ma non da me), inoltre un discreto cartonato. Poi è andato in calando e ha diradato le sue storie (più interessato ai suoi personaggi che a Tex). Non ha scritto finora capolavori, è vero, ci si aspettava di più, senz'altro, ma il bilancio secondo me è comunque positivo. Il suo pregio maggiore resta quello di non limitarsi a fare il solito compitino come hanno fatto o fanno altri sceneggiatori, ma di provare a raccontare storie diverse, oppure le solite storie ma con un taglio e un'angolazione insoliti, più vicini alla realtà del west, e con un'impronta personale che le faccia riconoscere come sue anche senza leggerne il nome nei crediti. (E questo, per inciso, era anche il pregio maggiore di Nolitta, secondo me, anche se con uno stile molto diverso). Non sempre Manfredi c'è riuscito, in questa "La grande sete" sì.
  10. Capisco che possano risultare fastidiosi certi commenti, ma credo che nessuno in questo forum abbia mai voluto fare "insinuazioni tendenziose" o "creare tensione" con le sue parole, e meno che meno fare critiche in cattiva fede. Almeno è quello che penso io. E che mi pare emerga da tutti i commenti che ho letto. Al tuo posto sarei molto contento per aver contribuito alla scrittura di questa storia che, pur con qualche difetto, ritengo resterà nella memoria di molti. Hasta luego...
  11. Scusate se mi intrometto in questa diatriba, ma visto che questo è un forum pubblico mi permetto di farlo... Certo che è una sua opinione (di Diablero), come tutte le opinioni espresse qui, come il tuo 6,5 dato a questa storia. E quindi? Ma se è da mesi che quasi tutti sparano a zero su Ruju per il pistolero vudu, su Boselli per il ritorno di Manuela, su Zamberletti per il monaco cinese, alcuni forumisti definendo le loro storie delle immonde schifezze, illeggibili (qualcuno non è arrivato alla fine), le peggiori di tutta la serie texiana (qualcuno l'ha scritto), con voti che vanno dal 4 a 2 e addirittura allo 0 (più incompetente di così!). Su Zamberletti si è scritto di tutto (mancava solo il consiglio di darsi all'ippica invece di scrivere Tex) e nessuno ha fiatato a queste critiche agli autori. Poi arriva Diablero che stronca "Il mostro del gran lago salato" e all'improvviso non va più bene! "Ma com'è supponente!" (Invece chi dice che Il monaco cinese o Una colt per Manuela è robaccia, è un critico umile e sobrio!) "Vuole insegnare agli altri come si scrivono le storie!" (E non è quello che facciamo un po' tutti quando diciamo: qui era meglio così, là non va bene, io avrei fatto cosà, ecc.). "Ma che toni sgradevoli!" (Invece dire che il pistolero vudu è uno schifo assoluto e che i dialoghi di Manuela sono insopportabili, non è sgradevole?). Tutti fanno/facciamo a volte critiche pesanti, con toni magari più moderati di quelli di Diablero, ma non per questo meno antipatici (per chi la storia l'ha scritta o chi l'ha apprezzata). Diablero avrà i suoi difetti (non c'è dubbio ), i suoi toni accesi non piacciono, ok, ma almeno le sue opinioni (che a volte condivido, a volte no) le argomenta, cerca anche di teorizzarci sopra. Se dice che Ruju cerca troppo le scene ad effetto e che questo sta diventando una moda che piace a molti, si può non essere d'accordo ma non mi sembra chissà quale affermazione offensiva. Nè per Ruju né per il lettore a cui piace Ruju. Altrimenti uno dovrebbe offendersi tutte le volte che qualcuno stronca una storia che invece a lui è piaciuta, e rispondere per le rime: "A me è piaciuta, e a te no? Allora per te sono un cretino, che fai, mi offendi!" E qui, quando ci si appella alle maggioranze vuol dire che non si hanno più argomenti... Se il 99% dei lettori apprezza una storia (a parte che non è vero in questo caso, ma lasciamo stare), non vuol dire che l'1% non possa invece avere un'opinione opposta: è successo in tante storie famose, da Patagonia a Giovani assassini, da Tra due bandiere a El Muerto, da Nelle paludi della Luisiana a Chinatown. La maggioranza le ritiene grandi storie, se non capolavori, una esigua minoranza le considera invece storie poco riuscite (basta leggersi i rispettivi topic). Dov'è il problema? Si replica e finita lì. Tanto 'cca nisciuno è fesso! Infine una mia osservazione da esterno di questa diatriba (o di simili): Diablero quando "aggredisce" lo fa alla storia, allo sceneggiatore, ai lettori in generale che spesso sono di bocca buona (secondo lui, ovviamente), ma non fa attacchi personali, quanto piuttosto a categorie generali (i lettori facili, i nizziani...). Chi lo critica invece sì: si rivolge a lui direttamente dandogli dello snob, di quello che non gli va mai bene niente (e quindi dovrebbe smettere di leggere Tex), di quello che vuol fare il primo della classe, di chi recita una parte ed è in malafede, di chi vuol fare l'anticonformista a tutti i costi, e via così. Attacchi personali. Non solo alle sue opinioni. E poi fanno le vittime... P.S.: dopo questa arringa, Diablero, mi offri una birra! E pensare, poi, che molte delle tue opinioni su questa storia neanche le condivido del tutto...
  12. Concordo. Inoltre ricorderei anche la prima (e, per molti lettori, la migliore) storia di Ruju per Tex, ossia “La prova del fuoco”, che era tutta basata su uno sceriffo che impazziva quando gli veniva ucciso il figlio, per poi scoprire nel finale che la pallottola che lo aveva colpito era stata disgraziatamente sparata proprio da lui (dal padre). Quindi per Ruju un esordio su Tex con un figlicidio (anche se involontario), e con una figura paterna fallimentare (che per vendicarsi rinnega il suo ruolo di uomo di legge). Qui nel “Mostro del gran lago salato” oltre al figlicidio, abbiamo ben due padri “falliti”: il maggiore Conroy e lo sciamano soshone, e quest’ultimo lo dice esplicitamente: “Perdonami figlio. E’ stata anche colpa mia”. Una pecca della storia, però, è proprio - a mio avviso - lo scarso spessore del protagonista, del Siats. D’accordo che la scelta è stata quella di non tratteggiarlo psicologicamente, di rappresentarlo solo come una specie di macchina per la vendetta, di una forza della natura, ma a questo punto, per compensazione, per dare più tragicità e pathos, si doveva caratterizzarlo in qualche altro modo. Per esempio nel secondo albo si poteva far vedere, in uno o due flashback, come Melvin Conroy fosse diventato il Siats vendicatore, farci assistere magari al ricordo del momento in cui ha deciso di indossare la maschera e di impersonare il leggendario demone, insomma mostrarci in qualche modo il suo punto di rottura. Oppure anche come in passato ha usato “le arti dell’antica magia” insegnategli dallo sciamano (come dice lo stesso stregone a Tex), oppure ancora come ha scelto di circondarsi di seguaci silenziosi per scatenare la strage degli Utes. E questo - oltre a dare maggiore risalto al personaggio e al mito del Siats - avrebbe anche mantenuto la tensione e l’atmosfera create nel primo albo, che invece - complice anche il troppo spazio lasciato a Colter e soci - nel secondo albo è andata via via calando. Poi penso anch'io che gli Utes non ci facciano una gran figura. Sarà forse che sono abituato bene con Magico Vento , ma vedere gli indiani così trascurati, con Tex che fa tutto lui, mentre gli Utes si lasciano massacrare senza reagire, non mi ha molto convinto. Nel secondo albo gli Utes spariscono proprio di scena, e invece sarebbero serviti anche loro, secondo me, ad accrescere l’atmosfera di paura e terrore. Una storia, comunque, con difetti ma anche con pregi.
  13. A me, invece, la serie "Tex Willer" piace così com'è, non cambierei niente (forse forse le copertine, che pure sono belle, eh..). Aumentare le pagine a 100 avrebbe solo degli svantaggi, a mio avviso: - l'aumento del prezzo - il molto probabile aumento delle storie mediocri o di medio livello, più che di quelle belle, come dici tu stesso. E che vantaggio ci sarebbe nel leggere più storie, ma di qualità media più bassa (sia nei testi che nei disegni)? - storie con ritmo meno rapido (66 pagine ti costringono a far accadere più cose, per non annoiare il lettore). Tranne Boselli, quante volte si è visto nella regolare gli altri sceneggiatori "allungare il brodo" per arrivare in fondo ai due albi previsti? Tante. Un altro esempio recente: Julia da 130 è passata a 114 pagine per non dovere aumentare il prezzo; ebbene, le storie non hanno perso niente, anzi sono state tolte tutte le scenette e i siparietti inutili, e il ritmo e il piacere della lettura ne hanno giovato. - visto che Boselli non è Superman, ci sarebbero più storie di altri sceneggiatori su "Tex Willer" (con forte probabilità di storie riempitivo, come detto) oppure meno storie di Boselli sulla regolare (e allora apriti cielo! Tutti a dire che Boselli trascura Tex mensile! Non si fa mica!) - si dice sempre che i lettori oggi siano diventati più esigenti e con meno pazienza: inserire tra le storie belle troppe storie-riempitivo rischia di far perdere lettori, che richiedono sempre più una qualità alta e costante in una serie fumettistica, altrimenti ciao, mi leggo qualcos'altro o mi guardo una serie tv (non tutti sono come noi, che ci lamentiamo, ci lamentiamo, ma alla fine continuiamo sempre! ). E poi avere un numero ridotto di ottimi disegnatori a me piace. Poter rivedere spesso De Angelis o Brindisi o Del Vecchio mi ricorda un po' il periodo d'oro di Tex in cui si alternavano solo pochi disegnatori, sempre loro (Galep, Ticci, Letteri, Nicolò, Muzzi) e non dovevi aspettare 3, 4, 5... anni - come capita adesso sulla regolare - per rivederli all'opera. Comunque non ti preoccupare, è probabile che oltre allo Speciale Tex Willer invernale, presto arriveranno altri numeri fuori serie, magari già dalla prossima estate. Se è vero che la serie sta andando bene, figurati se non aumenteranno i numeri extra anche in "Tex Willer"...
  14. SPOILER SPOILER SPOILER Ecco... le previsioni che avevo fatto, come spesso mi capita, erano sbagliate! Non c'è nessun depistaggio e il Siats è davvero quello che si immaginava all'inizio. Niente di male ma, a parte l'identità, sinceramente mi aspettavo un maggiore sviluppo della personalità dell'antagonista, così come una spiegazione del suo legame con la leggenda indiana del Siats. Sono d'accordo. Nel secondo albo l'elemento indiano, mitologico, non emerge (il vendicatore poteva avere una qualunque altra maschera) e la storia sposta troppo l'attenzione - secondo me - sul poco interessante Colter coi suoi sgherri, senza particolari trovate di sceneggiatura, tranne la scazzottata (con carcerazione) di Carson e il finale tragico tra padre e figlio (ma anche qui, qualche vignetta in più di dialogo, visto che è l'apice drammatico, avrebbe giovato, anche per una maggiore caratterizzazione dei personaggi). Come vendicatore Melvin Conroy alla fine resta piuttosto inespresso, e dietro la maschera, potremmo dire, in fondo non c'è niente. (Sicuramente non è un personaggio nolittiano, basta vedere la differenza con l'Alvin Webb de "La grande Minaccia", per fare un esempio). Ruju, come nel recente Texone "Old South", spreca - a mio avviso - l'occasione per approfondire elementi interessanti del soggetto (qui l'atmosfera orrorifica iniziale, il mistero del lago, un passato oscuro) per virare verso tematiche più usuali (Colter, l'oro, i pionieri aggrediti). Insomma la storia è discreta ma, dispiace dirlo, il secondo albo un pochino delude... Ottimi fino alla fine, invece, i disegni di Benevento.
  15. Siamo in due. A me non ha mai convinto e non la ritengo certo un capolavoro. Le falle e i difetti sono parecchi, ne cito solo alcuni: - la vicenda inizia con un attentato sul battello subito dai 4 pards, che dimostra la presenza di un informatore-spia, ma nonostante questo Tex si fida ciecamente di un perfetto sconosciuto come Stingo, non ha il minimo sospetto su di lui e si beve tutto quello che gli dice, persino le sue malignità su Nat Mac Kennet - il geniale Stingo per far cadere in trappola i Nostri si finge morto lasciandosi cadere in una palude piena di alligatori! Per di più in un tratto dove le acque sono particolarmente immobili! Poi lentamente riguadagna la riva bel bello... - Tex origlione per pagine e pagine. Come dice bene F80T - Kit e Tiger poco valorizzati, Carson piuttosto ottuso. - sempre il geniale Stingo nel finale, una volta scoperto, si butta dalla finestra rompendosi l'osso del collo: la scena è resa male, sembra quasi fantozziana e non si capisce se è un disperato tentativo di fuga o un suicidio. In entrambi casi non ci sta con un personaggio che fino a quel momento era stato dipinto come un abile e freddo calcolatore - i seguaci del Grande alligatore nella palude sono talmente scarsi con le lance che non colpirebbero un elefante neanche da un metro - fa un po' ridere che costoro dovrebbero fare una rivolta e riprendersi la Lousiana, ma l'unica idea che hanno per far fuori i 4 pards è quella di farli cadere nel trabocchetto del ponte (che poi... se anche il primo dei pards fosse precipitato nella trappola, mica gli altri continuavano ad avanzare imperterriti!) - l'aspetto fantastico è marginale e poco riuscito (come sempre in Nizzi) - Nat Mac Kennet giunge a salvare i pards dagli innumerevoli alligatori a colpi di dinamite che - guarda caso - aveva con sé (qual è lo sceriffo che non gira con la dinamite in tasca per l'occorrenza!) - tutta la trama, a ben vedere ha poco senso: il piano di Stingo è quello di uccidere Julien de la Rochelle per impadronirsi dei suoi possedimenti facendo ricadere la colpa sui neri. Per questo alimenta la loro rivolta. Bene, ma per uccidere Julien de la Rochelle bastava che lo stregone si trasformasse in alligatore, visto che ne ha il potere - lo stesso Julien racconta di aver visto aggirarsi attorno e dentro casa un alligatore quasi umano, tanto che è svenuto dallo spavento - e quindi bastava che, sotto forma di alligatore, lo uccidesse, riconducendo il tutto a un incidente tipico delle paludi. Insomma, anche qui Stingo non mi sembra un gran genio e stratega come invece molti lo dipingono. Certo, la storia a tratti è avvincente ma, appunto, solo in certi momenti, in altri non tutto fila come dovrebbe. Inoltre il capo della rivolta dei neri, Manbela (una chiara assonanza con Mandela, ahimè), viene tratteggiato come un semplice fanatico, piuttosto ingenuo, che si fa raggirare da Stingo, senza un minimo di personalità, di carattere o fascino (in fondo, anche se in modo sbagliato, voleva il riscatto dei neri sfuggiti ai maltrattamenti che avevano subito nelle piantagioni). Insomma, psicologia dei personaggi piuttosto scarsa (se si esclude il rapporto tra i due fratelli). E anche poca sociologia, aggiungerei.
×
×
  • Create New...

Important Information

Terms of Use - Privacy Policy - We have placed cookies on your device to help make this website better. You can adjust your cookie settings, otherwise we'll assume you're okay to continue.