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TWF - Tex Willer Forum

Juan Ortega

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About Juan Ortega

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  1. Considerando il numero precedente ("Sasquatch"), mi verrebbe da dire che si è passati dalle stelle alle stalle. Nolitta, per la prima volta, mi delude con una storia pesante nei dialoghi e poco appassionante nello svolgimento, in quanto i vari avvenimenti sono piuttosto telefonati oppure totalmente illogici. Non potrei essere più d'accordo. E proprio l'episodio iniziale mi ha fatto cascare le braccia: Tex e Carson per tre giorni stanno insieme ai soldati, senza proferire parola sulle scelte del tenente (almeno Nolitta questo lascia intendere o, comunque, non indica il contrario) e poi, una volta fatta la frittata, fa una scenata insensata e totalmente gratuita, da perfetto isterico. E poco prima del massacro, quando il tenente ordina ai propri uomini di stare coperti e di non fiatare per non farsi notare dalla carovana dei trafficanti, cosa fanno Tex e Carson? Si accendono una sigaretta in piena notte!! Davvero una genialata. Pesantissimi poi i pipponi contro i politicanti e i pezzi grossi dell'esercito che Nolitta mette in bocca sempre ai due pard; in più occasioni ho saltato diverse tavole perché insopportabili. Mi è quasi sembrato che Nolitta imitasse certe uscite texiane contro l'establishment che usava fare il padre. Peccato che GLB le inserisse perfettamente nel contesto della storia, qui invece sono decisamente forzate. Lasciamo perdere poi la parentesi dei carcerati e l'incontro/scontro con gli indiani, la prima inutile ai fini della riuscita della storia, la seconda gestita malissimo (vedi commento seguente, con il ragazzino che, fondamentalmente, dà del pirla a Tex). Io salvo poco di questa storia, senz'altro i bei disegni iniziali di Galep, con protagonista assoluta la pioggia battente. Il fulmine che illumina il cavaliere nella notte, i cappelli piegati dall'acqua, gli schizzi sollevati dalle zampe del cavallo sono tutti dettagli eseguiti alla perfezione. Forse qualche primo piano (specie Tex e Carson) mi è sembrato poco riuscito, con visi talvolta quasi deformati. Ma sicuramente non sono i disegni il punto debole di questa storia, per me decisamente deludente.
  2. E' quello che ho sempre pensato di Freghieri! Le discinte pubblicazioni di Barbieri dei tempi che furono ne avrebbero fatto una star indiscussa. L'arte della retorica, quella che ci strappava un sorriso ma che riconoscevamo come inimitabile. Sandro Ciotti (insieme ad Ameri) idolo indiscusso di tutti i tempi.
  3. Parla da sola: bellissima!!! Ecco se posso trovare un neo a questa storia è il fatto che sia stato titolato "Sasquatch" solo l'ultimo albo dove, di questo episodio, ci sono solo una ventina di pagine!!! Spero di non aver spoilerato troppo Attendo un tuo prossimo commento! Piccolo aneddoto personale che avevo dimenticato. Quando mia moglie era a casa in dolce attesa del primo pargolo, la convinsi ad iniziare a leggere Tex, considerando che aveva parecchio tempo a disposizione per la lettura. Scelsi proprio "Sasquatch" sperando di aver trovato la storia giusta per farla appassionare. Esperimento miseramente fallito: qualcuno (?) mi rimprovererà di aver scelto proprio una storia di Nolitta per provarci
  4. Rileggere Tex è sempre un piacere, ma rileggere una storia come "Sasquatch" rappresenta qualcosa di più, perché mi riporta indietro nel tempo, quando nel negozio di fumetti usati della mia città mi arrampicavo negli scaffali più alti per cercare uno degli albi che componevano questa mitica storia. I tratti nolittiani sono ben visibili già nell'incipit, in cui le didascalie raccontano della nascita delle "boom town", dipingendo un quadro avventuroso ma nello stesso tempo disilluso di questi ambienti così tipicamente western. E' uno degli aspetti che ho sempre amato in Mister No, tavole con paesaggi e scene di vita raccontate attraverso brevi ma azzeccate descrizioni. Gli usi e costumi di questi indiani (i Klamath) così poco conosciuti rispetto ai più "convenzionali" Sioux, Apache, ecc. ci vengono raccontati per sommi capi dall'autore senza che il tutto diventi greve: addirittura è Tex in veste di cicerone che spiega ai componenti della spedizione (e quindi a noi lettori) i totem indiani che incontrano durante il viaggio. Tutti, tranne uno: quello del "selvaggio uomo dei boschi". Nolitta è bravissimo a costruire il climax di mistero e tensione che, piano piano, affiorerà nella storia, fino all'emozionante e incredibile finale. L'ossessionante cupo tambureggiare lontano, i terribili ululati di animale ferito, i misteriosi bivacchi notturni, la presenza tangibile di un essere sovrannaturale, le misteriose guarigioni, sono tutti elementi che, piano piano, svelano che la storia prenderà una piega del tutto inaspettata e imprevedibile. L'impianto narrativo è solido, senza sbavature, con colpi di scena uno dietro l'altro. Nolitta riesce a limitare i suoi "virtuosismi" nella caratterizzazione di Tex, rimanendo sostanzialmente fedele al modello del padre: duro con i prepotenti, spietato con gli assassini, rispettoso dei nativi, delle loro tradizioni e delle loro credenze. Ed è un Tex giusto nella profondità del proprio animo, come lo stesso Sasquatch riconoscerà, leggendo dentro i suoi occhi e il suo cuore in una delle scene più iconiche della storia del nostro ranger. Magistrale Nicolò nell'interpretazione di questa storia e, in particolare, nella raffigurazione del possente Sasquatch. Il suo è un tratto che non mi stanca mai, in questo caso ancora più delle altre volte perché al servizio di un episodio a dir poco splendido.
  5. Perdona il rincoglionimento ma è l'albo del "arriva Tex e le suona a tutti?". Se è quella, ai tempi mi divertii un mondo a leggerla, una di quelle storie la cui brevità diventa un pregio più che un limite. Mi sorprende pensare che in una storia così "texiana" ci sia lo zampino del Tiz! Su Zagor non mi esprimo perché non lo conosco, ma la quasi totalità delle storie di Scalvi per Mister No, IMHO, sono dei gioiellini. Basta pensare a "Alien", "Ombre Rosse" e, ovviamente, "Ananga". In una sua dichiarazione del 1996 (trovata nel dossier Sclavi della Dime Press) Sclavi affermava: "Fra tutto quello che ho scritto, compreso Dylan Dog, le storie che mi piacciono di più appartengono proprio a Zagor e Mister No". Su questo tema non ho trovato nulla, anzi, per meglio dire, non ho mai trovato nessun accenno di Sclavi su Tex.
  6. Forse è un commento in alcuni punti un po' troppo duro, però nella sostanza riflette il mio pensiero. Considerando che anche dopo questo Texone continuo a rimanere freddo su Freghieri, si potrà capire che la lettura di questo tomo non mi ha proprio entusiasmato. Anzi. Zero pathos, tanti (troppi) personaggi che si susseguono uno dopo l'altro ma nessuno che ti rimane impresso, vagabondaggi in qua e in là che ti fanno perdere la bussola, Tex e Carson giustizieri implacabili sin troppo seriosi (a parte un maldestro tentativo di battuta di Kit sulle uova) e una storia che quando si conclude ti lascia con l'amaro in bocca di chi si pregustava una portata di ben altro gusto.
  7. Sai che a me la cosa intriga un casino? Per me, texiano (quasi) dalla nascita e sclaviano al 100% sarebbe il massimo! Non credo che Sclavi sarebbe così fuori posto su Tex: è un autore talmente eclettico che riuscirebbe a fare una grande storia anche per il nostro Ranger. Credo che ci metterebbe un po' della sua vena ironica, magari con alcuni gustosi siparietti Tex-Carson oppure Tex che "smonta" qualche farabutto con la sua tipica verve. Come tematica eviterei il sovrannaturale, troppo scontato e decisamente "pericoloso" su Tex: ma storie come "Il marchio di Satana" di GLB e "Orrore" di Medda insegnano che si può fare una bella storia a tinte horror anche su Tex. Non so quante siano le possibilità che si avveri questo incontro: per me sarebbe un regalone enorme.
  8. Nelle mie prime letture di Tex, "Santa Cruz" superava tutte le altre con ampio distacco. Una storia affascinante, piena di mistero, a tratti persino inquietante. La rileggevo in continuazione, in particolare il primo albo, quello della visita dei due pard alla vecchia missione diroccata. E ancora oggi me la gusto alla grande, cogliendo tutti i particolari costruiti con grande meticolosità da GL Bonelli, a partire dalla visita casuale a "San Domingo" e all'incontro col vecchio frate, dalla breve ma intensa permanenza nello scalcinato covo di ladroni di Morelos, fino all'arrivo a "Santa Cruz". Qui il climax di paura e mistero è realizzato con grandissima maestria: prima i sinistri rintocchi della campana, poi l'inquietante ombra del frate e infine il sogno rivelatore che farà scoprire a Tex e Carson l'orrore subito dal povero Padre Matias. Il dialogo tra Tex e lo stesso frate, in una dimensione onirica ma nello stesso tempo reale, è da manuale. Prima c'è il comprensibile timore del Ranger difronte a quella sinistra figura ("Buon Dio, un'apparizione!" esclama) poi torna il solito inscalfibile personaggio che ben conosciamo: "I vostri messicani vi avevano abbandonato ... cuore piuttosto peloso quei due fratelli" "Dio li aiuti a pentirsi prima che sia giunta la loro ultima ora" replica il frate. "Stesse in me il pentimento glielo farei arrivare di corsa, scritto sulla punta di una calda pallottola" Il crollo della campana, quasi una sorta di sinistro requiem, convincerà rapidamente i due pard a lasciarsi alle spalle quel lugubre luogo di morte. Il proseguo della storia forse è sin troppo breve, tanto che lo stesso Tex afferma: "Immaginavo di dover spremere ancora un po' di sudore prima di poter mettere alle strette i due Cardenas". Ma forse è giusto così, il finale era ampiamente scritto da quando Padre Matias ha deciso di mettere sulla loro strada la miglior coppia di giustizieri che ci potesse essere. Allungare la storia non avrebbe avuto tanto senso. Disegni di Ticci superlativi; per me una delle sue prove migliori!
  9. Io ho l'almanacco dell'Avventura 2013 che ha il dossier Sergio Bonelli ... non so se sia questo che ti serviva. In ogni caso ti posto le due pagine
  10. Confesso di avere un debole per questa storia dall'insolita trama. Certo ci sono GL Bonelli ai testi e Nicolò ai disegni, la mia coppia preferita, e questo basterebbe per rendermi soddisfatto. Ma qui c'è anche altro. Innanzitutto Kit Willer che, come successo a tutti noi, vive la sua prima avventura sentimentale, in un'età in cui l'attrazione per l'altro sesso è cosa ben nota. Siamo su Tex e quindi non c'è, fortunatamente, nulla di esplicito: l'affettuosa amicizia tra i due giovani ci viene mostrata con brevi e scarni dialoghi e con allusioni più o meno velate. Cosa ci sarà stato tra la bella Manuela (come al solito Nicolò ci mostra una bellezza notevole) e l'impavido Kit? Non ci è dato sapere e, probabilmente, nemmeno vogliamo saperlo: ci basta lo sguardo malizioso della ragazza che, all'arrivo del baldo Cortez, guarda di sbieco Kit e gli chiede: "Geloso?". Il massimo per il Tex di GL Bonelli! Non conoscevo la genesi di questa storia e quindi non comprendevo il quasi imbarazzo dell'autore nel raccontare l'intreccio amoroso tra i due rampolli, imbarazzo ben rappresentato da Kit quando deve raccontare al padre come stanno le cose: "Se mi prometti di non ridere, ti racconto". E cosa risponde Tex alla fine del racconto? "E' roba seria per te?" E il carico da undici lo butta Carson: "Che io sia dannato! Proprio un bel pasticcio". Immagino la gioia di Kit nel sentire queste comprensive risposte! Anche in queste piccole cose GL Bonelli riusciva ad essere unico ed inimitabile: quando la bella ed educata ereditiera risponde allo yaqui che la tiene prigioniera "Che l'inferno ti inghiotta" stavo per morire dalle risate. Lo sviluppo della storia è interessante ma non certo indimenticabile: tra la boria e l'arroganza di Don Carlos (che un bello sganassone se lo sarebbe stra-meritato), la sfortunata e in parte scalcinata banda Cordura e la figura da peracottaro di Don Pedro la storia va avanti senza troppi scossoni. E purtroppo l'idillio tra i due giovani rimane sullo sfondo e viene progressivamente dimenticato, fino a quel "Solo le montagne non si incontrano" pronunciato da Kit al momento dell'addio con Manuela. Infine un ricordo personale: le mie prime letture di Tex avvenivano prendendo gli albi in un capiente ma disordinato negozio di libri/fumetti usati. Per anni ho sempre letto solo la fine della storia, dato che il primo albo "I due rivali" era introvabile in negozio, fantasticando su come fosse nata la relazione amorosa tra i due. Erano i tempi in cui maledicevo le storie a metà nell'albo: curioso invece che oggi per quelle storie abbia quasi un pizzico di malinconia.
  11. Il primo albo "Tucson!" sarebbe da prendere a modello per come rende al meglio la figura del nostro Ranger: duro, prepotente e arrogante quanto basta, ironico, senza mezzi termini. Contro di lui i loschi e infidi figuri travestiti da rispettabili cittadini componenti del "ring" hanno vita durissima; anzi, come nel caso dello sfortunato Borman, la perdono proprio, in uno dei pestaggi più memorabili che io ricordi. E' un albo che si legge tutto d'un fiato, non annoia nemmeno per un secondo, e in più occasioni fa nascere pure un sorriso difronte alle battute e alle provocazioni di Tex. Va detto però che, nei seguenti due albi, la storia perde ritmo e diventa anche un po' troppo verbosa. Resta comunque episodio notevole, se non altro per la complessità della trama e i tanti personaggi e ambientazioni che la compongono. A tal proposito magistrale il lavoro di Guglielmo Letteri, per come riesce a rappresentare magnificamente l'ambiente cittadino di Tucson, spostandosi poi nei polverosi deserti, nella grande e tentacolare città di Washington (futuro teatro di altre memorabili storie) e infine nella tetra e spettrale ghost town. Esemplare la rappresentazione di Ely Parker, vestito come un "politico bianco" ma con i tratti di un indiano fiero e dignitoso. Un connubio autore-disegnatore di grandissima efficacia. GL Bonelli è comunque autore che riesce sempre a dare un tocco poetico nelle sue storie, anche in episodi come questo dove di poesia ce n'é ben poca. Nello scontro a fuoco inziale con gli apaches, Tex è chino su un guerriero morente e Carson esclama: "Che io sia dannato se non sembra il mestizo che avevi salvato dalle mani dei rurales un anno fa" "Proprio lui infatti" risponde Tex. E il mestizo, conscio della sua imminente fine: "Un tempo tu mi hai ridato la vita ... e ora me la riprendi!"
  12. Qui volevo morire Bravo! E qui sta il genio: spunti solo all'apparenza "banali" fanno nascere storie indimenticabili. Non ricordo chi lo scrisse (ma sono sicuro di averlo letto qui su TWF): quando una storia non ci piace troviamo mille difetti che invece sono irrilevanti (o addirittura pregi) per chi l'ha apprezzata. Questione di gusti e punti di vista.
  13. Lo avevo letto in un tuo precedente commento ... falsa modestia la sua oppure veramente non ne capiamo nulla ?
  14. Pensavo che in questa storia potesse esserci lo zampino di Nolitta, invece scopro che non c'entra proprio per nulla. Il Tex in solitaria o quasi (Carson arriva nel finale, rivelandosi comunque decisivo per la buona sorte del suo pard), l'inizio della storia con un fatto alquanto casuale (l'incontro con il vecchio amico) e il finale piuttosto amaro mi avevano fatto pensare che potesse esserci la mano di Sergio. In realtà rileggendola i dialoghi sono puro GL Bonelli, così come la rappresentazione di Tex che è perfettamente in linea con lo stile del suo creatore. Resta intatta invece la bellezza di questo episodio, per il quale ho sempre straveduto. Il modo in cui viene raffigurato il razzismo in questa cittadina del sud è molto efficace, così come la condanna che l'autore esprime proprio dalla bocca del suo eroe. Razzismo che si può respirare e toccare con mano, sia da parte dei bifolchi e prepotenti del paese (azzeccatissima la caratterizzazione grafica e psicologica di Fatsy) che da quelli che stanno in retrovia ma ne sono irrimediabilmente complici (il barman, Warner). Mi ricorda film come "Mississippi Burning", dove il razzismo non è psicologico o nascosto dietro paraventi di comodo, ma fisico, brutale, feroce. Tornando ai dialoghi non posso che esprimere grande ammirazione per GL Bonelli. Perché Doyle il gambler si schiera con Tex? L'autore ce lo spiega senza tanti giri di parole, proprio per bocca del gambler stesso: "per vivere e per morire un posto vale l'altro, Willer, e dopotutto, dovesse anche succedere il peggio, chiudere la mia carriera al tuo fianco non sarebbe per niente un insuccesso". Anche nel momento della sua morte non servono tanti paroloni: il commiato è brevissimo, senza zuccherosa retorica o chissà quali frasi ad effetto. La fine di Warner è l'epilogo migliore che Bonelli potesse inventare: a condannarlo a morte non sarà la mano dell'uomo ma quella del destino. Nicolò la solita certezza e, per quello che mi riguarda, il solito piacere per gli occhi. Complimenti anche a Giorgio Bonelli per il soggetto davvero pregevole.
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