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TWF - Tex Willer Forum

Gino D'Antonio


Ronin
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<span style="color:red;">19 ore fa</span>, Ulzana dice:

 

Ma non era però una costrizione. D'Antonio non ha mai voluto cimentarsi con Tex (di cui si meravigliava del suo successo, rispetto alla Storia del West). Solo negli ultimi anni della sua vita si è cimentato e avrebbe avuto carta bianca per scrivere quello che voleva lui. Certo, si capisce che avrebbe giovato uno come D'Antonio nello staff di Tex, in alternanza con Boselli e il primo Nizzi, ma ci pensi che trio. Come avrebbe giovato un Nizzi a servizio attivo su Nick Raider, perché era un suo personaggio e ne ha scritte di bellissime storie...

D'Antonio si meravigliava del successo di Tex? questa mi giunge nuova....   Ne sai di più?

<span style="color:red;">53 minuti fa</span>, Carlo Monni dice:

 

Che è quello che ho sempre detto anche io: il numero di pagine non è un limite èer chi sa scrivere.

Puro buon senso!

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Purtroppo vado a memoria, Ronin, e citerei davvero l'intervista o il trafiletto dove lessi questa cosa. Questa dichiarazione, però non era intesa come cattiveria, anzi. Era una meraviglia che molti avevano all'epoca, non solo Gino D'Antonio. Perché il successo di Tex era (ed è, visto che regge ancora benissimo nonostante i settant'anni e passa d'età) proprio unico e incredibile. Storia del West, pur essendo una serie nobile e piena di buoni propositi, scritta in modo superbo,  molto più "realistica", non suscitava grande interesse, se non da parte di un buon gruppo di appassionati che acquistava la Rodeo, ma niente in confronto alle vendite stratosferiche che Tex iniziò ad avere verso la fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo. Storia del West durò alcuni anni, certo, ma non divenne mai un caso editoriale. Solo Tex ha avuto alte tirature e grande qualità, binomio che non sempre è riuscito, anche a serie blasonate. E penso purtroppo a Ken Parker. Mai stato un successone. Un fumetto di nicchia, innovativo, bellissimo, ma mai un successo che ne ha permesso una diffusione lunga nel tempo. 

 

 

 

 

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La mia "teoria" (che somiglia più ad una ovvia banalita che ad una teoria, ma è incredibile quanti addetti ai lavori troverete convinti del contrario) è che i veri grandi classici sono quelli che associano alla qualità la semplicità di lettura (il modello insuperato è Barks) e che soprattutto TI FANNO STARE BENE.

 

Credo di aver già raccontato altre volte come negli anni 70 ad un certo punto per un paio d'anni mi fu tagliata la "paghetta" per comprare fumetti, e dovetti prendere decisioni nette su cosa continuare a comprare e cosa no.  E ricordo che uno dei tanti elementi che mi fecero propendere per Tex era che finita la lettura, ero contento. Mi faceva star bene. Avventure western, appassionanti, fatte bene, e CHE MI FACEVANO STARE BENE.

 

All'epoca c'era invece questa mentalità (e c'è ancora oggi) per cui cui il pubblico avrebbe dovuto preferire i fumetti che li informavano, che li faceva arrabbiare, dall'intento moralistico-pedagogico... e poi ci rimanevano male che Ken Parker vendeva un decimo di Tex!  :lol:

 

D'Antonio non è mai caduto nell'idea del fumetto-lagna pessimistico, e ha cercato di realizzare un buon mix fra storia e avventura nella Storia del West (che infatti si prende un buon numero di libertà storiche che oggi farebbero inorridire i puristi), ma non è che il tema gli lasciasse molte possibilità di far star bene i lettori... ma credo che ne fosse perfettamente consapevole, e infatti il suo tentativo di "raccontare la storia del west" ad un pubblico generalista senza farlo annoiare era una scommessa difficile ed encomiabile...  ma non ci credo che non sapesse perfettamente perché vendeva meno di Tex...   :lol:

  • +1 1
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<span style="color:red;">48 minuti fa</span>, Ulzana dice:

Purtroppo vado a memoria, Ronin, e citerei davvero l'intervista o il trafiletto dove lessi questa cosa. Questa dichiarazione, però non era intesa come cattiveria, anzi. Era una meraviglia che molti avevano all'epoca, non solo Gino D'Antonio. Perché il successo di Tex era (ed è, visto che regge ancora benissimo nonostante i settant'anni e passa d'età) proprio unico e incredibile. Storia del West, pur essendo una serie nobile e piena di buoni propositi, scritta in modo superbo,  molto più "realistica", non suscitava grande interesse, se non da parte di un buon gruppo di appassionati che acquistava la Rodeo, ma niente in confronto alle vendite stratosferiche che Tex iniziò ad avere verso la fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo. Storia del West durò alcuni anni, certo, ma non divenne mai un caso editoriale. Solo Tex ha avuto alte tirature e grande qualità, binomio che non sempre è riuscito, anche a serie blasonate. E penso purtroppo a Ken Parker. Mai stato un successone. Un fumetto di nicchia, innovativo, bellissimo, ma mai un successo che ne ha permesso una diffusione lunga nel tempo. 

 

 

 

 

Capisco. Beh, solita vecchia storia. Anche se mi permetto di aggiungere un dettaglio. A mio parere, quello che davvero ha determinato la fine di Ken Parker in edicola (parlo della mitica prima serie) è stata la snervante irregolarità delle uscite. A parte il primo anno di pubblicazioni (e forse metà del secondo..) la serie non è mai riuscita a rispettare la canonica mensilità a cui erano abituati i lettori delle altre serie Bonelli. Ora uno può avere in mano anche una serie di qualità eccelsa ma se non riesci a fidelizzare il lettore e lo costringi a passare in edicola ogni giorno a chiedere se è uscito il nuovo numero, se lo obblighi a saltare uno, due o anche sei mesi prima di leggere l'avventura successiva è chiaro che, per forza di cose, la serie è destinata a non avere mai uno zoccolo duro di seguaci che gli garantisca la sopravvivenza. Forse, in piccolo, è stato questo anche il problema della "Storia del West"....

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<span style="color:red;">9 minuti fa</span>, Ronin dice:

Capisco. Beh, solita vecchia storia. Anche se mi permetto di aggiungere un dettaglio. A mio parere, quello che davvero ha determinato la fine di Ken Parker in edicola (parlo della mitica prima serie) è stata la snervante irregolarità delle uscite. A parte il primo anno di pubblicazioni (e forse metà del secondo..) la serie non è mai riuscita a rispettare la canonica mensilità a cui erano abituati i lettori delle altre serie Bonelli. Ora uno può avere in mano anche una serie di qualità eccelsa ma se non riesci a fidelizzare il lettore e lo costringi a passare in edicola ogni giorno a chiedere se è uscito il nuovo numero, se lo obblighi a saltare uno, due o anche sei mesi prima di leggere l'avventura successiva è chiaro che, per forza di cose, la serie è destinata a non avere mai uno zoccolo duro di seguaci che gli garantisca la sopravvivenza. Forse, in piccolo, è stato questo anche il problema della "Storia del West"....

Per Storia del West (e probabilmente anche per KP) si è dovuto scegliere tra qualità e quantità.

D'Antonio fu irremovibile: la qualità doveva essere o costante o addirittura in crescita, mentre Ken Parker voleva diventare una serie di culto

non un serial dozzinale come ce ne sono stati a sufficienza. Al diavolo la puntualità in edicola e secondo me hanno fatto più che bene!

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A quanto ne so, la scelta di chiudere la prima serie di Ken Parker fu di Berardi e Milazzo, attratti dal miraggio di venderla in Francia nel formato delle puntate successive. Bonelli avrebbe continuato a pubblicarla, almeno finchè le vendite non fossero scese sotto il livello di guardia (e all'epoca Ken Parker NON era la serie Bonelli meno venduta...)

 

Sulla necessità di uscire tutti i mesi in edicola, è vero che vuol dire che non tutti i numeri saranno disegnati da Milazzo, ma questa "necessità" ci ha dato storie come il ciclo degli inuit (disegnato da Alessandrini e Marraffa), "ranchero", "storie di Soldati", "a proposito di gioielli ed imbrogli", etc., anzi, se sin dall'inizio non avessero fatto caso a quella necessità, non avremmo avuto quasi la metà delle storie di Ken Parker di quella serie.

 

Credo (anche se su questo, a differenza di quello che ho scritto sopra, non ho testimonianze) che i ritardi degli ultimi mesi siano dovuti non tanto al dover "mantenere la qualità" (che era alta anche quando era mensile), quanto al desiderio di Berardi e Milazzo di far considerare la serie una serie più "autoriale", realizzata solo da loro due (più Trevisan) sul modello delle serie francesi, e non come una serie Bonelli. Si vede per esempio che negli ultimi anni Berardi sceneggia SOLO le storie per Milazzo e Trevisan, lasciando il compito di sceneggiare le storie per gli altri disegnatori a Maurizio Mantero, Tiziano Sclavi e persino a Alfredo Castelli!

 

La serie comunque è mensile (con un singolo mese saltato ogni tanto) per gran parte del suo corso, poi aumentano i mesi saltati (nel 1982 escono solo 9 albi, dal 45 al 53) ed è solo nel 1983 che l'uscita diventa sporadica, con solo 4 albi (dal 54 al 57). Ma credo che nel 1983 la chiusura fosse già decisa, visto che non vengono messe in cantiere nuove storie di altri disegnatori che non siano Milazzo, Tarquinio e Ambrosini (che non sarebbero mai riusciti a reggere la serie da soli) dal 1982.  il massimo stacco è fra il 57 e il 58, "sciopero", da agosto 1983 a aprile 1984 (tutti erano convinti che la serie fosse stata chiusa, dopo 8 mesi...), che Milazzo termina dopo oltre un anno dalla sua storia precedente (e si deve fare pure aiutare, è un segreto di Pulcinella che non tutto "Sciopero" è di Milazzo...) e il mese dopo esce l'ultimo numero disegnato da Ambrosini.

 

Quindi, dire che non sarebbe stato possibile fare Ken Parker mensile mantenendo la qualità, vuol dire che la qualità dei numeri dal numero 1 al 53 (mensili o quasi) è chiaramente inferiore a quella dei numeri dal 54 al 59...  :lol:

 

No, il problema lì non era la qualità, era l'idea del personaggio che avevano Berardi e Milazzo, che volevano una serie "d'autore" e non una serie bonelliana

 

(notare che "un principe per norma" inizia su Orient Express nel luglio 1984, solo due mesi dopo l'ultimo numero del bonelliano, e quindi si capisce perchè Trevisan era assente dal bonelliano dal 1982, perchè Milazzo fa fatica a finire "Sciopero" in tempo, e forse anche perché le ultime due storie sono state pubblicate con tanto ritardo ma a ridosso dell'uscita della serie su Orient Express...  )

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<span style="color:red;">28 minuti fa</span>, Diablero dice:

A quanto ne so, la scelta di chiudere la prima serie di Ken Parker fu di Berardi e Milazzo, attratti dal miraggio di venderla in Francia nel formato delle puntate successive. Bonelli avrebbe continuato a pubblicarla, almeno finchè le vendite non fossero scese sotto il livello di guardia (e all'epoca Ken Parker NON era la serie Bonelli meno venduta...)

 

Sulla necessità di uscire tutti i mesi in edicola, è vero che vuol dire che non tutti i numeri saranno disegnati da Milazzo, ma questa "necessità" ci ha dato storie come il ciclo degli inuit (disegnato da Alessandrini e Marraffa), "ranchero", "storie di Soldati", "a proposito di gioielli ed imbrogli", etc., anzi, se sin dall'inizio non avessero fatto caso a quella necessità, non avremmo avuto quasi la metà delle storie di Ken Parker di quella serie.

 

Credo (anche se su questo, a differenza di quello che ho scritto sopra, non ho testimonianze) che i ritardi degli ultimi mesi siano dovuti non tanto al dover "mantenere la qualità" (che era alta anche quando era mensile), quanto al desiderio di Berardi e Milazzo di far considerare la serie una serie più "autoriale", realizzata solo da loro due (più Trevisan) sul modello delle serie francesi, e non come una serie Bonelli. Si vede per esempio che negli ultimi anni Berardi sceneggia SOLO le storie per Milazzo e Trevisan, lasciando il compito di sceneggiare le storie per gli altri disegnatori a Maurizio Mantero, Tiziano Sclavi e persino a Alfredo Castelli!

 

La serie comunque è mensile (con un singolo mese saltato ogni tanto) per gran parte del suo corso, poi aumentano i mesi saltati (nel 1982 escono solo 9 albi, dal 45 al 53) ed è solo nel 1983 che l'uscita diventa sporadica, con solo 4 albi (dal 54 al 57). Ma credo che nel 1983 la chiusura fosse già decisa, visto che non vengono messe in cantiere nuove storie di altri disegnatori che non siano Milazzo, Tarquinio e Ambrosini (che non sarebbero mai riusciti a reggere la serie da soli) dal 1982.  il massimo stacco è fra il 57 e il 58, "sciopero", da agosto 1983 a aprile 1984 (tutti erano convinti che la serie fosse stata chiusa, dopo 8 mesi...), che Milazzo termina dopo oltre un anno dalla sua storia precedente (e si deve fare pure aiutare, è un segreto di Pulcinella che non tutto "Sciopero" è di Milazzo...) e il mese dopo esce l'ultimo numero disegnato da Ambrosini.

 

Quindi, dire che non sarebbe stato possibile fare Ken Parker mensile mantenendo la qualità, vuol dire che la qualità dei numeri dal numero 1 al 53 (mensili o quasi) è chiaramente inferiore a quella dei numeri dal 54 al 59...  :lol:

 

No, il problema lì non era la qualità, era l'idea del personaggio che avevano Berardi e Milazzo, che volevano una serie "d'autore" e non una serie bonelliana

 

(notare che "un principe per norma" inizia su Orient Express nel luglio 1984, solo due mesi dopo l'ultimo numero del bonelliano, e quindi si capisce perchè Trevisan era assente dal bonelliano dal 1982, perchè Milazzo fa fatica a finire "Sciopero" in tempo, e forse anche perché le ultime due storie sono state pubblicate con tanto ritardo ma a ridosso dell'uscita della serie su Orient Express...  )

Molto interessante e precisa la tua ricostruzione, Diablero. Ma sul tema "qualità" che ne dici delle dichiarazioni di Berardi stesso il quale ha detto chiaramente che c'erano dei problemi con alcuni disegnatori come Marraffa, suggeriti e/o imposti da Sergio Bonelli, che non riuscivano a sintonizzarsi sulle sue sceneggiature? Credo che comunque anche questo abbia influito sulla produzione di albi necessari alla presenza mensile nelle edicole. Tornando al tema di questo topic, credo che il problema di D'Antonio con la sua serie fosse più o meno lo stesso, dato che Calegari si ritirò dal progetto quando era ancora agli inizi e lui, in qualità di unico sceneggiatore, doveva pensare a rifornire i disegnatori rimasti oltre che darsi da fare lui stesso con i pennelli per arrivare alla conclusione della serie....

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Aggiungo, riguardo al periodo di Orient Express... che era sempre Bonelli!  :lol:

 

Infatti, Ken Parker con quel passaggio non lascia assolutamente la Bonelli.  Orient Express era una (splendida) rivista pubblicata dal 1982 dall'Isola Trovata di Luigi Bernardi (che all'epoca mi pareva un "grande vecchio del fumetto italiano", ma aveva solo 29 anni!), con sede a Bologna, ma quando Ken Parker ci arriva, l'Isola Trovata (e con essa la rivista Orient Express) era stata già acquistata da Sergio Bonelli, e la redazione era stata trasferita a Milano (il direttore era ancora Bernardi, ma resse poco e presto lasciò Milano e la casa editrice).

 

Quindi, in quel momento per Berardi e Milazzo il passaggio non è fra la Bonelli e un altro editore, ma fra il "ramo popolare" della Bonelli (CEPIM, Altamura, etc.) e il ramo "d'autore" (Isola Trovata) per cui realizzano "un principe per Norma". e la prima parte de "il respiro e il sogno" (oltre al rimontaggio delle storie di Milazzo e Trevisan nella Collana West a colori, realizzata appunto con la speranza di venderli in Francia: un totale fallimento, l'avventura francese di Berardi e Milazzo non è mai iniziata)

 

La chiusura di Orient Express porta il personaggio sulle pagine della romana "Comic Art", che non era della Bonelli ma che aveva un rapporto privilegiato con Bonelli (nelle sue pagine verranno pubblicate storie non solo di Ken Parker ma anche di Dylan Dog, Nathan Never, Nick Raider e persino Tex).

 

il problema è che... Ken Parker come prodotto "D'Autore" non sfonda. Ignorato all'estero, e un po' snobbato anche in Italia dai "veri cultori del fumetto d'autore", dopo solo 2 storie (e un antologia di storie brevi) Berardi e Milazzo gettano la spugna, e provano con altri personaggi (Berardi con Trevisan pubblica su Comic Art riduzioni a fumetti di storie di Sherlock Holmes, con Milazzo aveva già provato con Marvin il Detective all'epoca di Orient Express e su Comic Art provano con Giuli Bai, etc.), ma niente di quello che fanno va meglio di Ken Parker.

 

Alla fine, fallito il sogno europeo, si lanciano nell'autoproduzione, iniziando nel 1989 la ristampa "serie oro" della serie Bonelli (comprese le storie disegnata da altri) nel formato originario (visto che era la cosa che aveva avuto il maggiore successo fra quelle che avevano realizzato) per poi proseguire nel 1992 con "ken Parker Magazine", in cui, dopo aver cercato di liberarsi del personaggio per anni, ritornano a Ken Parker trasformandolo in una specie di "santo laico", infallibile, che pende per me gran parte della fallibile umanità che lo rendeva unico. (insomma, si dylandoghizza un po' anche lui). Finisce male anche stavolta e deve di nuovo intervenire San Bonelli a metterci i soldi portando ancora un po' avanti il personaggio..  :rolleyes:

 

Insomma...   più che "essere limitati" dal formato Bonelli, Berardi e Milazzo sono stati dei miracolati dalla Bonelli e dal formato bonelli, qualunque altra cosa abbiano provato a realizzare, non ha mai funzionato...  :P

 

[edit: crosspost con Ronin]

Edited by Diablero
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1 hour ago, Ronin said:

Ma sul tema "qualità" che ne dici delle dichiarazioni di Berardi stesso il quale ha detto chiaramente che c'erano dei problemi con alcuni disegnatori come Marraffa, suggeriti e/o imposti da Sergio Bonelli, che non riuscivano a sintonizzarsi sulle sue sceneggiature?

 

Credo che, come poi ampiamente dimostrato dalle vicende editoriali di Ken Parker, avesse ragione Bonelli.

 

Magari non nel caso specifico di Marraffa (che poi fu cacciato dalla Bonelli per altri motivi), che comunque per me piaceva ai lettori anche più del primo Milazzo. Se un disegnatore non disegna quello che gli dice lo sceneggiatore, non devono lavorare insieme (indipendentemente da chi abbia ragione, che a volte anche gli sceneggiatori chiedono cose assurde). Quindi se la lamentela fosse stata "io con Marraffa non riesco a lavorare, mettilo su un personaggio diverso e dammi magari xxx o yyy" ci può stare.

 

Ma guardando alla lista degli albi di Ken Parker con gli autori di soggetti e e sceneggiature, vedi che a parte rare eccezioni, Berardi ha delegato le sceneggiature di tutti gli albi non disegnati da Milazzo o Trevisan a Mantero, a Sclavi o a Castelli.

 

OK, quindi, capisco che hai problemi a lavorare con Marraffa...  ma anche con Alessandrini, Cianti, Tarquinio, Polese, Casertano, Ambrosini? Direi che a questo punto quello che ha problemi a lavorare con gli altri sei tu...

 

(apro una parentesi: negli anni ho sentito storie TERRIBILI di persone che avevano lavorato con Berardi, ma sempre da persone che erano arrabbiate con lui, o comunque "in confidenza" e non so quanto degni di fede. Quindi non riporto episodi perchè potrebbero benissimo essere falsi o esagerati, ma devo dire che statisticamente anche se fossero tutti falsi, è raro che un autore causi uno strascico di astio simile fra i suoi ex collaboratori...  però dato questa massa di voci, mi ha fatto un po' ridere sentire la Zuccheri - che non è una delle persone di cui parlavo, non ho mai parlato con lei in vita mia - dire in video che rispetto a lavorare con Berardi, lavorare con Boselli "è il paradiso"....  :lol: )

 

Chiusa la parentesi: e proseguendo su Ken Parker:  credo che Berardi e Milazzo avessero il miraggio del "fumetto d'autore", del formato francese, e avvertivano come "inferiore" il formato bonelliano e le sue necessità, tipo il dover aggiungere altri autori più "popolari".  E il fatto di sceneggiare solo le storie per Milazzo (e Trevisan), il non ristampare gli altri albi nella collana West, il lamentarsi con Bonelli della necessità di avere altri autori, mostra come vedesse il Ken Parker disegnato (e sceneggiato) da altri come "inferiore".

 

Ma per quanto possa contare il ricordo della mia esperienza personale...  non è che all'epoca noi lettori storcessimo il naso di fronte a Marraffa e avessimo un orgasmo solo di fronte ai disegni di Milazzo. Anzi, devo dire che la prima volta che lessi un Ken Parker (il numero 2) non ne comprai altri, e iniziai a comprarlo regolarmente solo dopo aver letto per caso "il popolo degli uomini" (numero 11, disegnato da Marraffa). . Certo, avevo 14 anni, pochi anni dopo sarei diventato anch'io un fan di Milazzo (non lo sono più da anni, ma ritengo ancora le cose che faceva all'epoca molto belle), ma se vuoi fare solo un prodotto "raffinato", per "palati fini"... poi non ti puoi lamentare se quando fai la tua edizione definitiva, con solo i disegnatori che dici tu... TI COMPRANO SOLO QUELLI RAFFINATI!  :lol:

 

Ecco, qui sta per me l'incoerenza di base di Berardi e Milazzo. Non c'è niente di male a voler fare solo un fumetto "highbrow", per pochi, senza compromessi... ma poi non puoi lamentarti se vendi poco! È una conseguenza naturale, e l'accetti, o ti metti a fare fumetti più "popolari", ma facendoli comunque al meglio!

 

invece, Berardi e Milazzo, da bravi genovesi, volevano sì fare fumetto "colto", ma volevano pure farci un bel po' di soldi! :P

 

E quando i soldi non sono arrivati... si è rotta tutta la baracca. Sono passati da un estremo all'altro, diventando secondo me l'esempio perfetto dell'autore "che pensa solo alla grana", Berardi con Julia ha creato la quintessenza della sua idea di fumetto "commerciale" (se ne facessero una fiction sarebbe di pomeriggio su Rete4), prendendo volti di autori noti e cliché a man bassa. È passato cioè da un idea di fumetto "d'Autore" fatto da pochi "autori" (appunto) con cui ricevere onori, fama, premi (e soldi) ad (una volta fallito il piano precedente) un idea di fumetto fatto a catena di montaggio, gestito come una fabbrica, con il direttore-padrone che dirige e dà le direttive e una massa di co-sceneggiatori e disegnatori che sforna a macchinetta un prodotto omogeneo (e omogeneizzato) con le facce di autori famosi, politicamente corretto e/o scorretto quanto basta nei punti giusti, tormentoni televisivi e moralismi post-DylanDoghiani.

 

E si è perso tutto quello che stava nel mezzo fra questa altezzosità "d'autore" e lo sbrago nazional-popolare: si è perso cioè la "bonellianità", la capacità cioè di produrre un fumetto di ottima qualità anche se "popolare".

 

Sergio Bonelli ha provato ad insegnarglielo, e con la prima serie di Ken Parker, c'era pure riuscito (seguendo le indicazioni di Bonelli, anche se era partito da un personaggio che già all'epoca era un mezzo plagio di un personaggio di Robert Redford), ma quel connubio non gli piaceva, pensava di fare molto meglio liberandosi di quelle pastoie.. e invece non è più riuscito in seguito a trovare quell'equilibrio.

 

 

1 hour ago, Ronin said:

Tornando al tema di questo topic, credo che il problema di D'Antonio con la sua serie fosse più o meno lo stesso, dato che Calegari si ritirò dal progetto quando era ancora agli inizi e lui, in qualità di unico sceneggiatore, doveva pensare a rifornire i disegnatori rimasti oltre che darsi da fare lui stesso con i pennelli per arrivare alla conclusione della serie...

 

Credo che invece i problemi di D'Antonio fosse più reali.

 

Su Ken Parker comunque per gran parte della sua prima serie si è potuta mantenere la mensilità perchè comunque Berardi scriveva storie di fantasia, con autori veloci (nei primi tempi anche Milazzo lo era), senza eccessive velleità di realismo, e con diversi "aiutanti" nelle sceneggiature (Mantero soprattutto, Sclavi e Castelli a volte)

 

Ma la Storia del West è una serie molto più "personale" (e sì, molto più "D'autore" se ci ragioniamo in questi termini). richiedeva una conoscenza notevole sia della storia americana che dei meccanismi del fumetto d'avventura (e quindi praticamente la poteva scrivere solo D'Antonio), e richiedeva ai disegnatori una fedeltà assoluta riguardo alla documentazione e alle indicazioni dello sceneggiatore (da qui cose strane tipo il lamentarsi di Tarquinio, che era un disegnatore migliore di Polese per esempio, ma non di Polese...).

 

Rendere Ken Parker mensile era possibile (e infatti c'erano riusciti), rendere la Storia del West mensile no, non ci potevano riuscire.

 

Ma D'Antonio non cercava "il fumetto d'autore", non gliene fregava davvero nulla, e non è che per esempio schifava Polese perchè non aveva un tratto vendibile in Francia. Non disprezzava l'albetto bonelliano, sognando album cartonati francesi. La Storia del West era la serie che voleva realizzare, e l'ha realizzata.

 

Insomma, per dirla in breve e in maniera forse ingenerosa: la Storia del West è stato un SUCCESSO. La serie è arrivata in fondo, realizzando gli obiettivi, rimane come una serie con un inizio ed una fine, e quando viene ristampata (e lo è stata spesso) non ha piu bisogno delle altre ristampe presenti nella Collana Rodeo che ne hanno permesso la pubblicazione in un mensile.

 

Ken Parker, nonostante il plauso della critica (solo dagli anni 80, quando era un albo Bonelli era snobbata come gli altri) è invece un fallimento. perchè gli autori desideravano fare altro, volevano un successo nel mercato francese, e quando non l'hanno ottenuto sono tornati sul personaggio come ripiego. Fallito anche quel tentativo, hanno lasciato la serie interrotta, limitandosi a ristampare quello che avevano prodotto, finchè un editore non gli ha dato la possibilità di proseguirla... e anche lì non ci sono riusciti, i piani dichiarati da Berardi per la sua prosecuzione non si sono realizzati.

Edited by Diablero
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Ottima disamina che mi ha risparmiato di scrivere un lunghissimo post in cui avrei detto le stesse cose.:laugh:

 

Aggiungo su D'Antonio, che lui era uno scrittore lento e che per lui scrivere un mensile di 96 pagine era un problema (e difatti Bella e Bronco di pagine ne aveva 64 proprio per questo).

.La scelta di realizzare solo quattro/cinque albi all'anno era programmata fin dall'inizio ed il lettore era fidelizzato eccome perché aveva la certezza che almeno ogni tre mesi l'albo sarebbe uscito.

La serie vendeva? Io ne sono convinto. Non ristampi ed ampli addirittura una serie che è stata un flop commerciale e la ristampa vendette così bene che si pensò seriamente di proseguirla  come Storia d'America 

Il progetto abortì per volontà dello stesso D'Antonio che, a detta di Sergio Bonelli, temeva di non essere capace di mantenere la necessaria obiettività.

Chi ha comprato il volume sulla Storia del West curato da Luca Barbieri ed ha potuto leggere la proposta per quella serie mancata che vi è contenuta credo che non possa non provare rammarico per ciò che ci siamo persi.

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Rammarico, sì... ma al tempo stesso, lo ammetto, sono ammirato dagli scrupoli di D'Antonio. "Temeva di non essere capace di mantenere la necessaria obiettività"... ma chi se ne frega più dell'obiettività, oggi?

Davvero, non ho conosciuto D'Antonio, ma dagli aneddoti che ho letto su di lui (cioè sostanzialmente quelli raccontati da @Carlo Monni e @Diablero su questo forum) l'impressione che ne ricavo è che fosse persona di rara signorilità.

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<span style="color:red;">1 ora fa</span>, virgin dice:

Rammarico, sì... ma al tempo stesso, lo ammetto, sono ammirato dagli scrupoli di D'Antonio. "Temeva di non essere capace di mantenere la necessaria obiettività"... ma chi se ne frega più dell'obiettività, oggi?

 

In sostanza lui temeva che arrivando a trattare eventi storici più vicini a noi sarebbero emerse inevitabilmente le sue idee al riguardo e non lo riteva giusto  visto che in un certo senso avrebbe dovuto essere un'opera storica 

Premesso che io ritengo che anche quando parli di eventi di mille anni fa quelle della neutralità ed obiettività siano sostanzialmente delle utopie, a me non sarebbe affatto importato.

Non mi interessa che l'autore abbia delle idee e quali siano ma che sia onesto con il lettore.

 

<span style="color:red;">2 ore fa</span>, virgin dice:

Davvero, non ho conosciuto D'Antonio, ma dagli aneddoti che ho letto su di lui (cioè sostanzialmente quelli raccontati da @Carlo Monni e @Diablero su questo forum) l'impressione che ne ricavo è che fosse persona di rara signorilità.

 

Confermo

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Perciò Tex rappresenta un caso quantomai unico nel panorama editoriale, perché è riuscito a essere popolare e ha mantenuto una qualità costante (con anche molti bassi, ma ci sta) nel corso del tempo. Fumetto onesto, senza nessun tipo di velleità, voglioso di divertire il pubblico, tanto da diventare un fenomeno non solo commerciale (le sue tirature sono ineguagliabili), ma anche sociale, visto tutte le diatribe politiche e non in cui è stato coinvolto, segno che il personaggio era centrato, faceva scattare un processo di identificazione nel lettore. A questo proposito, l'impresa di Gino D'Antonio è ancora più rimarcabile, proprio collegandomi al discorso di Diablero, in quanto SOLO lui poteva riuscire a coniugare insieme fumetto popolare e d'autore (anche se, per quanto mi riguarda, sono definizioni che non amo tanto, per me il fumetto è fumetto, buono o brutto). Ma non era mai DIDASCALICO. D'Antonio ti presentava una ricostruzione precisa delle varie fasi dell'epopea western, mantenendo una cornice di fantasia, facendo agire personaggi veri dell'epoca con personaggi inventati e che, spesso, entrambi sconfinavano: alle volte, i personaggi veri sembrano quelli "romanzati", quelli inventati apparivano reali. Se non è abilità dell'autore questa? Qualcosa di simile l'ha fatto anche il Bos, prima su Zagor, inserendo nella serie Poe e il Cain di Howard, e soprattutto su Dampyr, mescolando generi, personaggi storici, intrecci narrativi.

 

Le vendita di Storia del West erano buone (certo non erano quelle di Zagor o Mark, per dire), perché la Collana Rodeo nacque come contenitore e quindi, inizialmente, si è potuto far "respirare" gli autori (D'Antonio, Polese e Tarquinio) dando al pubblico vecchi personaggi di GLB (un "usato sicuro") e qualche buona novità, con storie singole scritte da altri. In definitiva ci tengo a dire, essendo il suo topic, che tutti noi non si debba mai smettere di ringraziare uno come D'Antonio. E celebrarlo tutte le volte che si può. 

 

Forse Ken Parker ha avuto la sfiga di uscire in un periodo in cui le serie maggiori della Bonelli erano mensili. Se penso alle miniserie tipo Gea o Lilyth di Luca Enoch, in tal senso Berardi & Milazzo, forse, avrebbero trovato la quadratura del cerchio... ma forse no. Devo dire che, in vari editoriali di Berardi letti negli anni, ha sempre riconosciuto in Bonelli un editore ideale. Su Berardi autore taccio: sono troppo di parte, la sua grandezza non si discute. Però la "lezione" editoriale, ossia imparare dagli errori gestionali di Ken Parker, che sono stati suoi e non di Sergio Bonelli, che gli aveva dato un buon staff con cui lavorare, penso l'abbia recepita: la serie Julia esce da più di venti anni, è un prodotto (nel bene e nel male ogni cosa diventa prodotto quando lo si deve vendere) e rende bene. Inizialmente era una serie più noir e cupa (e a me piaceva molto di più), poi si sa come andarono le cose e la sua derivazione comedy imposta dall'editore. Naturalmente, Julia è una serie pensata PROPRIO come un serial, tipo quelli americani Law & Order e similari, con cast fisso, episodi singoli, continuity blanda e una sorta di regia generale. Per questo tutto sembra omogeneo, però attenzione, leggendo le storie si avverte la "mano" di Berardi, la capacità di trattare i temi della società contemporanea, una certa sensibilità e un'attenzione al linguaggio più marcata rispetto ad altri fumetti (sembra una cosa banale, ma è stata la prima collana seriale mensile della Bonelli in cui si è usato il "lei" piuttosto che il "voi", di recente si è accodato anche il Dylan Dog gestito da Recchioni). Bisogna dargliene atto e leggere Julia per capirlo. Non credo proprio, per rispondere a Diablero, che in Julia ci sia meno "bonellianità" o che non abbia qualità. Forse è più simile a Diabolik, come gestione autoriale, i disegnatori seguono uno stile preciso che deve essere uniforme e, infatti, si fa fatica a riconoscere quel tratto da un altro. Forse in questo è meno "bonelliana", ossia non c'è la varietà apportata dai singoli disegnatori, non c'è spazio per altri sceneggiatori (in effetti Berardi non permette a nessun autore di scriverci, a parte Calza e Mantero, che sono collaboratori e MAI autori unici di una storia). Sarà una scelta precisa sua, vado off topic, ma mi chiedo se, altri autori, non avrebbero poi potuto portare linfa alla serie. Però mettiamoci d'accordo: per anni, chi bazzica i forum o i social lo sa, i lettori di Dylan Dog, per fare un esempio, hanno fracassato i MARONI sulla quantità di autori del post Sclavi. Nessuno andava bene, nessuno era bravo, nessuno scriveva come Tiziano (e come si potrebbe?)... forse in questo senso Berardi si è trincerato dietro il suo assolutismo autoriale e ha detto "me lo scrivo io, revisiono io, e se vi va, lo comprate, se no attaccatevi". E' solo un'ipotesi mia, naturalmente... magari Berardi è un buon egoista che vede Julia come una "figlia" e se la gestisce come gli pare e nel modo che vuole.

 

 

Edited by Ulzana
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On 15/7/2020 at 21:31, Dix Leroy dice:

Per Storia del West (e probabilmente anche per KP) si è dovuto scegliere tra qualità e quantità.

D'Antonio fu irremovibile: la qualità doveva essere o costante o addirittura in crescita, mentre Ken Parker voleva diventare una serie di culto

non un serial dozzinale come ce ne sono stati a sufficienza. Al diavolo la puntualità in edicola e secondo me hanno fatto più che bene!

Direi che su Ken Parker ti ha risposto con dovizia di particolari il post di Diablero. Su D'Antonio continuo a pensare che l'abbandono dopo pochi numeri di Calegari e l'impegno di dover badare anche ai disegni per più numeri del previsto abbia influito sulla sua produttività. 

On 16/7/2020 at 10:12, Carlo Monni dice:

Ottima disamina che mi ha risparmiato di scrivere un lunghissimo post in cui avrei detto le stesse cose.:laugh:

 

Aggiungo su D'Antonio, che lui era uno scrittore lento e che per lui scrivere un mensile di 96 pagine era un problema (e difatti Bella e Bronco di pagine ne aveva 64 proprio per questo).

.La scelta di realizzare solo quattro/cinque albi all'anno era programmata fin dall'inizio ed il lettore era fidelizzato eccome perché aveva la certezza che almeno ogni tre mesi l'albo sarebbe uscito.

La serie vendeva? Io ne sono convinto. Non ristampi ed ampli addirittura una serie che è stata un flop commerciale e la ristampa vendette così bene che si pensò seriamente di proseguirla  come Storia d'America 

Il progetto abortì per volontà dello stesso D'Antonio che, a detta di Sergio Bonelli, temeva di non essere capace di mantenere la necessaria obiettività.

Chi ha comprato il volume sulla Storia del West curato da Luca Barbieri ed ha potuto leggere la proposta per quella serie mancata che vi è contenuta credo che non possa non provare rammarico per ciò che ci siamo persi.

Beh, quindi il famoso format di 64 pagine che adesso la Bonelli sembra tanto apprezzare per il suo Tex Willer l'ha inventato D'Antonio? Un grande in tutto!;)

P. S. Carlo, non ho il volume che citi, esattamente cosa avevano proposto?

<span style="color:red;">21 ore fa</span>, Ulzana dice:

Perciò Tex rappresenta un caso quantomai unico nel panorama editoriale, perché è riuscito a essere popolare e ha mantenuto una qualità costante (con anche molti bassi, ma ci sta) nel corso del tempo. Fumetto onesto, senza nessun tipo di velleità, voglioso di divertire il pubblico, tanto da diventare un fenomeno non solo commerciale (le sue tirature sono ineguagliabili), ma anche sociale, visto tutte le diatribe politiche e non in cui è stato coinvolto, segno che il personaggio era centrato, faceva scattare un processo di identificazione nel lettore. A questo proposito, l'impresa di Gino D'Antonio è ancora più rimarcabile, proprio collegandomi al discorso di Diablero, in quanto SOLO lui poteva riuscire a coniugare insieme fumetto popolare e d'autore (anche se, per quanto mi riguarda, sono definizioni che non amo tanto, per me il fumetto è fumetto, buono o brutto). Ma non era mai DIDASCALICO. D'Antonio ti presentava una ricostruzione precisa delle varie fasi dell'epopea western, mantenendo una cornice di fantasia, facendo agire personaggi veri dell'epoca con personaggi inventati e che, spesso, entrambi sconfinavano: alle volte, i personaggi veri sembrano quelli "romanzati", quelli inventati apparivano reali. Se non è abilità dell'autore questa? Qualcosa di simile l'ha fatto anche il Bos, prima su Zagor, inserendo nella serie Poe e il Cain di Howard, e soprattutto su Dampyr, mescolando generi, personaggi storici, intrecci narrativi.

 

Le vendita di Storia del West erano buone (certo non erano quelle di Zagor o Mark, per dire), perché la Collana Rodeo nacque come contenitore e quindi, inizialmente, si è potuto far "respirare" gli autori (D'Antonio, Polese e Tarquinio) dando al pubblico vecchi personaggi di GLB (un "usato sicuro") e qualche buona novità, con storie singole scritte da altri. In definitiva ci tengo a dire, essendo il suo topic, che tutti noi non si debba mai smettere di ringraziare uno come D'Antonio. E celebrarlo tutte le volte che si può. 

 

Forse Ken Parker ha avuto la sfiga di uscire in un periodo in cui le serie maggiori della Bonelli erano mensili. Se penso alle miniserie tipo Gea o Lilyth di Luca Enoch, in tal senso Berardi & Milazzo, forse, avrebbero trovato la quadratura del cerchio... ma forse no. Devo dire che, in vari editoriali di Berardi letti negli anni, ha sempre riconosciuto in Bonelli un editore ideale. Su Berardi autore taccio: sono troppo di parte, la sua grandezza non si discute. Però la "lezione" editoriale, ossia imparare dagli errori gestionali di Ken Parker, che sono stati suoi e non di Sergio Bonelli, che gli aveva dato un buon staff con cui lavorare, penso l'abbia recepita: la serie Julia esce da più di venti anni, è un prodotto (nel bene e nel male ogni cosa diventa prodotto quando lo si deve vendere) e rende bene. Inizialmente era una serie più noir e cupa (e a me piaceva molto di più), poi si sa come andarono le cose e la sua derivazione comedy imposta dall'editore. Naturalmente, Julia è una serie pensata PROPRIO come un serial, tipo quelli americani Law & Order e similari, con cast fisso, episodi singoli, continuity blanda e una sorta di regia generale. Per questo tutto sembra omogeneo, però attenzione, leggendo le storie si avverte la "mano" di Berardi, la capacità di trattare i temi della società contemporanea, una certa sensibilità e un'attenzione al linguaggio più marcata rispetto ad altri fumetti (sembra una cosa banale, ma è stata la prima collana seriale mensile della Bonelli in cui si è usato il "lei" piuttosto che il "voi", di recente si è accodato anche il Dylan Dog gestito da Recchioni). Bisogna dargliene atto e leggere Julia per capirlo. Non credo proprio, per rispondere a Diablero, che in Julia ci sia meno "bonellianità" o che non abbia qualità. Forse è più simile a Diabolik, come gestione autoriale, i disegnatori seguono uno stile preciso che deve essere uniforme e, infatti, si fa fatica a riconoscere quel tratto da un altro. Forse in questo è meno "bonelliana", ossia non c'è la varietà apportata dai singoli disegnatori, non c'è spazio per altri sceneggiatori (in effetti Berardi non permette a nessun autore di scriverci, a parte Calza e Mantero, che sono collaboratori e MAI autori unici di una storia). Sarà una scelta precisa sua, vado off topic, ma mi chiedo se, altri autori, non avrebbero poi potuto portare linfa alla serie. Però mettiamoci d'accordo: per anni, chi bazzica i forum o i social lo sa, i lettori di Dylan Dog, per fare un esempio, hanno fracassato i MARONI sulla quantità di autori del post Sclavi. Nessuno andava bene, nessuno era bravo, nessuno scriveva come Tiziano (e come si potrebbe?)... forse in questo senso Berardi si è trincerato dietro il suo assolutismo autoriale e ha detto "me lo scrivo io, revisiono io, e se vi va, lo comprate, se no attaccatevi". E' solo un'ipotesi mia, naturalmente... magari Berardi è un buon egoista che vede Julia come una "figlia" e se la gestisce come gli pare e nel modo che vuole.

 

 

Posso fare una piccola provocazione? A me sarebbe piaciuto, dopo l'uscita del suo "Oklahoma", vedere Sergio Bonelli che consegna a Berardi le redini della serie "Tex", al posto dello ormai sfiancato Nizzi, e quest'ultimo che, in anticipo di qualche anno, applica la sua idea di "fumetto di qualità fatto in serie" che poi avremmo vista applicata su "Julia" a partire dal 1998. Lui autore di tutti i soggetti e un paio di aiutanti fissi alle sceneggiature per mantenere una produzione  costante. Avrebbe funzionato? 

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  • Sceriffi
<span style="color:red;">20 minuti fa</span>, Ronin dice:

Direi che su Ken Parker ti ha risposto con dovizia di particolari il post di Diablero. Su D'Antonio continuo a pensare che l'abbandono dopo pochi numeri di Calegari e l'impegno di dover badare anche ai disegni per più numeri del previsto abbia influito sulla sua produttività. 

Beh, quindi il famoso format di 64 pagine che adesso la Bonelli sembra tanto apprezzare per il suo Tex Willer l'ha inventato D'Antonio? Un grande in tutto!;)

P. S. Carlo, non ho il volume che citi, esattamente cosa avevano proposto?

Posso fare una piccola provocazione? A me sarebbe piaciuto, dopo l'uscita del suo "Oklahoma", vedere Sergio Bonelli che consegna a Berardi le redini della serie "Tex", al posto dello ormai sfiancato Nizzi, e quest'ultimo che, in anticipo di qualche anno, applica la sua idea di "fumetto di qualità fatto in serie" che poi avremmo vista applicata su "Julia" a partire dal 1998. Lui autore di tutti i soggetti e un paio di aiutanti fissi alle sceneggiature per mantenere una produzione  costante. Avrebbe funzionato? 

 Anch'io sarei curioso di sapere qual è il contenuto del Saggio su "La storia del West"? 

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@Ronin per rispondere alla tua domanda su Berardi, non credo sarebbe stato fattibile. Cioè, Berardi mai si sarebbe adattato a una serie piena di paletti e regole come quella di Tex. Certo, ci ha regalato una bellissima storia fuoriserie (che diede il via ai Maxi), ma di più non avremmo potuto chiedere. Poi, un conto è scriverla, altro è gestirla. Berardi vi avrebbe messo la sua mano e il suo modo di vedere il West, e ciò non poteva essere. Si è al servizio di Tex, non delle proprie velleità artistiche.

 

Tornando a D'Antonio. Nel 1956 era un disegnatore con alle spalle alcuni numeri del glorioso Pecos Bill e varie storie disegnate per Il Vittorioso. Come autore completo aveva realizzato nel 1947, appena ventenne, testi e disegni per Jess Dakota, ma si tratta di un'opera giovanile e ancora incerta. In seguito, lavorando a un fumetto intitolato Il fortino sull'Huron, ideato da Sandro Cassone, firma la sua prima storia da professionista e come autore completo. D'Antonio però doveva solo disegnare la storia e, invece, fece di testa sua e riscrisse tutta la sceneggiatura, dimostrando una notevole intraprendenza. Perché ci vuole anche un po' di coraggio e faccia tosta. Meno male che lui l'ha avuta.

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<span style="color:red;">6 ore fa</span>, Ronin dice:

P. S. Carlo, non ho il volume che citi, esattamente cosa avevano proposto?

 

Cosa aveva proposto. Parliamo di D'Atonio, l'idea era sua.

 

<span style="color:red;">5 ore fa</span>, MacParland dice:

 Anch'io sarei curioso di sapere qual è il contenuto del Saggio su "La storia del West"? 

 

Il contenuto del saggio è abbastanza semplice: dopo un capitolo sulla genesi della serie passa ad analizzarne i 75 episodi e parla anche degli autori.

Ah, ma forse tu intendevi riferirti alla proposta della serie che della Storia del West sarebbe stata il proseguimento e che è  contenuta nel saggio in questione.:P

 

Scherzi a parte, devo affidarmi alla memoria perché non ho il volume a portata di mano, quindi perdonatemi eventuali errori od omissioni.

La serie avrebbe seguito lo schema della Storia del West con i membri della famiglia MacDonald testimoni e partecipi di eventi storici.

La serie si sarebbe aperta alla vigilia della Guerra di Cuba e sarebbe arrivata sino alla Prima Guerra Mondiale con una opzione a proseguire se le vendite fossero state gratificanti.

Il patriarca Pat MacDonaldè morto, suo figlio maggiore Ben dirige il ranch di famiglia mentre il fratello più piccolo, Brett è in giro per l'America come soldato mi pare. Il suo fratellastro Bill Adams e la sua compagna Belinda Hall (la prima coppia apertamente convivente e non sposata della Bonelli, mi sa) sarebbero in qualche modo entrati in politica seguendo da vicino gli intrighi di Washington.

La vera protagonista della serie, però, sarebbe stata Patricia "Pat" MacDonald, figlia di Ben che dal padre e dal nonno ha ereditato l'irrequietezza e la voglia d'avventura. Nelle sue peripezie avrebbe dovuto essere affiancata da un singolare personaggio: un espatriato russo anarchico e gay. Non le sarebbero, però, mancate le avventure sentimentali, diciamo così.

Ad un certo punto, Pat avrebbe anche dovuto rimanere incinta.

Questo è tutto.

Il bello è che Sergio Bonelli aveva accettato praticamente tutto.:o

 

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In preventivo c'erano 30 volumi:

15 a ridosso della Prima Guerra Mondiale, 5 in piena guerra e i restanti ambientati tra gli anni venti e il 1940.

Pat Mc Donald avrebbe dovuto imparare a guidare l'aeroplano per assistere al passaggio dall'impero cinese alla repubblica,

il Giappone in guerra con la Russia, la guerra italo-turca, la Libia e il Dodecaneso, i Dardanelli e la rivoluzione in Messico, i marines a Vera Cruz,

gli emigranti italiani, la guerra in Bolivia e Uruguay, l'Abissinia, La guerra di Spagna, la Legione Straniera, il Riff...

Quando ho letto queste "anteprime" mi è venuto freddo… il ricordo delle lezioni di Storia in classe è agghiacciante nel 2020: negli anni ottanta

sarebbe stato per me impossibile accostarmi ad albi del genere e non occorreva neanche lo spauracchio di un comprimario dell'altra sponda.

Molto meglio che Storia del West si sia fermata in tempo e per raccontare storie… del West!

Edited by Dix Leroy
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<span style="color:red;">34 minuti fa</span>, Dix Leroy dice:

In preventivo c'erano 30 volumi:

15 a ridosso della Prima Guerra Mondiale, 5 in piena guerra e i restanti ambientati tra gli anni venti e il 1940.

Pat Mc Donald avrebbe dovuto imparare a guidare l'aeroplano per assistere al passaggio dall'impero cinese alla repubblica,

il Giappone in guerra con la Russia, la guerra italo-turca, la Libia e il Dodecaneso, i Dardanelli e la rivoluzione in Messico, i marines a Vera Cruz,

gli emigranti italiani, la guerra in Bolivia e Uruguay, l'Abissinia, La guerra di Spagna, la Legione Straniera, il Riff...

Quando ho letto queste "anteprime" mi è venuto freddo… il ricordo delle lezioni di Storia in classe è agghiacciante nel 2020: negli anni ottanta

sarebbe stato per me impossibile accostarmi ad albi del genere e non occorreva neanche lo spauracchio di un comprimario dell'altra sponda.

Molto meglio che Storia del West si sia fermata in tempo e per raccontare storie… del West!

 

Vedi quanto siamo diversi? E non solo per il tuo commento velatamente omofobo.

Io avrei voluto leggerke quelle storie.

Magari perché sono appassionato di storia e forse anche perché sono di mente aperta.

P.S. Sarebbero stati gli anni 90 e non 80.

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4 hours ago, Carlo Monni said:

Il bello è che Sergio Bonelli aveva accettato praticamente tutto.

 

Beh, da D'Antonio Bonelli aveva accettato Bella e Bronco, che già come protagonisti e tipo di storie si distanziava parecchio dalle altre cose che pubblicava, e personaggi apertamente gay erano già apparsi in Ken Parker. (e comunque già molti paletti di Bonelli erano stati infranti da... Bonelli, in Mister No). Pochi anni dopo ha pubblicato Gea...

 

Mi associo comunque a quelli che rimpiangono di non aver potuto leggere quelle storie...  :pianti:

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Sbagliando i conti (d'altra parte in matematica avevo una media di dal 3 al 4) ho ipotizzato che "Storia d'America" 

sarebbe uscita in edicola negli anni ottanta e invece Monni giustamente ha corretto. A quell'epoca neanche leggevo più Tex (lo prendevo e lo archiviavo)

perché avevo in media una quindicina di mensili di supereroi da seguire avidamente, e acquistavo anche qualche raccolta DC direttamente dagli USA.

Molte delle suggestioni di questa serie erano già state usate per i volumi di "Un uomo un'avventura" e comunque si parla sempre di

protagonisti statunitensi ma impiegati in conflitti bellici fuori dal proprio territorio. A parte i "paletti infranti", penso che una iniziativa del genere

non avrebbe avuto troppo successo e avrebbe offuscato un pochetto la serie originale, che comunque era fresca di una bella ristampa.

Meglio così.

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Scusa, Dix, ma "meglio così" perché? Non voglio apparire nerd, e forse lo sono, ma io di D'Antonio avrei comprato tutto. Quello che conta era il MODO in cui lui avrebbe affrontato certe questioni e dinamiche e credo proprio che questa nuova declinazione della famiglia MacDonald ci avrebbe dato storie meravigliose in altri ambiti storici. Forse, magari mi sbaglio, avrebbero intitolato questa nuova collana in altro modo e non Storia del West. Ma sono solo ipotesi, suggestioni, su qualcosa che non si è fatto. Purtroppo. 

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<span style="color:red;">24 minuti fa</span>, Ulzana dice:

Forse, magari mi sbaglio, avrebbero intitolato questa nuova collana in altro modo e non Storia del West. Ma sono solo ipotesi, suggestioni, su qualcosa che non si è fatto. Purtroppo. 

 

Non sei stato attento. Il nome della nuova serie sarebbe stato : Storia d'America e non poteva essere altrimenti visto che l'epopea del West era finita e con il West(ern) la prima guerra mondiale, la seconda, il Vietnam ed altro non ci azzeccano proprio nulla.

Quanto alle opinioni di Dix meglio che taccio.

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